Era il 1977 quando Nino Manfredi viene scelto da Armando Testa, storico pubblicitario di Lavazza, come testimonial in carne e ossa di quello che era a tutti gli effetti uno status symbol, un “valore” italico: il caffè. Nino Manfredi è il personaggio giusto, è stato uno dei Mostri del cinema italiano ed è poi rimasto uno dei volti più noti della settima arte tra gli anni Sessanta e Ottanta. Manfredi è stato scelto perché è un attore rassicurante, un volto familiare, un personaggio senza l’ardimento romanesco di Sordi, né l’eleganza senza tempo di Gassman e non rappresenta neppure il “borghesotto” maneggione di Tognazzi. Lui rappresenta la sintesi perfetta tra simpatia – quasi involontaria, quasi dettata dalla sorte – e tragicità tipiche della commedia all’italiana che ci ha definiti e ha definito la nostra storia. Il suo carattere comico, espressivo e rassicurante lo rende perfetto per incarnare il caffè che entra nella nostra casa, nella nostra cucina, che completa i nostri pasti, che spezza i pomeriggi fumando una sigaretta.

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Nino Manfredi e la commedia italiana

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Saturnino Manfredi, in arte Nino, nato il 22 marzo del 1921 a Castro dei Volsci, mostra fin da subito un talento sincero, diretto, recita in punta di piedi come se chiedesse scusa di esserci, come se fosse lì per caso. Si laurea in legge solo per accontentare la famiglia e si diploma all’Accademia d’arte drammatica di Roma, da lì ha inizio la sua avventuroso storia. Dimostra di aver un’anima sensibile, solitaria ma anche per certi versi ribelle: è figlio di contadini, in seguito grazie al padre che diventa maresciallo in polizia, si trasferiscono a Roma, scappa più volte dal collegio religioso, contrae la tubercolosi, cresce in sanatorio e qui, assistendo a un’esibizione della compagnia teatrale di De Sica, si innamora della recitazione e decide che questo sarà il suo lavoro.

Se Sordi è un attore di un talento inarrestabile mediato da una naturalezza che colpisce, Gassman ha un eleganza che lo fa essere a tratti un meraviglioso guascone che punta sulla finzione per poter concupire le ragazze, a tratti un falsario che rubacchia per sbarcare il lunario, Tognazzi è un finto ricco che ha perso tutto, un milanese intraprendente a cui spesso le cose vanno storte, Manfredi mostra la stessa semplicità dell’amico della porta accanto incarnando i figli di una terra non sempre bonaria. L’attore è un comico quasi triste dentro, una sorta di clown bianco che ha saputo conquistare il grande pubblico e i grandi registi con la stessa apparente semplicità dell’amico della porta accanto, ha lavorato con i più grandi. Il suo è un talento impastato con la tenacia, la concretezza e il sudore, ha un’espressività forte, dettata da una mimica interessante, è eclettico e riesce benissimo a ritagliarsi il proprio spazio nella commedia all’italiana tra i Mostri di cui fa parte, tra i colonnelli che canonizzano i difetti che tutti abbiamo.

Manfredi, come i colleghi, ha saputo radiografare e dilatare bassezze e mali, costruire un affresco sfaccettato dell’italianità tutta. Lui è forse più di tutti l’italiano medio, rappresenta nei suoi film l’uomo mediocre che non punta troppo in alto perché sa che la caduta sarebbe rovinosa. Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi si prendono per mano e fanno grande il cinema italiano.

Nino Manfredi e Alberto Sordi

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“La scuola che abbiamo fatto noi, non l’ha fatta nessuno e si sente che Sordi non ha nessuna scuola e che viene dalla strada. Va benissimo! Ma c’hai il soffitto basso e prima o poi ti fermi, come gli è successo a lui. Secondo me lui non ha letto Stanislawski e non sa manco chi è Cechov…Sordi è un personaggio, io sono un attore, perché faccio tanti personaggi.”

