La Corea del Sud è, al giorno d’oggi, una realtà utopica e paradossale, più figlia di un ossimoro culturale e geografico che di un logico percorso storico. Una realtà che confina con uno dei regimi più dittatoriali e rigidi del mondo, con cui è, tra l’altro, ancora formalmente in guerra, e capace in quarant’anni di passare da una repubblica autoritaria e repressiva a diventare la quarta potenza economica dell’Asia, per di più grazie ad una rivoluzione nata da un focolaio studentesco e improntata sulla democrazia e sulla cultura.

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Bong Jon-hoo, così come i coetanei Kim Ki Duk e Park Chan-wook, è uno dei figli di questo incredibile exploit sociale e culturale perché, come loro, appartiene ad una generazione testimone di un cambiamento storico di una ricchezza contenutistica fuori dal comune.

Bong Joo-Ho, cinematographe.it

L’ultimo dei prodotti usciti da questa neoterra dei sogni è il suo Parasite, una pellicola bellissima, famelica, potente e vivace, che riesce a racchiudere la forza della poetica cinematografica sudcoreana, basata sulla modernità e l’internazionalità del linguaggio filmico, con delle tematiche strettamente legate alla storia del Paese.

Esso è solo l’ultimo dei film sudcoreani che hanno riempito questa stagione cinematografica italiana dopo Mademoiselle (uscito nel 2016, ma distribuito nel nostro Paese solo quest’anno) di Chan-wook e Burning – L’amore brucia di Lee Chang-dong, ma ha anche spopolato sia negli USA, che al Festival del Cinema di Cannes 2019, dove è ufficialmente divenuto la prima Palma d’Oro sudcoreana.

Parasite: ritorno alle origini

Dopo la parentesi (lunga) nel cinema americano, composta da Snowpiercer (2013) e dal film Netflix Okja (2017), Boong Joon-ho torna alle origini con Parasite, una commedia nera, anzi nerissima, con dietro una produzione nazionale e con un cast interamente sudcoreano, capitanato dal suo attore feticcio Song Kang-ho, lo straordinario interprete con il quale iniziò a collaborare nel 2003 per Memories of a Murder, ma che ha anche dato una grandissima prova recitativa in The Host del 2006. Affiancato da un mix equilibrato e accattivante di giovani attori dal talento cristallino ed interpretazioni adulte funzionali e di altissimo livello.

La famiglia Kim, padre, madre e due figli, vive nei sobborghi di Seul, in un seminterrato (più interrato che semi) in cui ci si accalca per trovare un punto della casa in cui prenda il wifi dei vicini e in cui si cerca di sbancare il lunario piegando cartoni della pizza. Eppure, nonostante la tragica condizione in cui versa la famiglia, i suoi membri sono tutt’altro che degli ingenui sempliciotti, motivo per cui basterà l’apparizione di un deus ex machina piovuto dal cielo a ribaltare completamente la loro situazione.

Parasite, cinematographe.it

Parliamo del migliore amico di Ki-woo, il primogenito della famiglia, il quale gli proporrà di occuparsi in sua vece delle ripetizioni della figlia maggiore dei ricchissimi coniugi Park, nonostante il ragazzo, sebbene molto colto, non sia iscritto al college per motivi (capirete bene) economici.

Il dato è tratto. Ki-woo falsifica un paio di documenti con l’aiuto della sorella Ki-jeong e riesce a farsi assumere, compiendo il primo passo della graduale, ma prepotente invasione della povera e scaltra famiglia Kim nella vita della ricca e ottusa famiglia Park. Uno scontro che dal piano intellettivo passa presto a quello sociale, rappresentato metaforicamente dalla meravigliosa villa in cui abitano i Park, che dietro (o meglio sotto) il suo divino giardino e i suoi lussuosi ambienti, cela un segreto che solo chi è disposto a vivere come un parassita può raccontare.

