È stata la mano di Dio non è un capolavoro? I perché di un Leone d’Oro mancato

Facciamo le pulci all’ultimo di Sorrentino. Qualche considerazione sulla collocazione di È stata la mano di Dio all’interno della filmografia del regista e un confronto con L’Événement, Leone d’Oro a Venezia, film sempre autobiografico, ma (forse) di più ampio respiro.

A tre mesi, quasi quattro, dal Festival di Venezia, in cui ha vinto il Leone d’Argento, È stato la mano di Dio, dopo un passaggio al cinema che doveva essere breve ma si è allungato, entra nel catalogo Netflix: diventa finalmente disponibile anche per chi, da tempo, ha salutato l’abitudine di raggiungere una sala cinematografica per godere di una visione ampliata dal grande schermo. Il film è eccellente e piacerà, se non proprio a tutti, di certo non soltanto ai sorrentiniani della prima ora: il linguaggio utilizzato è accessibile e il ritratto di famiglia che viene allestito, tra bizzarrie e dolori levigati dall’inclinazione allo scherzo, non può non sedurre. 

Al centro di tutta la costruzione, meno estetizzante e più narrativa, con poche opacità da eccesso di cripticismi e ancor meno concessioni al simbolico, di cui si avvale più che altro nella rappresentazione dei corpi, vi è un dolore: non solo quello, lancinante, di perdere i genitori quando ancora si avrebbe bisogno di loro, vale a dire sempre ma ancor più di sempre se non si è ancora compiuta la maggiore età, ma anche la fatica della separazione, di seguire la linea del taglio che allontana dal nido, in fondo sempre mitizzato, il luogo del sogno e del possibile, il regno a moto ondoso, non sempre lieto, ma sempre più lieto di ciò che c’è fuori, dell’infanzia. 

È stata la mano di Dio: Sorrentino è diventato (troppo) grande

The Young Sorrentino: Fabio Schisa/Paolo Sorrentino, adolescente negli anni Ottanta, interpretato da Filippo Scotti

Sorrentino è diventato grande, nel duplice senso anagrafico e valoriale, e ora può compiere il viaggio di ritorno a casa, senza temere di subirne ancora la malia: la paura di esserne risucchiato è scomparsa e allora ecco che può sfidare il fantasma, il mito dei genitori, perduti troppo presto e, per questo, mancati come esseri umani deperibili, resistenti nell’immaginario quali creature ancora vitali, ammaccate, ma non consumate dal tempo lungo del finire. 

Dalla sua maturità – di uomo e d’artista – Sorrentino ha guadagnato una maggiore familiarità con l’essenziale e perso quella con il suo contrario, l’in-essenziale, quel superfluo e quel superficiale che così tanto sembrano affollare gli altri suoi film e che, forse, nel moltiplicare gli strati in orditi percepibili e orditi a diverso grado di profondità, rappresentava insieme la sua impronta, il graffio singolare, e l’occasione per lo spettatore di confrontarsi con un’opera mai chiusa, un banchetto che sostituisce continuamente le sue pietanze, solleticando di tanto in tanto sempre nuovi appetiti. 

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L’orfanezza di Lenny e quella di Paolo-Fabietto

Il Papa sexy (e orfano): Jude Law interpreta Lenny Belardo

L’orfanezza di Lenny Belardo/Pio XIII, il Papa giovane e sexy interpretato da Jude Law in The Young Pope, ci appare così molto diversa da quella di Fabietto Schisa: entrambi sono stati ‘abbandonati’ dai genitori (o così si sentono, e ciò sembra valere anche per il Papa supplente di The New PopeSir John Brannox/Giovanni Paolo III, rinnegato dai genitori dopo la morte del gemello), ed entrambi insieme rifiutano quell’abbandono e vi si identificano, cercando in esso l’alibi per nascondersi alla vita. Eppure, l’orfanezza del primo riesce, più di quella del secondo, a divenire orfanezza di tutti, a tradursi nell’inseguimento di un dio che non è il dio cattolico e nessun dio in particolare, ma l’intimo, tormentoso, sospetto di un’insufficienza.

Sebbene Sorrentino metta Dio nel titolo – e sì, c’entra Maradona, ma non solo –, in questo ultimo film rinuncia alla spiritualità che aveva innervato gli altri, perché in fondo rinuncia a rappresentare il mistero della vita per concentrarsi sul suo, oggetto ugualmente domestico e imprendibile, per una volta privo di una mediazione, di un’alterità fittizia che faccia sia da diaframma sia da dilatatore. È stata la mano di Dio è un film che incanta e a tratti commuove, che riesce a tenere avvinti, ma non sembra sfiorare mai l’universalità delle opere sorrentiniane che lo precedono, restando confinato lì, in quella Napoli neppure tanto metafisica, membrana elegiaca d’infinite meraviglie, ma talvolta anche pellicola troppo stretta. 

Il mancato primo premio: al confronto con L’Événement 

‘L’Événement’ di Audrey Diwan, vincitore del Leone d’Oro allo scorso festival di Venezia.

Capiamo allora perché L’Événement, in Italia distribuito con il titolo La scelta di Anne, gli abbia “soffiato” il Leone d’Oro all’ultimo Festival di Venezia: tratto da un libro autobiografico di Annie Ernaux, riadattato per lo schermo da Audrey Diwan, che come Ernaux ha avuto nella sua vita un’esperienza d’aborto, il film riesce nell’impresa di seguire la vicenda aderendo – letteralmente, con soluzioni registiche intelligenti proprio perché viscose ma scarne, nel contempo non edulcoranti e non voyeuristiche – alla pelle e, così, ai sentimenti, perlopiù di impotenza e umiliazione, della giovane protagonista rimasta incinta, e insieme scostandosene, uscendo da lei.

La storia di Anne si fa così storia di tutte le altre Anne, quelle che negli anni Settanta volevano abortire e non hanno potuto farlo in spazi e modi sicuri a causa di una legge ostativa, e quelle che, ancora oggi, sperimentano la fatica non tanto di una scelta – tenere o non tenere un bambino? –, ma del confronto con la propria responsabilità di non farsi madri ora, nel momento in cui capita di poterlo diventare. È stata la mano di Dio è molto più di un film autobiografico, è, paradossalmente, un piccolo opus magnum, eppure scoraggia i giochi di rispecchiamento: sembra esserci troppo Sorrentino in Sorrentino, e questa volta non per eccesso di stile, ma per difetto di sublimazione. 

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