Perché Blonde è stato criticato? 5 motivi per cui il film ci disturba e tormenta

Film divisivo che sforbicia il consenso tra esaltazione e stroncatura, Blonde ci impegna, ci confonde e ci infastidisce. Perché ciò accade e perché, proprio per questo, è un grande film? Analisi e confutazione delle sue maggiori critiche.

In tanti stanno guardando Blonde e, di questi tanti, la maggior parte ha qualcosa da ridire. Il film di Andrew Dominik, scritto a partire dall’omonimo romanzo fin de siècle (XX, s’intende) di Joyce Carol Oates, è vittima di fuochi incrociati. Vediamo quali sono le critiche principali e proviamo a fare le pulci alle pulci

Critica numero 1, la confusione: Blonde non segue un intreccio 

blonde critiche cinematographe.it

Né nelle intenzioni di Joyce Carol Oates, autrice della monumentale opera – avviso ai più audaci, tentati dall’impresa di leggerla: si tratta di un volume di quasi 1400 pagine – alla base del film presentato a Venezia ed ora disponibile su Netflix, né in quelle di Andrew Dominik, che ha curato il riadattamento per lo schermo, vi era di fare di Blonde un biopic di Marilyn Monroe. Il racconto scritto, prima, e tradotto visivamente, poi, oscilla tra il piano dell’immaginario e il piano del simbolico. La realtà, da intendersi nel senso di quanto è storicamente documentato, è esclusa dai giochi. Chiederci se ciò che vediamo è vero o inventato è futile poiché ciò che vediamo non è né vero né inventato e, allo stesso tempo, entrambe le cose. Il film procede a balzi, andando avanti e indietro, in un flusso di memorie che annulla qualsiasi pretesa di ridurre il tempo a una linearità fisica e misurabile. Non c’è quindi racconto in senso stretto, perché, se c’è una fabula destrutturata – immaginari e araldica monroniane –, manca completamente l’intreccio: Blonde non segue alcuna direzione né porta finalisticamente da nessuna parte. La confusività attribuita al film, e brandita come argomento per criticarlo, costringe il pubblico a disciplinare ciò che vede, combinandolo e ricombinandolo secondo un orizzonte di senso che, pur guidato nei suoi minimi termini dalla mano registica, è perlopiù affidato al discernimento soggettivo

Critica numero 2, la fatica: Blonde è impegnativo, fa lavorare chi guarda

blonde guida al cast e personaggi: cinematographe.it
Blonde: un’immagine dal film di Andrew Dominik disponibile alla visione su Netflix.

Chi crede che il cinema sia un’arte passiva – a Giorgia Soleri potrebbero fischiare le orecchie – di fronte a Blonde dovrà ricredersi. Blonde fa lavorare chi guarda e squalifica chi ha del cinema una concezione accomodata. Il fruitore di un prodotto, se responsabilizzato, si fa co-autore e il prodotto, in virtù della responsabilità dello spettatore divenuto co-autore, si trasforma in opera: la complessità di cui dà prova è la ragione per la quale Blonde è un oggetto sfuggente e, pertanto, un non-oggetto. Nel solco del postmoderno, un testo espandibile in senso orizzontale e verticale. Uno dei nuclei tematici del film è la tragedia dell’immagine ‘warholiana’, dell’immagine nell’epoca della riproducibilità tecnica: Norma Jeane non ha più controllo sulla Marilyn riproducibile, sulla Marilyn le cui immagini, fattesi icone profane (pornografiche), scorrono inarrestabili alla mercé di tutti. Forma e contenuto, in Blonde, si specchiano, si confondono, s’identificano l’un l’altra: se un film è, quindi, un’opera riproducibile all’infinito, che quest’opera – e Blonde non fa eccezione – almeno sia infinitamente (ri)leggibile, e ogni volta in modo nuovo. 

Critica numero 3, la lentezza: Blonde è troppo lungo e costringe alla visione spezzettata

Marilyn Monroe veri genitori Cinematographe.it
Ana de Armas con Adrien Brody, che nel film interpreta il suo ultimo marito Arthur Miller.

