Quando Anna Freud definì Marilyn Monroe una “paranoide con tratti schizofrenici”

Figlia di schizofrenica, nipote di bipolare, terrorizzata di sviluppare anche lei una malattia mentale, Marilyn Monroe fu probabilmente una borderline con dipendenza affettiva che abbandonava per non essere abbandonata e negli uomini cercava i genitori che non aveva avuto. E, quanto ai figli perduti, nutriva una convinzione.

Nel discusso Blonde di Andrew Dominik, film dichiaratamente realizzato per tutti quei bambini che, come lei, sono stati indesiderati e invisibili, figli di madri divoranti e di padri vaporizzati, la Marilyn Monroe di Ana de Armas ricerca spasmodicamente il suo daddy negli uomini che incontra, quelli che potrebbero amarla e anche quelli che non potrebbero mai. 

I daddy issues di Marilyn, la malattia mentale nel ramo materno della famiglia, le violenze sessuali da bambina

Foto di famiglia in uno dei rari momenti di felicità nella sua infanzia: Norma Jeane Mortensen, la futura Marilyn, è la bambina bionda con una tutina a righe. Alla sua sinistra, troviamo la madre Gladys.

A pochi minuti dall’inizio del film – è piccola, ha a malapena sette anni, si chiama ancora soltanto Norma Jeane Mortensen, e il cognome è lo stesso del fornaio norvegese Martin Edward Mortensen con cui sua madre ha concepito i due fratelli maggiori, ma non lei –, si reca in una casa vuota per conoscere, attraverso un suo ritratto consunto alla parete, l’uomo che l’ha messa al mondo. Di lì a poco, la madre, la “donna dai capelli rossi che non rideva mai”, tenta di affogarla in una vasca da bagno perché convinta che la bambina sia la causa dell’abbandono subito e l’ostacolo al suo reinserimento sociale. 

Charles Stanley Gifford, riconosciuto come padre biologico solo di recente, a seguito di un incrocio tra una ciocca superstite di capelli della diva e il dna prelevato dai suoi pronipoti, aveva infatti promesso alla donna che le sarebbe stato accanto anche se la loro relazione non era mai stata ufficializzata, ma, poco prima del parto, se l’era data a gambe lasciandola sola con una figlia che non aveva desiderato e puntati addosso gli occhi giudicanti dell’intera comunità. In primo luogo, quelli dei vicini di casa, i signori Kinnell, che, quando si occupavano di Norma Jeane, durante le assenze della madre, la vessavano prendendola in giro e le davano da bere del whisky. 

Il signor Kinnell una volta le usò violenza sessuale. Episodio che la bambina confidò, mai creduta ed anzi accusata di assumere atteggiamenti di “ninfetta” eccessivamente provocatori per la sua età, alla stessa madre. Quest’ultima mostrò sempre nei suoi confronti una condotta persecutoria: la piccola impersonava ai suoi occhi l’indesiderabilità che avvertiva dentro di sé e di cui trovava conferma negli uomini che la scansavano, l’alterità disturbante di uno squilibrio che non riusciva a riconoscere come proprio e che proiettava nella figura della figlia, ingombro di cui disfarsi. 

La piccola Norma Jeane sopravvisse all’attentato attuato dalla madre nella vasca esattamente come, neonata, era sopravvissuta alla mano omicida della nonna materna Della Mae Hogan, che aveva tentato di soffocarla con un cuscino, gesto costatole l’internamento in un ospedale psichiatrico con la diagnosi di psicosi maniacodepressiva, grave disturbo dell’umore che oggi verrebbe definito bipolarismo. La malattia psichiatrica è presente nel ramo materno della famiglia e presto si sarebbe conclamata, in modo più nitido, anche nella madre Gladys Monroe, che tentò di uccidere la figlia altre due volte e nondimeno accoltellò una donna, sua amica: la somma dei tre tentativi di omicidio rivolti alla figlia e dell’accoltellamento dell’amica, per un totale di quattro aggressioni violente, determinò la detenzione della donna in un istituto, dove, ad eccezione dei brevi periodi durante i quali riusciva a evadere, sarebbe rimasta fino alla morte, come mostra lo stesso Blonde

Blonde, Norma Jean, Marrilyn Monroe – Gli interventi chirurgici per piacere, la paura dell’abbandono e la dipendenza affettiva: una vita sentimentale all’insegna dell’instabilità

Una giovanissima Norma Jeane che si appresta a diventare Marilyn Monroe.

