Achille Lauro: vivisezione di un artista dalla sessualità fluida, l’animo rock e lo spirito cinefilo

Quando Achille Lauro va in scena è come vedere un film. Facciamo un tuffo nella sua arte focalizzandoci soprattutto sulla sua partecipazione a Sanremo 2021 e indagando le tematiche e i simboli di uno degli artisti più discussi degli ultimi tempi.

Intriso di cultura cinematografica, infarcito di immagine pittorica, pop, è un artistico passo di danza sulla musica. Citazione in corpore o genio e sregolatezza che si ciba di essa per riproporla. Lauro è tante cose o forse è nulla; innegabilmente però l’artista colpisce; durante quei sei minuti sul palco richiama l’attenzione su di sé, esiste solo lui e il suo spettacolo. Intorno ai cinque quadri che ha portato sul palco dell’Ariston, durante il Festival di Sanremo dal 2 al 6 marzo 2021, si è parlato, riflettuto, indagato, rendendoli simbolo di qualcosa o espressione del vuoto artistico di oggi.

Achille Lauro: cinque quadri per raccontare la musica

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Cinque generi musicali raccontati attraverso cinque canzoni e cinque performance. Il mio sarà un viaggio nei generi musicali, i quadri ne saranno i contenitori. Generi che hanno definito e influenzato non solo la mia sensibilità di artista ma anche la percezione che la gente aveva di sé e del mondo. Ogni genere rappresenta un’epoca, un modo di vivere e di pensare: un momento di rottura e di cambiamento. La musica ancora oggi ne è il motore. Ha cambiato il modo di pensare, di vestire, di ballare, di interpretare la realtà e di esprimersi.
Ha legittimato la ribellione, la libertà e ha aperto le porte all’individualità. Le mie benedizioni sono in realtà un invito a vivere la vita con il senso che ognuno desidera. Realizzare i propri sogni, nella totale libertà.

Achille Lauro usa il corpo, la musica, le parole, dette e scritte, la moda. Dice chiaramente che con le sue performance vuole raccontare la musica, forza dirompente che distrugge e costruisce, motore del mondo che cambia il modo di pensare. I generi sono il Glam Rock (prima serata), il Rock ‘N Roll (seconda serata), il Pop (terza serata), il Punk Rock (quarta serata) e l’omaggio all’orchestra classica (quinta serata). La musica è l’anello di congiunzione, è l’elemento portante, fondamentale per Lauro, su essa tutto il resto si regge; è dalla musica che nasce la sua concezione dell’arte. Usa il suo corpo come una tela bianca, uno “spartito”, attore della narrazione, testo totale che si amplifica e si riduce, non a caso il performer fa una sorta di “svestizione” lungo le cinque serate, di volta in volta si toglie di dosso qualche maschera per arrivare al nocciolo di sé.

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Il suo è un effetto visivo d’impatto, “non veste(ndo) i panni di un personaggio, ma incarna(ndone) l’essenza”. Trucco realizzato da più squadre, una per le protesi, l’altra per il make-up, abiti firmati Gucci, con cui ha un sodalizio fruttuoso per le stesse tematiche – stile eccentrico, citazionista, con una tendenza al genderless -, gestualità lavorano a creare un’immagine in movimento che narra una storia ben precisa che viene poi spiegata da Lauro – come in un dipinto caravaggesco, in un’oscurità tagliata da una luce calda che dà forma ai corpi, lui dolente declama le sue parole.