Manfredi lo sa, Sordi ha un talento naturale, di molto superiore al suo – definisce il proprio un talento medio – ma se lui stesso ha raggiunti buoni risultati con lo studio, l’impegno, la sinergia di vari elementi, Sordi, secondo Manfredi, non ha mai approfondito quel dono rimanendo fermo in una sorta di status quo. Il vitellone per antonomasia è stato suo amico, compagno di lavoro, ha frequentato casa Manfredi ma ad un certo punto qualcosa nel loro rapporto e nel loro sodalizio si rotto. I due sono diversi e concepiscono il lavoro in maniera differente. Nino è chi deve interpretare, non porta sullo schermo Saturnino e neppure Manfredi, non è una maschera, al massimo la indossa; mentre secondo lui il suo lavoro è quello di interpretare, dare forma all’italiano e alla storia italiana, Sordi invece rappresenta al massimo la storia di un romano.

Se Manfredi studia, si prepara, costruisce il personaggio, Sordi va “a sentimento” con la naturalezza che lo ha sempre contraddistinto. Nel ’68 in Angola sul set di Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparsi in Africa? (Scola, 1968) – in cui interpreta il cognato di Alberto Sordi, scappato dalla frenetica Italia del boom economico per vivere lì – l’attore di Volsci lo incalza interrogandolo sul motivo per cui non si prepara e non capisce che questa è la forza del grande Albertone. Due talenti e modus operandi differenti che hanno segnato la loro amicizia per molti anni; Sordi da questo momento in poi non ha più voluto lavorare con l’amico e collega (“Se c’è Manfredi, non lo faccio”) o almeno se presenti su un set i due non avrebbero dovuto mai incontrarsi – nasce da lì la celebre frase: “Vede, io sono anziano e Manfredi è un mio coetaneo. Soffro di certi doloretti, e sa, sono cose che possono accadere ad una certa età, perché alla nostra età o ti prende alle gambe oppure alla testa. A Nino, evidentemente, non lo ha preso alle gambe”. Sordi avrà sì indossato una maschera, ma una maschera amata, sentita dal suo pubblico che si rivedeva in lui, in un uomo, un amico che non ha mai mentito, che ha sempre raccontato ciò che conosceva: è stato figlio, padre, nonno. Anche Manfredi è stato tutto questo ma il lavoro che i due hanno fatto è quasi agli antipodi, non per questo l’uno vale meno dell’altro.

Se Sordi è stato Lo sceicco bianco (Fellini, 1952), l’inetto di Un americano a Roma (Steno, 1954), l’emblema di un’intera nazione, dal canto suo Manfredi è stato l’impiegato, Il padre di famiglia (Nanni Loy, 1967), uomini che sentivano tanto quanto quelli di Sordi la messa in discussione della virilità e potenza maschile di un maschio e di uno Stato che stava subendo trasformazioni sociali, politiche, culturali e sessuali.

Durante i funerali di Sordi, Manfredi, ricostruendo ciò che, a tratti, durante la vita, si era incrinato, saluta l’amico così: “Albe’, lasciami un posto in Paradiso, così continuiamo a scherzà, sennò m’annoio…”.

Nino Manfredi e Vittorio Gassman

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Si prenda ad esempio Il gaucho (1964) in cui Gassman e Manfredi lavorano insieme: Gassman è Marco Ravicchio, forte, sicuro di sé, potente anche quando mente, interpreta il Mattatore, un ambizioso ideale maschile, bello e seducente anche quando è povero e senza lavoro, anche quando perde tutto, è un cinico uomo comune che usa, si prende gioco dell’amico. Manfredi è Stefano Liberati, è umile anche quando ha ragione, è insicuro anche quando fugge, da lui che lo insegue, perché si vergogna, succube di colui verso il quale ha sempre avuto stima e rispetto. Nell’incontro tra Marco e Stefano ci sono due identità e due forze diverse ma c’è anche tanta nostalgia per ciò che avevano sperato e che non hanno raggiunto: il personaggio di Gassman è l’incube, è quello che vince anche quando perde pur mettendo in luce l’ipocrisia della mascolinità borghese, quello di Manfredi invece è la rappresentazione di uno come tanti, lui dice tutto, svela ogni sua fragilità, sembra ancora più disperato, ancora più povero, ancora più umile.

Sono vari i film a cui lavorano insieme, oltre a Il gaucho, Audace colpo dei soliti ignoti (Nanni Loy, 1959), c’è C’eravamo tanto amati (Scola, 1974) in cui i due attori raccontano trent’anni della nostra storia, dalla guerra di liberazione alla fine degli anni Settanta, attraverso la vita di tre amici – Manfredi, Gassman e Satta Flores – e gli amori.  Al centro del film c’è una donna, Luciana interpretata da Stefania Sandrelli – con cui aveva lavorato anche in Io la conoscevo bene (Pietrangeli, 1965) dove Manfredi è il suo agente, bugiardo e furbo – che lega i tre amici e che spezza la loro amicizia.