La madre e la nonna erano state accomunate dallo stesso destino di sofferenza psichica e Norma Jeane temette tutta la vita che le sarebbe capitata la stessa cosa. Quando iniziò a muovere i primi passi nel mondo del cinema, era ansiosa di piacere al suo pubblico, soprattutto maschile: si sottopose ad alcuni interventi chirurgici per somigliare a ciò che gli uomini avrebbero desiderato ‘trovare’ nel corpo di una donna.

Si costruì, pezzo per pezzo, quale oggetto del loro desiderio. Si corresse il mento e raddrizzò il naso, sbiancò la pelle, si fece alzare l’attaccatura dei capelli e levigare due denti sporgenti. Dopo un accurato studio delle tonalità, raggiunse quel punto di biondo platino per cui divenne immortale icona di sensualità luminescente. Si trasformò in un’altra, la bambola di plastica di cui, come lo stesso Blonde non manca di sottolineare ripetutamente, gli uomini disponevano, manipolando e profanando un corpo con cui Marilyn – ma sarebbe più corretto dire Norma Jeane – cercava di accorciare le distanze dagli altri, affamata di (e da) un amore che smaniosamente ricercava per colmare vuoti primitivi e da cui, in fondo, non otteneva nulla se non di allargare la voragine originale. 

Facile all’infatuazione, si stancava presto di chi pure sembrava amare intensamente e, nelle relazioni, tendeva ad anticipare gli abbandoni che temeva di subire. Impulsiva, dipendeva affettivamente dagli uomini così come dipendeva dall’alcol, dai sonniferi e dagli psicofarmaci. Non aveva ben chiaro il confine tra sé e gli altri; passava, infatti, facilmente dalla simbiosi all’ineluttabile distacco. Oggi gli psichiatri probabilmente la definirebbero borderline, anche se Anna Freud, figlia psicoanalista di Sigmund, che la stessa Marilyn aveva consultato per trovare sollievo dai suoi tormenti, di lei stilò un ritratto ‘psicotico’, forse influenzata dalla storia della madre e della nonna e di altri membri della famiglia Monroe, o chissà più che mai attenta nella sua analisi: “Emotivamente instabile, fortemente impulsiva, bisognosa di continue approvazioni da parte del mondo esterno; non sopporta la solitudine, tende a deprimersi di fronte ai rifiuti: paranoide con tratti schizofrenici”.  

La maternità desiderata e temuta da Marilyn Monroe: gli aborti come sintomo della paura inconscia di diventare (sua) madre

La strana coppia: Marilyn Monroe e Arthur Miller nel giorno del loro matrimonio

Dei tre mariti e dei tanti amanti (veri e presunti) da cui cercava conferme narcisistiche e affettive, forse soltanto uno fu il grande amore della sua vita: quell’Arthur Miller, drammaturgo squattrinato di cui lei manteneva economicamente persino l’ex moglie, che sposò nel luglio 1956 e da cui si separò cinque anni dopo, l’anno prima di morire accidentalmente suicida. Lui, come è noto, non partecipò al suo funerale, disgustato dall’ipocrisia che vi avrebbe trovato. Agli antipodi per stile di vita e temperamenti, Arthur Miller e Marilyn Monroe si concessero lo stesso – e certamente pagarono caro – il lusso dell’amour fou: si idealizzarono l’un l’altra per poi capitombolare fragorosamente contro il muro insormontabile della reciproca incompatibilità. Con lui Marilyn, che aveva già sofferto in precedenza problemi di fertilità, concepì e perse tre figli. 

A Lawrence Schiller, che la fotografò nei suoi ultimi mesi di vita, confidò una volta che avere un figlio era sempre stato insieme il suo più grande desiderio e la sua più grande paura: “Ogni volta che ci vado vicina, che sono a un passo dal realizzare il mio sogno, il mio corpo dice no e perdo il bambino”. Il rapporto con la madre l’aveva segnata al punto da essere neanche troppo inconsciamente terrorizzata dalla possibilità di un’identificazione con lei e con il ruolo materno in senso più ampio. Ci sembra quasi, nella tragedia psicosomatica di un corpo che si ribella alla generazione, che vi sia un nucleo insondabile e maligno, la condanna a restare figlia di una madre di cui ha, in fondo, realizzato l’aspirazione di ricavarsi quello spazio nel desiderio degli uomini che a lei fu sempre negato dalla malattia. E, ugualmente, nella pulsione di fuga che, da ultimo, l’ha spinta via persino dalla sua stessa vita, è impossibile non scorgere il segno del padre, uomo privo di un corpo reale, ma incombente presenza fantasmatica, pesante nella sua virtualità, eternamente pronto a svolazzare dalla foto appesa al muro che solo in apparenza ne ha rinchiuso i baffi da seduttore e lo sguardo beffardo del mascalzone abile a dissimulare la sua natura. 

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