Bong Joon-ho ha realizzato un film bellissimo. Anzi, tre. Palma d’oro della 72esima edizione del Festival di Cannes, l’opera del regista e sceneggiatore coreano – scritta insieme a Han Ji-won – ha estasiato tutti, pubblico e critica, in virtù della grazia feroce eppure armoniosa della pellicola dell’autore, che racchiude nella propria struttura una continua evoluzione del racconto, volta non solo a portare avanti fino alla propria conclusione la storia, ma mutandola, modificandola in una tripartizione che va formando ben tre linee stilistiche all’interno dello stesso film.

Parasite è l’esempio perfetto di una struttura che colpisce perché mai ferma su se stessa, non concentrata soltanto sul come sviluppare la narrazione dei propri eventi, intricati e incastrati tra loro con minuzia di particolari, ma continuamente in bilico, vere e proprie colonne che potrebbero crollare se private anche soltanto di uno solo dei loro ingranaggi. In questa scatola cinese fatta di apparenze e inganni, il film di Joon-ho amplia il proprio stile instituendo differenti racconti, per poi inserirli in un unico, straboccante contenitore, un castello a tre piani dove ogni scala è eretta per condurre lo spettatore nei diversi livelli della dimora, fino a costringerlo ad affrontare anche i corridoi più tetri delle sue segrete.

È così che Parasite diventa un susseguirsi di generi separati, che vanno scandendo i tempi della pellicola del cineasta coreano. Il creare un ibrido d’eccezione, che non mescola mai le forme distinte che il regista va nel corso dell’opera concretizzando, preparandone nel frattempo la grande cornice unitaria che ne modellerà poi il tutto, rende la pellicola di Bong Joon-ho l’insieme di tre film isolati legati infine dallo stesso minutaggio. Non si tratta soltanto di mescolare nature cinematografiche differenti, ma di tenerle ben contrassegnate per dare al pubblico ogni volta il giusto suggerimento con cui affrontare ogni momento della visione, per un’esperienza talmente completa da offrire allo spettatore più di una sola influenza, andando a instituire dunque il fascino completo del film.

Parasite: vedi qui il trailer italiano del film Palma d’Oro a Cannes

Parasite Atto I: il piano della famiglia e quell’ironia sagace e spinosaparasite, cinematographe

Nel suo aprirsi con un tono beffardo all’ingegnosa trovata della famiglia protagonista di Parasite, il lavoro di Joon-ho ne descrive le costrizioni e la misera esistenza senza aggravare con umore melodrammatico le condizioni in cui madre, padre e figli sono versati, utilizzando un’insolita ironia nel descriverne le caratteristiche personali e aprendosi a quelle che vanno costituendoli come membri dello stesso nucleo relazionale. Un’impostazione che persiste nell’elaborazione e nella messa in atto del piano ideato dal giovane Kim, esposto con piglio mordace dalla sceneggiatura e con una sagacia tale da non far percepire fin dal principio le sorti incontro cui i personaggi saranno guidati, permettendo a loro e al pubblico di godere di quella gloria estemporanea, divertendosi dell’ingenuità dei loro datori di lavoro e apprezzando l’irrisoria critica che ne compone la base.

Quando i tasselli delle sostituzioni machiavelliche sono stati disposti e l’unico motivo di attesa per lo spettatore si manifesta sotto forma di curiosità su come i mascheramenti verranno svelati, Parasite comincia ad assumere una diversa tendenza, un linguaggio che non cerca più il comico sferzante o l’incidente spassoso. Il film, addentrandosi sempre di più nelle conseguenze delle proprie decisioni, assume con sé le sfumature del thriller, del mistery teso dagli accadimenti che portano l’opera a svoltare completamente rispetto alla direzione precedentemente proposta, facendo del nervosismo e dell’apprensione la sua nuova via di comunicazione con lo spettatore.