Blonde dura 2 ore e 47 minuti: come il libro da cui è tratto, è un’opera elefantiaca. Ciò costringe alla pazienza, se si vuole vederlo senza interruzioni, oppure alla sua segmentazione. La spezzettabilità di Blonde – che non a caso è stato pensato per una piattaforma streaming – si lega in realtà al tema della riproducibilità dell’immagine (si veda sopra), tematicamente, e di conseguenza formalmente, essenziale al film stesso. Sebbene una minima progressione sia ravvisabile, la ‘storia’ di Marilyn non si articola in capitoli: è, di nuovo, lo spettatore ad essere chiamato al taglio ed è di nuovo lui o lei che, attraverso questo taglio, che immaginiamo casuale e dettato da un fisiologico declino della concentrazione, assegna al film la sua punteggiatura, cambiandone anche, perché no, il senso.

Critica numero 4, lo sfruttamento: Blonde critica l’oggettificazione di Marilyn oggettificando Marilyn  

Le riprese del film sono costate ad Ana de Armas due anni di lavoro, dall’estate 2019 all’estate 2021.

Blonde sembra aver colpito la sensibilità woke, in principio americana ma ormai sovraestesa anche all’Europa, vocazione all’attenzionismo che è sentinella della cancel culture. Il critico Richard Lawson, su Variety, ha osservato che il film denuncia lo sfruttamento di Marilyn Monroe – del suo corpo, della sua immagine – facendo esattamente la stessa cosa: sfruttandone il corpo e l’immagine. Blonde, però, non è un film di denuncia, ma perlopiù un’esperienza estetica, che abilita prima al sentire e poi al pensare. Effettivamente, la Marilyn Monroe di Ana de Armas sembra consapevole del maschilismo che avvelena l’industria cinematografica statunitense: pensiamo, ad esempio, alla scena in cui lamenta la differenza salariale nei confronti di un collega uomo che, a fronte di un minore carico di lavoro, guadagna enormemente di più. Tuttavia, Blonde non è un film che faccia la morale o che si proponga un intervento di censura rispetto a logiche di dominio incistate nella società: non sembra avere né intenzioni didattiche né un programma di riedificazione civile.

Il rapporto di Marilyn Monroe con il suo essere un corpo – e su che cosa sia questo corpo e sul perché vi sia identificata e nondimeno soffra di questa identificazione – ci sembra essere più rilevante. Il modo in cui il film affronta questo rapporto salda società, nel senso di centro di produzione e di contenitore di simboli, e pulsione. La trasformazione di Norma in Marilyn conduce la prima in un territorio oscuro e senza controllo: sebbene desideri essere riconosciuta per la sua soggettività – il suo desiderio d’amore, rimasto fino alla fine insoddisfatto, è il desiderio di riconoscimento della bambina che fu invisibile –, diviene un corpo-oggetto (e un corpo-aggetto), accozzaglia di attributi sessuali erotizzabili feticisticamente. Questo accade senz’altro perché Norma-Marilyn subisce un sistema che, per come si articola a livello valoriale, oggettifica le donne e i loro corpi, ma è anche vero che lei non ne è solo vittima. Il paradosso, ed è qui che si aggancia il tema della pulsione, è che Marilyn diventa ciò che era stata in origine per la madre: un oggetto che la genitrice non sa dove riporre e che, quale oggetto, non merita neanche una culla, ma deve accontentarsi di essere deposto in una scatola.