Achille Lauro: il racconto di una sessualità fluida contro una mascolinità tossica

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Lì, davanti alle sedie vuote, usa la sua occasione speciale per portare performance complete. La strada, la poetica di Lauro sono chiare: ambizione, smania di comunicare e di dire la propria, teatralità, egocentrismo, desiderio, sensualità e sessualità liquida e fluida, asessuale e pansessuale. Il suo corpo abita il palco, dice allo spettatore che domina e vive quello spazio in tutti i modi, in tutti i sensi, con tutte le arti. Il corpo rompe gli schemi, distrugge i cliché. Smonta gli stereotipi di genere esprimendo l’importanza di essere se stessi diventando “mentore”, “guru” per chi ne ha bisogno. Quello di Lauro è un corpo senza confini e che li vive tutti, cancella, con occhi bistrati, unghie smaltate, abiti da sposa e trecce che celebrano Mina, l’idea del maschio alfa pur avendo un fisico che c’è, si vede. Lui è corpo che ha forza e potenza e ad ogni sua performance vuole dire qualcosa: con la sua presenza va contro la mascolinità tossica che ammorba la nostra società, vuole dare una stoccata al patriarcato cercando di abbatterlo – l’anno scorso ha cantato durante la serata delle cover Gli uomini non cambiano con Annalisa.

Sarò sessualmente tutto,
Genericamente niente

Scrive questo sul suo profilo Instagram, spiegando il suo primo quadro e l'”essenza” che rappresenta, citazione dei costumi disegnati da Sandy Powell per Velvet Goldmine (1998), film di Todd Haynes dedicato alla storia del glam rock, espressione di leggerezza e sensualità degli anni ’50, di quelle dive e di quei divi che Lauro spesso incarna, che a sua volta riflette David Bowie (già omaggiato da Lauro al Festival 2020). Quasi asessuale, nel terzo quadro, vestito da sposa, senza velo, bacia, dopo aver alzato il velo dal volto del compagno di lavoro Boss Doms, scena che ha turbato il Senatore Pillon (“Sanremo? No, Gay Pride”), celebra il punk – di cui il massimo esponente sul palco è Fiorello che compare nel quadro -, divertendosi suonando Rolls Royce e Me ne frego.

Achille Lauro: il citazionismo come espressione dell’oggi

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Lavora componendo un puzzle che mette insieme svariati riferimenti, usando arte, musica, cinema, narrazioni diverse, saccheggiando generi artistici e sessuali. Ha citato Freddy Mercury, i Kiss, Renato Zero – a chi lo paragona a Zero ma anche a chi lo accusa e denigra proprio a causa di quel confronto lui risponde che nulla e nessuno, dopo la venuta del padre dei Sorcini, potrà essere rivoluzionario perché quell’Italia era diversa, molto più tradizionale e lui era davvero emblema di libertà di espressione, di libertà sessuale -, suoi punti di riferimento, ha attinto al mondo onirico e androgino delle opere di Pierre et Gilles, a Giovanna d’Arco, alle icone bizantine, a Davide Bowie. Ripropone quadri, immagini, costruzioni, basti pensare a quella epifania di lui che porta la bandiera come La Libertà che guida il popolo (Delacroix) o le varie declinazioni, da quelle del Mantegna a quelle più pop, di San Sebastiano trafitto dai dardi.

Con il secondo quadro omaggia Mina, donna dal vero animo Rock, e Rane Supreme (1987) con la sua iconica cover.

Carne che chiede carne.
Uragano nei desideri sessuali,
Scossa nel perbenismo familiare,
Promessa di piacere.
Il sacro vincolo del godimento.

Lauro si esibisce sulle note del singolo Bam Bam Twist con un completo semplice, con trucco nero ma con una parrucca rossa con una lunga treccia e il neo disegnato sul viso. Ad accompagnarlo sul palco Francesca Barra e Claudio Santamaria, che hanno danzato ispirandosi al ballo di Pulp Fiction, (Tarantino, 1994) vicini e sensuali in una danza che celebra il loro amore. Sottolinea Lauro il bacio fra i due, simbolo di tutti i baci che durante la pandemia sono regalo per pochi (“Unione rituale con gli altri/ In un solo corpo danzante”).

