Parasite - Cinematographe.it

La Palma d’Oro delle ultime edizioni del Festival di Cannes ha acquisito una connotazione progressivamente più sociale. Dopo la vittoria nel 2013 del film scandalo sull’amore saffico diretto da Abdellatif Kechiche, La vita di Adele, il maggior riconoscimento della kermesse è stato affidato ad opere dalla spiccata connotazione di denuncia civile, a partire da Il regno d’inverno – Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan, per poi proseguire con Dheepan – Una nuova vita di Jacques Audiard, proseguendo con Io, Daniel Blake di Ken Loach e The Square  di Ruben Östlund per arrivare alla vittoria dello scorso anno di Un affare di famiglia di Hirokazu Kore’eda e concludere con il recente trionfo di Parasite, del sud-coreano Bong Joon-Ho.

Tutte pellicole che, pur provenendo da nazioni differenti, hanno come minimo comune denominatore l’intenzione di offrire uno spaccato della società di riferimento, talvolta in modo più diretto, altre costruendo complesse metafore. In particolare, il film di Kore’eda si sovrappone al nuovo vincitore per la scelta di rendere protagonista un’intera famiglia alle prese con differenti espedienti per sbarcare il lunario e migliorare la propria alienazione dal contesto ambientale.

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Parasite: la lunga incubazione della rivolta sociale dei parassiti

Parasite sceglie un taglio satirico per evidenziare l’abissale divario sociale che caratterizza la Corea del Sud, dove – a pochi passi l’una dall’altra – convivono realtà profondamente differenti. Realtà in cui la miseria si contrappone alla sfacciata ricchezza senza soluzione di continuità, sventolando sotto al naso dei poveri il suo “profumo” irraggiungibile. Per contro, i ricchi si sentono disturbati dall'”olezzo” della povertà, pretendendo di fingere che non esistano o – peggio – sfruttando gli svantaggiati al loro servizio, escludendo dalla propria percezione l’idea che anche loro abbiano diritto ad una vita privata. Fino a quando l’inevitabile ribellione prende piede.

Bong Joon-Ho decide di dare potere ai reietti del proprio Paese, rendendoli più scaltri dei loro inconsapevoli aguzzini, che si trovano finalmente – e non senza una certa dose di divertito sadismo – a subire il loro diritto all’emancipazione, sullo sfondo di una società alienata in cui la capacità critica è stata completamente sostituita dal bisogno di referenze, o meglio raccomandazioni, e la tecnica più efficace per estorcere qualcosa è minacciare la pubblicazione di un contenuto scomodo sui social network. Una società dove senza segnale Wi-Fi tutto è perduto ed è diventato impossibile comunicare.

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Ed è proprio in questa premessa che Parasite ha trovato il suo binario vincente, scegliendo una messa in scena apparentemente leggera e divertente per rappresentare una tematica dall’enorme peso sociale, sulla quale ci sarebbe davvero ben poco da ridere. Ma che solo l’esasperazione dell’ironia poteva permettere di rappresentare in un modo così pregnante.
Una capacità più unica che rara che va riconosciuta al suo regista, (già individuabile in Okja e Snowpiercer), ovvero introdurre tematiche radicali nell’intrattenimento di massa. Come osservato dallo stesso Bong:

Nella società capitalistica odierna ci sono gradi e caste invisibili agli occhi. Li teniamo nascosti, ma la realtà è che ci sono confini di classe che non possono essere valicati. Penso che questo film descriva le inevitabili crepe che appaiono quando due classi entrano in collisione nella società sempre più polarizzata di oggi.

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Parasite, eloquente fin dal titolo, vince la Palma d’Oro di Cannes 2019 grazie all’estrema originalità con la quale dà vita a tale rotta di collisione, contrapponendo la prossimità fisica all’incolmabile divario intrinseco fra due classi sociali tra cui vige una totale incomunicabilità. Il tutto coronato da una regia d’autore dinamica e sapientemente manipolatoria, che porta a empatizzare con entrambe le controparti illudendo gli spettatori che tutto possa finire bene. Salvo chiarire, quando ormai è troppo tardi, che “fare piani (per  chi nella società conta come il due di picche) è inutile, poiché sono destinati a fallire“.

Ma – se proprio bisogna fallire – Bong John-Ho ci insegna che è possibile farlo in grande stile.

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