Il feto animato non è un pattern accessorio, ma una chiave di lettura simbolica

Il film è stato criticato anche per il ricorso all’immagine di un feto ‘parlante’ (che ritorna spesso)

La figura ricorrente del feto ‘animato’, così come l’insistenza calligrafica su un immaginario ginecologico, non è casuale e non strizza l’occhio a nessun piacere disturbato: è, più semplicemente, funzionale a scoperchiare e rendere leggibile un’altra possibile traccia, nella storia di Marilyn e nella sua simbolizzazione collettiva. Configura, infatti, una via di ritorno allo sguardo primario, quello della madre che, a causa della malattia psichiatrica, non riesce a vederla se non come appunto un feto animato, cresciuto troppo e divenuto ingombro, boccone da divorare o da sputare. La piccola Norma, crescendo, non riesce a sfuggire a un destino assegnatole inconsciamente, quello di diventare sia come una bocca – oggetto porzionato e feticizzato: si pensi anche alla fellatio rappresentata nel film e al focus sulle sue labbra nell’atto di dare un piacere non condiviso – sia un bocconcino prelibato per gli uomini, espressione e prosecuzione del desiderio materno abortito, un desiderio che non riesce a concepire la figlia se non come un corpo estraneo, appunto da consumare e gettare. E non è un caso che Marilyn ritenesse sé stessa, o meglio il proprio inconscio, la causa dei numerosi aborti subiti, ripercorsi (e trasfigurati) anche in Blonde: la sua impossibilità di generare quale deriva della fatale identificazione con il prodotto di scarto materno.  

Critica numero 5, la pornografia del dolore (e dell’orrore):  Blonde è disturbante 

Ana de Armas a confronto con la ‘vera’ Marilyn.

Quando, in una delle scena iniziali del film, la madre tenta di affogare la piccola Norma Jeane, una voce fuori campo elenca le ragioni – perverse ma, nella perversione, a loro modo logiche – del gesto.

Perché amava la bambina e voleva risparmiarle il suo dolore.

Perché la bambina era il suo io segreto, indifeso.

Perché lo stesso padre della bambina avrebbe voluto che non nascesse.

Perché le aveva dato dei soldi gettandoglieli sul letto.

Perché le aveva detto di non averla mai amata… lei aveva frainteso.

Perché, prima della gravidanza, l’aveva amata… e dopo non più. 

Perché l’avrebbe sposata, ne era certa. 

Perché nessuno avrebbe amato la bambina, così maledetta.

L’impressione che se ne ricava è che il film che si accinge a cominciare promette di esplorare le tortuosità della psiche della donna e di sua figlia, che, lo sappiamo, nel giro di un decennio e poco più, diventerà Marilyn Monroe. Blonde, invece, disattende quanto sembra preludere: in nessun momento si piega a psicologismi né stabilisce alcun collegamento esplicito tra l’infanzia di Marilyn e le sue fragilità adulte, dalla fame d’amore ai comportamenti rabbiosi e scomposti da diva rimasta insicura, nonostante le conferme del successo. Eppure, Blonde è un film che si approssima al linguaggio inconscio: è martellante, orrorifico, pornografico perché tutti i fantasmi nell’inconscio ci appaiono deformati e, nella deformazione, amplificati. Lo spettatore che vi si avventura è lasciato solo come la piccola Norma, esposta alla furia della follia materna e alle sue paure, a traumi che non riescono ad essere del tutto assorbiti dal linguaggio e, dunque, da un sistema di simbolizzazione saldo, che solo il padre perennemente atteso, con la sua parola, avrebbe potuto garantire. E quanto eccede questo processo di simbolizzazione interdetto dall’assenza paterna è forse ciò che più ci disturba del film: Blonde è un attraversamento allucinato, barocco, seccante – le lacrime di Marilyn; i suoi uomini stucchevolmente chiamati daddy, in un lamento querulo che è come un pigolio che non cessa di invocare chi non verrà; l’indugio sugli aspetti più disumani di una sessualità predatoria e meccanica – di quello spazio oscuro che sovrasta le possibilità del dire, del rappresentare e del chiarificare. Blonde ci disturba perché, facendo di Marilyn e della sua immagine un prisma regolabile, ci porta laddove non tutto è comprensibile attraverso il ‘logos’ e ci mostra quel che non ci piace e non vogliamo vedere dei nostri miti e di noi stessi.

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