Con Gassman Manfredi ha sempre avuto un ottimo rapporto – su molti set si sono incrociati -: l’attore teatrale, prestato al cinema, era uscito dall’accademia un paio di anni prima di Manfredi, aveva messo su la compagnia con Evi Maltagliati e dovendo scegliere alcuni attori per uno spettacolo prese proprio Nino. Si narra che durante le prime prove, Nino era molto timido, che fece scena muta ma Gassman gli è stato solidale dicendo che “parla e quando parla si fa ascoltare”. Al funerale di Vittorio, Manfredi commosso ricorda il compagno di tante avventure sia nella vita che al cinema come colui che lo “ha messo in scena”.

Nino Manfredi e Ugo Tognazzi

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Tognazzi è un uomo schietto, spontaneo, con senso dell’umorismo fuori dal comune, non a caso uno dei registi con cui lavora di più è Ferreri. L’attore diceva: “siamo poveri, ma con le tasche piene di denaro”, intorno a questa battuta si può costruire anche il suo personaggio. Rappresenta un uomo che ama la vita nonostante sia agra, la cucina con le sue “grandi abbuffate”, le donne di cui ha una “voglia matta”, diventa marito adorante di un’ape Regina, un “magnifico cornuto” di una moglie troppo bella, a suo dire.

Si prenda ad esempio Straziami ma di baci saziami (Risi, 1968) in cui i due recitano insieme: Manfredi rigoroso incarna Marino, Tognazzi l’istrionico e folle dà corpo al meraviglioso, muto, sig. Umberto Cicero – in cui c’è già un po’ di Il vizietto ad esempio. In queste due interpretazioni si comprende perfettamente che i due attori sono molti diversi. Come racconta Risi: “Nino era un professore della scienza della risata. Tutto calcolato, ma in modo che sembrasse naturale. L’esatto contrario di Ugo, attore ruspante, se mai ce ne furono”. Manfredi è un soldato, arriva prima di tutti per paura di non essere puntuale e sa non solo le sue battute ma anche quelle degli altri. Il figlio di Manfredi racconta che, durante le riprese di uno dei film, Ugo arriva sul set senza sapere la sua parte e Nino indispettito inizia a recitare le battute sue e quelle del compagno che faceva scena muta. A quel punto se ne va dicendo: “Vabbè, adesso vado al camper. Quando questo signore ha imparato la sua parte, mi chiamate”.

Inevitabilmente la rigidità di Manfredi, figlia della scuola, di quella terra da cui proviene, crea una frattura tra i due, rovinando quella che è stata fin dall’inizio una grande amicizia. L’attore Manfredi non può sopportare Tognazzi goliardico, caciarone, non pronto, distante dal modo in cui lui intendeva il cinema. Proprio per questo suo carattere è Tognazzi a ricucire un rapporto con l’amico e collega invitandolo ad un torneo di tennis a Torvaianica.

Nino Manfredi: un attore che diventa patrimonio per il nostro paese

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La carriera di Nino Manfredi, grazie alla sua capacità interpretativa e al lavoro dei registi, è una sorta di patrimonio, assieme ai suoi colleghi, per il nostro paese. Nino Manfredi non è solo un interprete è stato capace di trovare il suo posto, di abitarlo e narrarlo, è riuscito a costruire il suo personaggio con garbo e studio. I protagonisti delle sue pellicole, da L’impiegato (Gianni Puccini, 1960) a Il padre di famiglia, fino alla maturità con Per grazia ricevuta (Nino Manfredi, 1971) sono “antieroi”, uomini semplici pieni di difetti, ma che con le proprie manchevolezze dimostrano la loro umanità. Manfredi con una recitazione leggera e ironica, si fa metafora dei cambiamenti sociali, culturali e politici non solo degli anni ’60, pensiamo a Pane e cioccolata, film di Franco Brusati del 1974 in cui interpreta un migrante italiano che cerca fortuna in Svizzera, umiliato e maltrattato come tanti altri, che avevano come unica colpa quella di essere poveri.