Parasite Atto II: bunker, la lotta di classe tra ultimi, il thrillerparasite, cinematographe

È nel momento della discesa nelle viscere dell’elegante casa che fuoriescono i segreti inespressi e indicibili del luogo della famiglia borghese per cui i protagonisti sono in servizio, file di scalini che, più si addentrano nelle profondità della dimora, più ne conservano una verità inconfessabile. Non saranno però mai i ricchi personaggi ad abbassarsi a un tale livello, toccando nuovamente alla famiglia protagonista il lasciarsi trasportare dallo scorrere degli eventi. Parasite acquista, con la scoperta di un uomo recluso volontariamente e all’oscuro dei proprietari della casa nel bunker rimasto nascosto alla loro conoscenza, una venatura di dramma, non sentimentale o tendente ad impressionare, ma nutrito piuttosto di un’impudicizia e di uno sporco che sembra passato dalla società esterna alle quattro pareti di quell’invivibile tugurio.

Bong Joon-ho alza ora il livello della tensione, la posta in gioco non riguarda più soltanto una beffa messa in piedi per poter semplicemente guadagnarsi da vivere, ma diventa questione di sopravvivenza, di poter continuare con la propria sceneggiata cercando di reprimere in quel sottosuolo l’indicibile scoperta venuta alla luce. L’atmosfera thriller si allunga, si distende, si dilata. Percorre quella scalinata interna che connette bunker e dispensa, passaggi strettissimi che sembrano non dover mai finire, ma che sono poi soltanto pochi metri che dividono il trascorrere la propria esistenza come insetti a il viverla come esseri umani.

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Dunque altri scambi di ruolo, alternarsi di posizioni di potere che intercorrono tra stessi livelli di miseria, che diventano ancora più famelici nel loro tentare di mantenere una dignità che è solo questione di facciata, che è il bisogno di apparenza in un mondo di cui altrimenti non potrebbero mai fare parte. È la guerra tra ultimi messa in scena dal regista nel centro pulsante dell’opera, in cui non vanno risparmiandosi le bassezze e le crudeltà di chi farebbe di tutto pur di mantenere la propria vita in salvo. Un thriller che riguarda la lotta di classe tra fazioni similari, ma in cui è evidente che Joon-ho e Ji-won ricercano uno spettro generale, aperto ad un’intera situazione sociale.

Parasite Atto III: l’horror reale e quel fantasma di un altro mondoparasite, cinematographe

Così, avendo già superato due fasi della propria storia e avendo predisposto gli elementi per il proprio finale, la pellicola si macchia delle tinte di un horror che è quanto mai reale, un film dell’orrore perché causa dell’annebbiamento e della follia che trasporta verso la conclusione tutti i personaggi. Una sensazione di pericolo e terrore costante che avviene nel più innocente dei luoghi, nella più genuina delle manifestazioni: una festa di compleanno, un evento dedicato al più piccolo della famiglia Park e macchiato dall’incoscienza della disperazione.

Se era un fantasma ciò che aveva scosso profondamente il piccolo Da-song – preannuncio della terza differenziazione di genere nel film -, ecco che una figura altrettanto surreale e spaventosa partecipa ai festeggiamenti del bambino. Con la testa ricoperta di sangue e gli occhi fuori dalle orbite, proprio ad apparire come un essere proveniente da un’altra agghiacciante dimensione, il personaggio di Myeong-hoon Park va inquinando il giardino lindo e immacolato della casa dei signori Park, coltello in mano e passo spedito, aprendosi un varco tra gli ospiti vestiti dei loro bianchi abiti inamidati. Una sorta di possessione, una forza incontrollata che invade il personaggio e lo sospinge fino a provocare il rovesciamento definitivo degli avvenimenti. Un’immagine quasi di un altro mondo, quello sotterraneo mostratoci da Bong Joon-ho, dove qualsiasi umano può trasformarsi in mostro.

Se le convinzioni dei personaggi del film li portano a non fare più piani, visto che quelli destinati ad andare a segno sono sempre i non programmati, è nella precisione millimetrica della struttura di Parasite che va riponendosi la grandezza della propria portata cinematografica, pensata con accuratezza in ogni suo versante e funzionando pur distanziando così tanto i generi che vanno producendola. Una sola pellicola che permette di vivere un’occasione irripetibile, quella di poter assistere alla messinscena in sequenza di universi distanti eppure posti in sintonia tra loro sotto lo sguardo analitico di Bong Joon-ho, per uno dei migliori film della sua carriera.

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