Nino Manfredi: film e maschere di “uno di famiglia”

In occasione del centenario della nascita di Nino Manfredi ricordiamo i ruoli più significativi di uno dei più grandi attori italiani.

Manfredi ha qualche cosa di Totò e qualche cosa di Chaplin. Lavora molto di lima, ha molta misura, è un perfezionista molto attento agli effetti. La voce di Totò e Manfredi è un elemento direi decisivo della loro comicità. Certe facce fanno ridere perché sono costruite in un certo modo. Ma che si possa ridere per un’intonazione della voce è un fatto abbastanza misterioso”. Così Dino Risi nel volume Parla il cinema italiano a cura di Aldo Tassone descriveva Nino Manfredi, uno degli attori italiani più amati e popolari insieme agli altri “colonelli” Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, ovvero coloro che con i loro ruoli principali e più famosi hanno raccontato vizi e virtù dell’Italia e degli italiani. Quella voce della quale parlava Dino Risi è, infatti, una delle caratteristiche che hanno reso unico Manfredi: bastava un certo tipo di intonazione, una battuta detta con quel suo piglio scanzonato per provocare risate sguaiate, ma anche, cambiando il tono, per far commuovere. E ci riesce ancora mentre riguardiamo quel volto pulito e trasformista nei film che ha interpretato.

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Biografia e carriera di Nino Manfredi – “Uno di famiglia”

Nino Manfredi cinematographe.it

Nino Manfredi, nato a Castro dei Volsci (in provincia di Frosinone) il 22 marzo 1921, diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, una lunga gavetta come succede per i più grandi, ha interpretato spesso personaggi buoni e semplici, bonaccioni e provinciali schiacciati dalla vita o squisitamente comici. Se si chiede a qualcuno qual è il primo ruolo di Nino Manfredi che gli viene in mente quasi sicuramente risponderà il Geppetto dello sceneggiato Rai del 1972 Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini: l’interpretazione di Manfredi del falegname che desiderava disperatamente un figlio rimane alla storia per lo straziante realismo con il quale si cala nel ruolo di un padre continuamente in pena per Pinocchio, povero e umiliato dalla vita. È un sentimento popolare quello che ci fa commuovere nell’osservare le sue miserie, vestito di stracci, generoso e speranzoso che il suo burattino un giorno diventerà un bambino buono, sicuramente il Geppetto che Carlo Collodi aveva nella mente e nel cuore. E sempre in tema televisivo come non ricordare il simpatico e impiccione vecchietto di Linda e il brigadiere Nino Fogliani che per tre stagioni su Rai 1, dal 1997 al 2000, ci ha tenuto compagnia con le sue indagini rocambolesche intromettendosi nei casi della figlia Linda (Claudia Koll) commissario di Polizia. Un volto che è entrato nelle nostre case come uno di famiglia, il classico attore che lascia un vuoto quando va via per sempre come è accaduto il 4 giugno del 2004.

Nino Manfredi: i film dell’attore

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Nino Manfredi non è stato solo questo ma anche un attore che ha saputo interpretare ruoli sfaccettati, alcuni portatori di grande dignità e orgoglio, uomini che si sono fatti da soli, che hanno affrontato grandi difficoltà e grandi fatiche come il nonno di Manfredi emigrato in America che lavorava nelle miniere. Ma ci sono poi stati anche i personaggi scorretti e cattivi, sicuramente memorabili. Come il “suo” Giacinto Mazzatella, in Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola: accento pugliese, occhio guercio, sdentato, flaccido, crudele e dispotico, uno dei personaggi più ripugnanti del cinema italiano, forse il “peggiore” interpretato da Manfredi. Ambientato in una baraccopoli alla periferia di Roma nei primi anni ’70 il film narra le vicende di Giacinto e della sua altrettanto sudicia famiglia tra povertà, ignoranza e promiscuità. Quella borgata raccontata e idealizzata dai Pier Paolo Pasolini qui appare come senza speranza, sporca e cattiva appunto.

