Da dove si comincia a scriverne quando a lasciarci è Ennio Morricone? Compositore, maestro di cinema che ci ha lasciato il 6 luglio, di lui restano centinaia di colonne sonore, un mondo di note e accordi che hanno fatto la fortuna sia di registi esordienti che di grandi nomi del firmamento cinematografico. “La musica racconta, specialmente nel cinema, quel che nella storia non c’è”. Rivelò in un’intervista qualche anno fa. “È il racconto dietro la storia, quel che il regista non può raccontare lo fa il compositore. Questa è la musica nel cinema”. Noi le chiamiamo emozioni. Fili diretti e invisibili che connettono, complice una magica assenza di filtro, l’anima dello spettatore al film. E se l’alchimia funziona, quel triangolo tra musica, film e pubblico diventa un unicum, qualcosa d’inscindibile. Emozioni, appunto. E nei capolavori si può arrivare al mito. Questi fili, i fili pentagrammatici di Morricone, abbondano nella sua storia, perché ora che è finita quella terrena, rimarrà per sempre quella artistica. Ma soprattutto le emozioni che il Maestro ha saputo donarci.

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Ennio Morricone – I titoli di testa, il rock e Sapore di sale 

ennio morricone Cinematographe.it

Diplomato in tromba al Conservatorio di Santa Cecilia, Morricone è stato un romano doc. Non solo un tifoso novantaduenne della Roma, ma anche dotato di un’ironia accattivante che ha messo in tante sue opere. Pensiamo alle canzoni da menestrello che musicò per Pier Paolo Pasolini nel suo Uccellacci e uccellini nel 1966, dove i pezzi di apertura e chiusura erano cantati in rima da Domenico Modugno. Così la sua versatilità tra i generi musicali, prima ancora che cinematografici ha tenuto banco nella sua carriera. Non solo arie evocative come Il tema di Jill, scritto per C’era una volta il West, o l’utilizzo rivoluzionario del fischio di Alessandro Alessandroni come vero e proprio strumento solista su orchestra a definire il midollo degli western diretti Sergio Leone.

Con oltre 500 colonne sonore all’attivo si fatica quasi a ricordare che Morricone ha musicato anche diversi brani pop che hanno fatto la storia della musica italiana. Uno su tutti, il Sapore di sale di Gino Paoli conteneva già quel modo velatamente sincopato di accarezzare certe note trasmettendo pura epicità. Uno stile che diventa rock nella commedia di un ragazzotto esordiente alla regia nel 1980 – piccola curiosità, affiancato da un compagno di classe delle elementari di Morricone. Il ragazzotto era un giovanissimo Carlo Verdone e l’ex-scolaretto il creatore dello Spaghetti Western Sergio Leone. In Un sacco bello Verdone sbucava in mutande e zoccoli da una doccia vaporosa, si vestiva a tempo di rock e montava sulla sua Spider per tentare di sfrecciare verso la Polonia. Qui Morricone si diverte a marcare la sezione ritmica con il basso elettrico e poi aggiungendo il miagolio graffiante di chitarra, un vero mitragliatore che presagisce tutte le gag che inchioderanno quel film nella storia della commedia italiana e nell’immaginario pop sul coatto romano da manuale. “Sto rock po’ esse fero o po’ esse piuma, oggi è stato piuma”, avrebbe detto Mario Brega. Infatti, guardando a tutt’altro genere, è in Quattro mosche di velluto grigio che diventa “ferro”. Il maestro affonda gli artigli in un vorticoso giro di batteria per un funk-rock anni settanta acidissimo per introdurci al thriller di Dario Argento. L’organo Hammond, la durezza di basso e chitarra utilizzati come intro preludono a una storia implacabilmente densa di mistero ed efferatezze.