Achille Lauro: l’uso dell’iconografia religiosa

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Divinità greca, San Sebastiano, l’asta del microfono come una reliquia barocca o un ex voto Lauro porta sul palco una religione tutta pagana, quella che spesso il pubblico, il fan professano per la star di turno. Le icone che lui porta in scena sono anche la massima rappresentazione della cultura pop per antonomasia, e non a caso celebra questo genere, il pop, nel quadro con al centro lui ed Emma Marrone alla guisa di due divinità greche. Statua d’oro, in un tempio, Achille si anima, scende dal piedistallo e canta Penelope – omonima canzone risalente al periodo prima di Rolls Royce e Me ne frego con cui ha trionfato a Sanremo -, la donna più paziente, fedele, devota mai scritta da altra penna, esplicita gli equivoci, i pregiudizi in cui lei e le altre donne della mitologia greca e non solo, sono rimaste intrappolate. Con corpo lento, gesti misurati e “musicali” Lauro crea un unico racconto insieme alla cantante salentina e i due giocano con le diverse sonorità delle loro voci e la diversa prossemica dei loro corpi che abitano quel tempio – fittizio e reale, il cosiddetto tempio della musica – in modo quasi ossimorico. Si sovrappongono religione e cultura pop in questo terzo quadro che rappresenta Penelope, incarnata prima da Monica Guerritore (“sono diventata una leggenda, un bastone per colpire le altre donne”) poi dal duo Marrone-Lauro.

Una delle armi dal performer è sicuramente l’uso dell’iconografia religiosa da molti definito irrispettoso, addirittura blasfemo. Lauro ha cantato impugnando un ex voto, è salito sul palco con un abito tutto piume e brillantini, con una parrucca blu e un trucco spettacolare ma dai suoi occhi sgorgano lacrime di sangue, eco della performance di Lady Gaga ai VMA del 2009, ma anche citazione dei Santi e delle Madonne che piangono. Sangue che rimanda a quello che esce dal suo corpo, moderno San Sebastiano dell’ultimo quadro.

Achille Lauro: il racconto della solitudine e della fragilità

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Nelle performance di Lauro c’è una profonda, struggente malinconia, un dolore intimo e interiore, tutta la solitudine. Nel suo primo quadro, canta Solo noi, ultimo singolo, in esso crea un piccolo film di tutti i figli di nessuno, quelli che fanno parte di una società spesso violenta e emarginante, di tutti quei “margini” che si sono sentiti soli, almeno una volta.

Tutti con la stessa carne debole, la stessa rosa che ci trafigge il petto. Insieme, inginocchiati davanti al sipario della vita

Nell’ultima serata chiude la “strana fiaba”, guardando alla musica d’orchestra. Canta C’est la vie in una forte, significativa e scenografica rappresentazione delle fragilità umane. Scende le scale con un completo colorato, senza troppi orpelli; dopo aver cantato si apre la camicia e mostra rose che lo trafiggono. Ferite profonde sanguinolente a causa di tutti i giudizi e pregiudizi che gli sono stati rivolti in questi anni – si sentono gli insulti di politici, rappresentanti dei media che lo denigrano per il suo modo di vestire, per la sua musica. Cade sotto gli insulti di chi crede di conoscere il vero, il giusto, la cosiddetta normalità.

Canta per tutti, dice Lauro, canta per i più deboli, gli ultimi, svela ciò che c’è sotto il “volto coperto dal trucco”, alza il “velo di mistero sulla vita”. Si esibisce per tutto il settore dello spettacolo ferito e vessato, per i giornalisti, per le persone che lavorano per lui, per chi cerca e vive in libertà richiedendo e pretendendo di essere se stessi.

Achille Lauro ha sconvolto e ha diviso inevitabilmente un po’ per l’egocentrismo proprio di molti artisti, per l’aura “messianica” con cui ama avvolgersi (i suoi post su Instagram finiscono con un “dio benedica” gli incompresi, chi se ne frega, chi gode, chi è), per la sua musica che travalica etichette e steccati. Questi cinque quadri però sono testi interessanti per capire l’oggi, l’arte, sono performance complete a tutti gli effetti, piccoli racconti, film che narrano una storia, summa di un pensiero spesso misterioso, per molti incomprensibile, per altri profondo.

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