Un film grottesco e scorretto, quel genere che oggi sarebbe davvero difficile produrre senza andare incontro a polemiche infinite e senza urtare la sensibilità di qualcuno, che racconta un’umanità ai margini della società, senza valori né ideali. Un’unica passione: il denaro. Il turpe capofamiglia Mazzatella, infatti, custodisce gelosamente un milione di lire avuto come risarcimento per la perdita dell’occhio sinistro, arrivando anche a sparare a uno dei suoi figli perché sospettato di averglielo rubato. Ma per Giacinto non c’è limite al peggio: duro a morire anche dopo aver ingurgitato un piatto di pasta al veleno, costringe la nuora ad avere un rapporto sessuale con lui, porta a casa una prostituta e la impone come sua legittima consorte a tutta la famiglia, moglie compresa: “Ma com’è tua moglie?”, gli chiede l’amante, “Comprensiva…basta menaje!”, tanto per far capire il livello di scorrettezza del film. Un personaggio amorale e grottesco, emblema di un sottoproletariato cinico, ignorante e senza virtù, né speranze. Palma d’oro a Cannes per la Miglior regia nel 1976.

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O come non citare Armandino Girasole detto Dudù in Operazione San Gennaro (1966) di Dino Risi. Baffi, capelli impomatati e sguardo freddo Dudù è un napoletano sacrilego che organizza per conto di gangster americani il furto del tesoro di San Gennaro, santo intoccabile per il popolo partenopeo. Epica la scena in cui Manfredi arriva addirittura a chiedere direttamente alla statua del Santo il permesso per mettere a segno il colpo: “Ma che te ne fai di un tesoro? Tu qua stai bene, non ti manca niente! Invece con 30 miliardi possiamo fare cose da far schiattare di invidia a tutti!”. “Diciamo che Operazione San Gennaro riprendeva lo schema di I soliti ignoti spostando l’ambiente da Roma a Napoli – ha spiegato Dino Risi nel volume L’avventurosa storia del cinema italiano raccontata dai suoi protagonisti: 1960-1969 a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi – poi c’era il contrasto tra americani e italiani, la gran parte delle gag nasce da lì”. Infatti la chiave vincente di questa commedia all’italiana “del colpo grosso” sta nel comico contrasto tra la “professionalità” americana e lo stile di vita dei napoletani (e italiani in generale) con le loro superstizioni e contraddizioni, dediti all’arte di arrangiarsi.”

Nino Manfredi – Comicità e dramma per raccontare gli italiani

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Sempre con Dino Risi due anni dopo Nino Manfredi girerà uno dei suoi film più amati interpretando Marino Balestrini in Straziami ma di baci saziami, parodia dei fotoromanzi, che cita con ironia anche Il dottor Živago, racconta con una comicità raffinata e irresistibile la storia d’amore travagliata tra Marino e Marisa (Pamela Tiffin), ostacolata prima dal padre di lei e poi dal marito sordomuto interpretato da un clamoroso Ugo Tognazzi. Manfredi con un esilarante accento ciociaro parla un italiano stentato fingendosi acculturato e citando canzoni popolari come se fossero poesie di Leopardi e con la sua amata Marisa tenta anche il suicidio di coppia su dei binari, salvo poi finire alle mani con il conducente del treno fermatosi in tempo per non travolgerli. Memorabile anche la scena durante una festa in maschera quando Manfredi vestito da spagnola e Tognazzi da indiano d’America si scatenano in un “appassionato” tango.

Tutte le sfumature di Chaplin in Pane e cioccolata

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In Vedo Nudo, di nuovo diretto da Dino Risi, il classico film ad episodi molto in voga nella commedia italiana degli anni ’70, Manfredi interpreta ben sette personaggi diversi con la sua solita maestria. C’è il contadino ciociaro accusato di aver abusato di una gallina, il voyeur, il feticista e anche il travestito nell’episodio Ornella, nel quale, precorrendo di gran lunga i tempi, Dino Risi tratta con delicatezza il tema dell’omosessualità e Manfredi dà alla “sua” Ornella tanta tenerezza e ironia. “Vedo Nudo serve un po’ a sdrammatizzare il sesso – spiegò il regista – operazioni di questo genere hanno anche una funzione “moralizzatrice”. Quanto più si dà libertà di circolazione al sesso, tanto più si fa opera socialmente utile, perché è il pubblico che da solo poi si libera da queste ossessioni”.

