Crazy Heart Cinematographe.it
Scopri il nostro Shop Online

Cinema e musica country sono – soprattutto per il mercato americano – un binomio di sicuro successo, capace di catalizzare l’attenzione del pubblico in un gioco di rimandi che rende l’uno la naturale continuazione dell’altra. E viceversa. Una ricetta che periodicamente viene riproposta sui nostri schermi: basti pensare – solo per citare gli esempi più recenti – a Quando l’amore brucia l’anima (2005) di James Mangold, a Crazy Heart (2009) di Scott Cooper e ovviamente ad A Star is Born (2018) di Bradley Cooper.

Per mantenere vivo il senso di verosimiglianza, in questo tipo di film è necessario poi che gli attori cantino davvero, che siano cioè davvero in grado di prestare la loro vera voce ai brani che attraversano la storia. Si scoprono così doti canore nascoste: quelle di Joaquin Phoenix che rifà Johnny Cash, ad esempio, o quelle di Bradley Cooper che duetta meritevolmente con Lady Gaga. In Crazy Heart a esaltarsi è la voce di Jeff Bridges, un attore di cui mai avremmo indovinato il talento musicale. Ma c’è spazio anche per Colin Farrell e Robert Duvall, perfettamente a loro agio nel confronto con alcuni mostri sacri del folk, del soul e del rhythm ‘n’ blues statunitense.

Crazy Heart: dove ho già sentito questa storia?

Crazy Heart Cinematographe.itCrazy Heart prende le mosse dalla vita privata di un cantante alcolizzato sul viale del tramonto, Bad Blake, nel momento in cui entra in contatto con una nuova musa ispiratrice e sulla scena musicale si affaccia un nuovo antagonista (ex allievo) che sembra destinato a rubargli la scena. Se questa trama vi ricorda vagamente qualcosa, non è perché siamo di fronte ad un caso di plagio: è la tipologia di film a richiedere quasi il medesimo canovaccio narrativo ogniqualvolta viene riproposto. Come una sorta di rassicurazione per il pubblico, che deve più o meno sapere a cosa va incontro: ad un geniale e sregolato protagonista incapace di tenere a bada se stesso; all’ingresso di un personaggio che spezzi gli equilibri portando nuova armonia (ma a che prezzo?); e ad un villain che, mettendo sul tavolo alcune verità scomode, scompagina nuovamente le carte.

L’originalità, nel country movie, non va di certo ricercata nel plot quanto piuttosto nel comparto musicale; la colonna sonora qui fa storia a sé, funge sia da contrappunto che da favola a sé stante e veicola i messaggi e i pensieri più importanti dei protagonisti. Merito di cotanta coesione e amalgama va al compositore T-Bone Burnett, guru della produzione discografica che scrive, assembla e supervisiona colonne sonore di film e serie tv da decenni. Se Crazy Heart è probabilmente il risultato più importante della sua carriera, non va dimenticato il lavoro svolto sulla OST di Fratello, dove sei? (Grammy Award nel 2002), di Ritorno a Cold Mountain (Bafta nel 2004) e del cult True Detective (2014).

Crazy Heart: cadere e volare

Crazy Heart Cinematographe.itIl viaggio sonoro di Crazy Heart racconta il dolente on the road di Bad Blake seguendo una duplice via: da un lato i pezzi originali interpretati dai medesimi attori, dall’altro i grandi nomi a fare da raccordo con le loro inconfondibili voci. Tutto quello che c’è da sapere sul protagonista ce lo dice lui stesso nelle struggenti Hold On You, Somebody Else, Brand New Angel e The Weary Kind, mentre qua e là duetta con Colin Farrell (Fallin’ & Flyin’) o lascia spazio al gigante Robert Duvall con la sua Live Forever.

I classici del passato, scelti con cura certosina fra le pietre miliari del genere country, lasciano poi a bocca aperta: la playlist riesce ad inanellare My Baby’s Gone dei Louvin Brothers, Once A Gambler di Lightnin’ Hopkins, Are You Sure Hank Don It This Way di Waylon Jennings e If I Need You di Townes Van Zandt (il più schivo e malinconico del gruppo). Tutti mostri sacri, tutti meritevoli di essere ascoltati a occhi chiusi e a cuore aperto.

Crazy Heart: la corsa musicale agli Oscar

Nell’anno del trionfo di Kathryn Bigelow e del suo The Hurt Locker (a scapito del pluri-incensato Avatar), Crazy Heart è riuscito a rastrellare ben due premi Oscar, su tre candidature. Due statuette che sarebbero parse a chiunque ovvie, e sulle quali infatti nessuno ha avuto da ridire: quella per il Miglior Attore Protagonista a Jeff Bridges (a scapito del Nelson Mandela di Morgan Freeman in Invictus e del professore omosessuale di Colin Firth in A Single Man) e quella per la Miglior Canzone a The Weary Kind, scritta da T-Bone Burnett e dal giovane cantautore Ryan Bingham.

Una poesia in lacrime classicheggiante (“Your body aches / Playing your guitar and sweating out the hate / The days and the nights all feel the same”), contro cui nulla hanno potuto né il solito Randy Newman (in nomination con ben due brani del disneyano Il principe e il ranocchio) né il Maury Yeston del musical Nine. Lungo le polverose strade d’America c’è stato spazio solo per un vecchio countryman disilluso, un tipo stanco – a weary kind – ancora pronto ad amare e a soffrire nonostante tutto.