Come fu per Park Chan-wook con Joint Security Area del 2000 o, più recentemente, con Il prigioniero coreano di Kim Ki Duk, la Corea del Sud torna a parlare di se stessa e della sua storia politica e sociale, ma con uno sguardo stavolta risoluto e consapevole delle proprie forze e con un linguaggio sprezzante, grottesco, quasi canzonatorio e drammaticamente cinico.

Parasite: Seul è un grattacielo

Parasite è un film fatto a piani e, come tale, va spiegato.

Al piano sotterraneo abita la famiglia Kim, che si muove addirittura al di sotto dei propri servizi igienici, che vive cercando di truffare il prossimo, che scrocca internet e disinfestazioni, che è incurante del mondo che la sovrasta e delle sue regole e la cui vista sulla società si limita ad una finestrella rivolta su un vicolo dove gli ubriachi vanno ad urinare. Subito sopra ci sono i bassifondi di Seul, separati dal centro della città da numerosissime rampe di scale e strade in salita. Più simili a formicai che a quartieri, queste innumerevoli zone residenziali sono accompagnate solo dal disgusto dei suoi stessi abitanti e dalla poca efficacia del sistema fognario.

Dopo la comparsa in scena del già citato amico di Ki-woo, il regista ci prende per mano e ci accompagna verso l’alto, scalino per scalino, fino ad arrivare all’Eden, la villa dei Park, una casa idilliaca, progettata da un fantomatico architetto e abitata da una famiglia non meritevole di tanta grazia, la cui sola scusa è la possibilità economica di potersela permettere.

Parasite, cinematographe.it

Qui avviene il compimento di una rivoluzione della catena sociale della famiglia Kim, il cui nuovo e truffaldino dominio si consuma metaforicamente nell’occupazione fisica della villa al momento dell’assenza dei proprietari. Davanti a noi e ai protagonisti si apre uno scenario di vittoria, la cui fragilità viene occultata dalla cieca arroganza dei membri della famiglia stessa, alla faccia dei tanti segni e indizi disseminati durante la narrazione, esemplificativi dell’impossibilità di colmare la differenza tra un padrone e uno schiavo, anche solo a causa di una differenza di odore. Ma nascondere una verità non corrisponde ad eliminarla e infatti il nuovo status quo così faticosamente raggiunto riesce a resistere appena il tempo di un pigiama party, o fino al ritorno dei ricchi proprietari.

L’esplosione tellurica che avviene subito dopo la celebrazione dei Kim fa ri-sprofondare i nostri in una realtà sotterranea e oscura, mettendoli davanti al loro ceto sociale di appartenenza, con i quali, si, condivide odori, sporcizia, violenza, scopi, obiettivi, sotterfugi e spietato senso di rivalsa. La pena per tornare in paradiso è quella di rinunciare alle proprie origini, sommerse da una purificazione di habitat che così drammaticamente richiama alla precedente scena della disinfestazione. L’ultimo atto si consuma al piano più alto, dove ci sarà posto solamente per i meritevoli. Sarà meglio non portare oggetti pesanti.

Parasite: forma e contenuto

Parasite, cinematographe.it

La portata simbolica della pellicola di Bong Joon-ho è pressocché totale: tutti i personaggi, così come i loro rapporti, le loro azioni, i loro gesti e gli ambienti in cui si muovono hanno un significato ben preciso. E tutto quanto funziona perfettamente grazie ad una messa in scena così speculare ai contenuti da far venire dei forti dubbi su quale parte accompagni l’altra.

Parasite è un film corale e democratico, in cui tutti hanno voce in capitolo e in cui nessuno è tralasciabile perché ognuno è parte integrante della capillare rete verticale che compone la struttura narrativa. L’esempio principale è quello dell’insospettabile Da-song, l’ultimogenito della famiglia Park, un bambino iperattivo che realizza quadri tra l’infantile e l’astratto e che conosce il codice morse, traumatizzato da un parassita scambiato per un fantasma, istruito in arte da una ragazza che gioca a fare l’adulta, fumando e lasciando con nonchalance le proprie mutandine in giro, e accudito da una buffa e tonda badante, che ci regala una divertentissima imitazione di Kim Jong-un e che magari qualcosina di spettri ne sa.