E in quanto a film che hanno saputo raccontare storie drammatiche con amara comicità uno tra quelli fondamentali nella filmografia di Nino Manfredi è sicuramente Pane e Cioccolata di Franco Brusati (1973): l’attore attinge dalla sua esperienza di figlio di immigrati per interpretare un intenso Giovanni Garofoli, immigrato ciociaro in Svizzera, che si scontra con la dura realtà che vivevano gli stranieri all’epoca (e anche oggi) continuamente vessati, ma che affronta quelle avversità con caparbietà e ironia. “Pane e cioccolata è un film nel quale Nino Manfredi dà vita a veri e propri lampi chapliniani, capace di intrecciare diversi registri, vette di comicità, da grande mattatore quale era e grazie al suo efficacissimo uso del dialetto ciociaro, e momenti di profonda commozione”, ha racconta il direttore della Cineteca di Bologna, Gian Luca Farinelli, che proprio nel giorno nel quale l’attore avrebbe compiuto 100 anni, rende il film disponibile sulla piattaforma online della Cineteca in versione restaurata.

Uno, nessuno, cento Nino

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Uno, nessuno, cento Nino recita il titolo del recente documentario scritto e diretto dal figlio Luca che racconta il padre da diversi punti di vista: un titolo azzeccato per riassumere la carriera di Nino Manfredi che è stato anche Pasquino, la famosa “statua parlante” voce risorgimentale del popolo romano contro il potere, nel film Nell’anno del Signore di Luigi Magni, con il quale l’attore instaurò una grande amicizia e una lunga collaborazione, Rugantino a teatro, altro emblema di Roma, autoironico in uno degli episodi più esilaranti di Grandi Magazzini di Castellano e Pipolo nel quale interpreta l’attore fallito e alcolizzato Marco Salviati, il venditore abusivo in Cafè Express di Nanni Loy; regista di film come Per grazia ricevuta e Nudo di donna con un bellissimo esordio con l’episodio L’avventura di un soldato, tratto da un racconto di Italo Calvino, nel film collettivo L’amore difficile nel quale dirige sé stesso interpretando il soldato che ha una fugace e passionale avventura con una vedova su un treno: anche qui si vedono le influenze di Charlie Chaplin nell’attore che senza proferire parola, attraverso la straordinaria mimica, comunica tutto il desiderio verso la donna e la frustrazione per i piccoli ostacoli che impediscono loro di rimanere da soli. E poi è anche stato un cantante incidendo diversi successi tra i quali il famoso brano di Ettore Petrolini Tanto pe’ cantà che Manfredi ha reso per sempre suo.

C’eravamo tanto amati: Nino come Antonio

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Non si può, però, non citare alla fine di questa lunga carrellata uno dei ruoli più importanti per l’attore e forse quello che rappresenta meglio anche il suo spirito, il suo modo di essere: Antonio in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola film corale del 1974, ritratto appassionante, autentico e commovente di una generazione, che racconta trent’anni di storia italiana, sempre con il suo piglio amaro ma ironico, pieno di sentimento, come il suo cinema e quello di altri autori hanno saputo fare per tanto tempo.

Indimenticabili, infatti, i tre amici Antonio, Gianni (Vittorio Gassman) e Nicola (Stefano Satta Flores) tre partigiani che combattono insieme per la liberazione ma dopo la fine della seconda guerra mondiale i loro destini prenderanno strade diverse: Gianni si arricchirà ma avrà un’esistenza infelice, priva di veri affetti, e Nicola, l’intellettuale con la passione per il cinema inseguirà invano il suo sogno di fare carriera nel campo culturale. Il portantino comunista Antonio è un personaggio che non viene mai meno ai suoi ideali, buono, romano verace, lavoratore instancabile che insegue per tutta la vita il suo grande amore Luciana (Stefania Sandrelli) fino a sposarla, simbolo di quell’Italia migliore e genuina che ha vissuto la guerra, la povertà, la fame ma anche uno dei momenti più belli, quello della ricostruzione e della rinascita. Nino Manfredi, come Antonio, con la sua storia personale, i sacrifici, il talento coltivato, la passione per il suo lavoro, i suoi personaggi, il suo essere “uno di famiglia”, incarna in pieno queste caratteristiche che lo rendono uno dei volti indimenticabili del cinema italiano.

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