Le più grandi emozioni: Mission, Tornatore e Gli Intoccabili

Ed eccoci alle emozioni più classiche lasciateci da Morricone. Un giorno d’estate, mentre ero al porto di Cefalù tanti anni fa, scoprii che lì si erano baciati sotto la pioggia nella sequenza del cinema all’aperto Totò ed Elena, i protagonisti di Nuovo Cinema Paradiso. Chi conosce il luogo potrà riconoscere la location. A parte l’Oscar che consacrò Giuseppe Tornatore, qui i temi del musicista parlano d’amore in maniera alta. Ricerca, conquista, rifiuto, l’addio tra uomo e donna. Ma anche il rincorrersi tra spettatore e cinema, dove l’addio però diviene semmai un nostalgico arrivederci pieno d’affetto con il finale sui baci tagliati dal parroco moralista di Leopoldo Trieste. O, nella sequenza della storia del soldato e della principessa, dove gli archi entrano leggeri tra le parole di Philippe Noiret (lì in realtà doppiato da Vittorio Di Prima). Sono i crescendo del genere che rendono un film grande cinema. Un personaggio parla, o fa qualcosa con concentrazione e da lì inizia pian piano a sgorgare anche musica, che come un fiume finirà per diramarsi e rapire lo spettatore.

Un meccanismo simile accade anche in The Untouchables, nel 1987. Per Brian De Palma Morricone musicò il gangster movie sulla guerra urbana contro Al Capone. Un Robert De Niro definitivo e accompagnato da tanto oboe e tanto fagotto per un ritmo alle ghette e mitragliatrici che sintetizzò i temi di giustizia, indagini, criminalità, morte e rivincita. Memorabile però è la sequenza dell’attentato al vecchio sbirro scozzese interpretato da Sean Connery. Si passa dalla staticità al thrilling, gli archi negli interni interrotti dalla mitragliatrice, un pianto di bambino lontano, l’operetta in montaggio alternato e poi alla tragedia, l’addio in due sole arie. I fiati sul commissario Ness di Kevin Costner che raggiunge l’amico. Più intima del celebre assassinio del piccolo Dominik in C’era una volta in America, dove Noodles e la sua gang fuggivano in slow motion dagli spari di un criminale, due delle sequenze di dipartita più commoventi del cinema di sempre.

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Ma nel cinema di Morricone abbiamo anche la rinascita, il perdono e l’eroismo che germogliano da un cuore di ferro come quello dello spadaccino De Niro in The Mission di Roland Joffe. Convertitosi al cristianesimo, il conquistador Mendoza da spietato assassino ridiventa uomo. La fatica immane del percorso penitenziale attraverso la foresta, il dolore e la risolutezza del protagonista e il perdono degli Indios lo scrivono archi, clarini e oboe di Morricone. Il resto è da rivivere ascoltando questo cinema.

 

Ennio Morricone: gli Oscar e gli ultimi concerti

Il fatto che Hitchcock e Kubrick non vinsero mai un Oscar dimostra che i grandi del cinema non ne hanno bisogno. Morricone ne ha vinto uno Onorario nel 2007, e finalmente uno per la colonna sonora di The Hateful Eight al fianco di Quentin Tarantino, soltanto nel 2016. Quanti ne avrebbe meritati, ma soprattutto, cosa avrebbero cambiato al segno che lascia al mondo? “Faccio una confessione, importante. Ma non l’ho detto a nessuno”. Disse in un’intervista per questo film su Tv2000, imbeccato da Fabio Falzone. “Mi dispiace di non parlare inglese, mi dispiace non comandare i sintetizzatori… Quegli apparecchi con cui tutti lavorano così”, mimando con dolce goffaggine la battitura al pc, ma venendogli fuori più le movenze di un pianista che un sound designer. “Io non so fa’ niente. Certe volte non apro nemmeno il telefonino”.

Nel 2019 Ennio Morricone non era in perfetta forma, ma nonostante questo riuscì a tenere alcuni concerti di commiato per salutare il suo pubblico. Proprio nel giorno della sua scomparsa è emersa anche una lettera con le sue ultime volontà sui funerali e i saluti ai suoi cari. Come dire, precisissimo e inappuntabile fino alla fine. Tarantino e Tornatore dovranno trovarsi nuovi compositori, ma quelle emozioni resteranno eterne nei nostri cuori ancor meglio che negli spartiti del Maestro Morricone, perché continueremo a guardare i suoi film e ad ascoltare la sua musica rapiti come Noiret e il piccolo Totò Cascio guardavano dalla finestra il cinema proiettato sui palazzi della piazza in Nuovo Cinema Paradiso.

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