Una menzione speciale la merita la villa a due piani (più uno) dei Park, personaggio principale per larga parte del minutaggio. Tutto quanto al suo interno è perfettamente adoperato, dal tavolino fino alle scale, passando per il giardino, metafore spietatamente ciniche di divisioni sociali e politiche e prova non solo di un amore particolare del regista per la casa e il suo arredo, ma anche di una importante consapevolezza cinematografica sui suoi possibili usi.

Parasite, cinematographe.it

Essa è la chiave di volta per entrare nella mente di Bong Jon-hoo, il quale gioca brillantemente con i mezzi cinematografici, scrivendo una sceneggiatura vivace, brillante, chiaramente metaforica, divertente, nera come la pece e spietatamente cinica nei confronti dei personaggi, sia per quanto riguarda il loro destino che la loro funzione drammaturgica. Il tutto si fonde con una regia da serie A: brutalmente “onesta” perché rivelatrice inesorabile del simbolismo della pellicola, anche andando in controtendenza con il momento della narrazione, e straordinariamente potente ed efficace nel raccontare quello che sta succedendo sullo schermo, mixando riferimenti e citazioni, cannibalizzando generi e dando prova di una maestria sopraffina nell’uso della camera, dei rallenty, dei piani orizzontali, delle inquadrature fisse e dei ribaltamenti visivi.

Parasite di Bong Joon Ho: nasce una birra ispirata alla Palma d’Oro

Assistere alla pellicola di Bong Joon-ho è come andare su delle montagne russe che invece di far venire la nausea, creano dipendenza. Questo perché la padronanza totale del regista nella gestione dei ritmi è spiazzante: egli più volte passa da una dilatazione temporale ampia e dal passo lento e cadenzato ad un picco tensivo dal passo breve e corto, fino ad un apice di sospensione totale delle tempistiche, per poi ri-precipitare verso il suolo, fermandosi un centimetro prima dello schianto annunciato, per poi rialzarsi e ricominciare il giro.

Più di una volta (ma specialmente una) si suppone che sia un rischio troppo grande tentare di risalire la china, perché a farne le spese potrebbe essere in primis il ritmo del film e poi la sua narrazione, ma non c’è nulla di più sbagliato. Dopotutto il dominio sui tempi del regista è ben più solido di quello della famiglia Kim sul proprio destino.

Parasite: una macchina da guerra cinematografica

Parasite, cinematographe.it

Parasite funziona perché cattura, diverte, intrattiene e sorprende continuamente attraverso un linguaggio cinematografico capace di fondere il classico e moderno ed in più, cosa che non guasta mai, ha nelle sue corde quel senso di nuovo che è fondamentale per far innamorare il pubblico (o almeno che è bastato per far perdere la testa a Iñárritu). Le riprese principali del film sono durate 77 giorni e il costo totale della pellicola si è infine aggirato intorno agli 11 milioni di dollari. Inutile dire che siano spiccioli in confronto ai guadagni.

La pellicola ha incassato in Corea del Sud l’equivalente di 72,3 milioni di dollari statunitensi e altri circa 34 nel resto del mondo, per un totale di 106 milioni complessivi, divenendo in brevissimo tempo il maggiore profitto della carriera di Bong Joon-ho. I dati significativi non finisco però qui, perché gli 11 milioni di dollari guadagnati negli Stati Uniti, solo nel primo mese di distribuzione, hanno reso la pellicola ufficialmente il maggior incasso straniero del 2019 sul suolo americano e l’hanno portata a superare addirittura Avengers: Endgame nel guadagno medio per sala. Tutto bello, tutto meritato ma, probabilmente, siamo ancora all’inizio. È recente infatti la notizia che sarà proprio Parasite a rappresentare la Corea del Sud nella corsa all’Oscar 2020 come miglior film straniero, facciamo una scommessa?

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