TFF37 – True History of the Kelly Gang: recensione

True History of the Kelly Gang è un film sporco, brutale, che racconta la storia del bandito Ned Kelly e di un'intera madrepatria.

Justin Kurzel torna alla sua estetica. Dopo l’esperienza hollywoodiana – con consecutivo flop colossale – di Assassin’s Creed, in cui si portava dietro i protagonisti della sua opera precedente Michael Fassbender e Marion Cotillard, il regista ritrova le atmosfere suscitate nella propria versione del Macbeth del 2015, per riproporle in un’opera che, come con la ripresa del mito shakespeariano, si rapporta ad un’altra leggenda che guarda alle radici popolari e originarie di un Paese. È alla sceneggiatura di Shaun Grant che Kurzel si affida per mettere in atto la messinscena del fuorilegge Ned Kelly, avvalendosi della violenza incolta e brutale della natura predominante, che si fa culla e istigatrice di un male radicato.

È la suddivisione in tre atti a scandire il tempo in True History of The Kelly Gang. Il bambino, alle origini della figura del bandito Ned. L’uomo, negli anni della conoscenza e delle relazioni nell’età adulta. Il Monitor, l’umano che si fa macchina per distruggere i nemici della sua stessa specie, portando a compimento un piano elaborato e uscendone come eroe della sua stessa storia. La genesi di un simbolo che affronta i momenti cruciali della sua esistenza, accompagnati dallo stile di un cineasta che contraddistingue ogni segmento con gli elementi più congeniali al periodo da narrare, sottoposti a un’unità formale che li ristabilisce tutti sotto il medesimo bacino registico.

True History of The Kelly Gang – Il film di Justin Kurzel come grande metafora di una terra-madreTrue History of the Kelly Gang, cinematographe

Nel ripercorrere le tracce di una natività primitiva che vede lo scomparire graduale della propria memoria e del proprio senso di appartenenza, True History of The Kelly Gang diventa grande, enorme metafora di una terra dominata da estranei, di aborigeni allevati come carne dai coloni e costretti a rifugiarsi nella pazzia per ripristinare il proprio diritto su quella patria. La madre, così, interpretata dall’attrice Essie Davis, non è più solamente genitrice del predestinato furfante Ned Kelly, ma è allevatrice e disgrazia, padrona e succube di uomini pronti ad abusarne, a rivendicarla, a possederla per amore o avarizia, per sentimento o egoismo.

E, nei figli come futuro possibile per il risorgere della culla materna, il personaggio di Ned ne impersonifica il sacrificio e la ricaduta delle colpe, il tentativo di risanare ferite laceranti, agendo contro una Corona sotto cui non si sono mai sentiti sudditi. Un malvivente che è inscindibilmente legato a quella terra-madre per cui riversa amore e odio, affetto e timore, sempre pronto a prenderne le distanze per ricercare la propria indipendenza, ma altrettanto pronto a tornare per lasciarsi nuovamente accogliere dalle sue braccia.

Incarnando, dunque, gli elementi primigeni del territorio, True History of The Kelly Gang va infangando la propria impeccabile mise en scène; rotolando nella polvere sotto cui corrono i cavalli rubati, insozzandosi fino a macchiare la propria pelle e rendendola una scorza dura e indecente. Così, l’opera di Justin Kurzel, si fa film sporco, impuro, spettinato come le fronde degli alberi che vengono riproposti in continuazione con il paesaggio e le capigliature selvagge e incontenibili dei suoi protagonisti. Nonché opera carnale nel toccarsi insistente dei personaggi, che aspirano costantemente al poter affondare i propri piedi e le proprie mani nella profondità di rapporti duraturi con gli altri e con la propria casa.

True History of The Kelly Gang – Solo la storia di un uomo che deve essere impiccatoTrue History of the Kelly Gang, cinematographe

La bellezza promettente e narrante della prima parte di pellicola, dove viene stabilito il dettame dei dialoghi e il loro scagliarsi diretti senza bisogno di parole intermedie, viene smorzata da un arresto centrale che perde di densità nel delineare le consecutive relazioni e le controversie tra i personaggi, riacquistando però vigore su di un finale che asseconda, registicamente e visivamente, la presunta follia di Ned e della sua banda. A sostenere ferrea la propria posizione è la fotografia di Ari Wegner, che senza scadere negli intermezzi, si mantiene o incredibilmente calda o gelidamente fredda a seconda degli umori della situazioni, seguendo le direttive della regia di Kurzel, ma predominando quando si tratta di suggestionare reazioni e turbamenti umani.

Pur, quindi, adagiandosi su di una sceneggiatura calante, True History of the Kelly Gang controbilancia quest’ultima con l’intensità dei suoi interpreti protagonisti, ma ancor di più con gli allestimenti anacronistici dei costumi in relazione alle scenografie, entrambi incantevoli, di ricercatezza sopraffina, e estranianti rispetto al secolo e alle mansioni dei Kelly e della loro realtà. Nel segnare l’esistenza di un’ideale mitologico attraverso la formazione e l’educazione famigliare, culturale e sociale di un figuro come Ned Kelly, il film di Justin Kurzel non è altro che la la storia di un uomo che sta per essere presto impiccato. Ricordandoci però che, come ci insegna lo stesso Kelly, ogni storia vale la pena di essere raccontata. 

Regia - 3
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3.5
Emozione - 3

3.3