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Tolo Tolo. Vuol dire “Solo Solo”. È la spiegazione che dà Checco Zalone, cinque film e prima regia dopo il distacco dal suo fidato collaboratore Gennaro Nunziante.  In fondo, il protagonista delle avventure di una filmografia apparentemente uguale, ma in continua crescita, è veramente “solo solo”. “Un granello di sale in un mondo di cacao” lo descrive il suo creatore, che partendo dal soggetto e dalla sceneggiatura con Paolo Virzì – regista mancato di questa opera – ha cucito sempre di più i panni del protagonista addosso alla sua maschera divenuta iconica e che, dopo poco più di un decennio, ha segnato i successi, le polemiche, gli elogi e le resistenze di qualsiasi gruppo, classe, ceto e maestranza più o meno autoritaria della critica italiana.

E ha rispecchiato il suo pubblico, il pubblico nostrano. Quello a cui Zalone ha sempre voluto bene. Che ha portato al cinema, che ha cullato nel suo bacino di parvente ignoranza. Che ha fatto arrabbiare quando occupava qualsiasi sala, in qualsiasi angolo della terra italica, che lo ha affossato accusandolo di adoperare la bocca buona di spettatori altrettanto profani che, di cinema, di commedia italiana, non ci aveva mai capito niente. Quel pubblico che è stato fonte principale delle trovate del comico pugliese, da cui ha tratto a piene mani e che ha reso il personaggio di Luca Medici sempre più attinente alla realtà, sempre più centrale nelle questioni basilari di un Paese che poteva prendersi in giro, se solo tutti lo avessero capito.

Tolo Tolo – Da Cado dalle nubi a Tolo Tolo, il percorso di Checco Zalonetolo tolo, cinematographe

Un crescendo quello operato da Checco Zalone e da quella carriera cinematografica partita nel 2009 con Cado dalle nubi, una – sempre apparente – superficialità che ha attecchito ogni volta di più nella contemporaneità dei suoi concittadini, dai vizi e dalle (poche) virtù dei suoi compatrioti. Maturità, artistica e d’incasso, che ha raggiunto e superato ogni aspettativa con i risultati di Quo Vado?, rendendo non solo Zalone la gallina dalle uova d’oro dell’industria del cinema italiano, ma il vero ritrattista, sullo stile di quell’Alberto Sordi tanto inseguito, del (mal) costume e dell’ipocrisia spicciola, infame, ingenua e quanto mai veritiera dell’Italia che, fino al 2016, riaffermava l’importanza del posto fisso.

Checco Zalone con Quo Vado? ha spalancato le porte alla riflessione sul Belpaese lì dove il Belpaese non voleva interrogarsi sui propri peccati. Ha divertito per quelle bassezze che ognuno di noi ha saputo riconoscere, dalla necessità di un futuro più comodo per noi stessi alla lotta contro i nostri istinti primari, che andavano da Albano e Romina alla suonata di clacson allo scattare istantaneo del semaforo verde. Con Quo Vado?, Luca Medici ha portato il suo Checco Zalone alla consapevolezza tale che, da quel momento in avanti, non sarebbe più potuto tornare indietro, cercando di costruire attorno al personaggio una nuova pellicola che potesse nuovamente raccogliere dalla società e renderla tappeto di eventi, situazioni e sketch, comici che avvalessero il carattere di quell’italiano buono a nulla e indagassero, ancora una volta, nella nostra storia attuale.

Tolo Tolo – Quando Checco Zalone si fa politicotolo tolo, cinematographe

Possiamo, dunque, guardare a Tolo Tolo semplicemente come all’ultima commedia irriverente e scorretta della figura canterina pugliese, ma è difficile non vederne, al proprio interno, il compimento di un percorso che ha potuto cogliere dal dramma dell’immigrazione, dall’intolleranza dei nostri tempi. Dal diffuso razzismo che divaga per le strade, i vicoli, il mare e fa ribollire quell’ammontare di fascismo nell’individuo italico che, come capita al protagonista, sembra ascoltare dal passato la voce di un austero Duce quando ormai i momenti sono quelli di minor sopportazione. Ma è solo un attimo, un colpo di sole, una malattia che si può presentare sotto forte stress e può venir curata nel giro di poco tempo. Come la candida.

Checco Zalone si fa politico e, prendendo posizione più che mai eppure mai come aveva fatto prima, vive le difficoltà dei viaggi verso il Mediterraneo, il lavoro da manovale per racimolare il denaro per scappare e quelle onde altissime e turbolente che ribaltano i pescherecci, ma che nel film sono occasione per sognare un briciolo di speranza per quei corpi di cui sentiamo parlare quasi ogni giorno al telegiornale. Tolo Tolo è il suo film sull’umano, non sui partiti. Sul voler sopravvivere, non sul venire a rubare quel fatidico, agognato, lavoro che tanto nemmeno noi italiani vogliamo più occupare. È l’egoismo e la cecità primigenia dell’abitante occidentale che collide con le guerriglie e le rappresaglie, mentre si preoccupa piuttosto della reperibilità del suo numero di cellulare girato in pochi minuti per tutta Spinazzola, dalla madre, ai parenti, alle ex-mogli fino al commercialista, tutti pronti a farsi ripagare.

Tolo Tolo – Combattere l’ignoranza con l’ignoranzatolo tolo, cinematographe

È l’elaborazione, tramite la comicità conosciuta di Zalone, di una quotidianità che pensiamo di conoscere, ma che solo Checco, seppur in maniera fittizia, ha deciso di vivere. Di mostrare, di attraversare. Di trovare, nelle atrocità, la maniera di riderne, sempre non prendersi sul serio, magari giusto quel poco che serve per far accendere un minimo di morale che, troppe volte, non riusciamo a imbroccare per nostro conto. Un film che prendere posizione, come mai aveva fatto prima. Non arrogantemente, ne volendo tralasciare quella grossolanità di cui tanto sono pregne le sue scene e le sue battute. Ma sottolineando, più delle altre volte, il divario che esiste tra noi e chi deve affrontare i disordini della guerra. Noi, con i nostri agi e l’estinzione dei nostri debiti pubblici, e chi in Italia vorrebbe solo nutrirsi di arte e di cultura. O, semplicemente, nutrirsi. Trovare quella pace che è impossibile dare per scontata.

Contro i politi di oggi, contro le abiezioni radicate nella natura comoda e qualunquista che abitiamo, contro quei porti che chiudono i propri passaggi – sempre che non si tratti di quello di Vibo Valentia, perché in quel caso meglio tornarsene in Africa. Contro anche, forse, quel pubblico che lo ha sempre adorato e che probabilmente non l’ha mai veramente compreso e potrebbe ritrovarsi un Checco differente, più solidale nella sua macchiettista esistenza, più sbilanciato di quanto avrebbe potuto immaginare e che, fino in fondo, non è sicuro di voler – e non di non poter – capire. Certo è che da Tolo Tolo, da questo cinema nazional-popolare che mai come con Quo Vado? e quest’ultima opera, ha voluto veramente parlare e farlo a tutti, si può trarre tanto. E si può anche un po’ ringraziare Checco Zalone, per quella sua ignoranza che potrebbe estinguere, così, anche un po’ della nostra.

Tolo Tolo, prodotto da Pietro Valsecchi, sarà in sala dal 1 gennaio 2020, distribuito da Medusa Film.

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