voto del pubblico 3.3/5
voto finale
3.8/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Il presidente di giuria Spike Lee, nel celebrare il genio e la follia (vanno spesso a braccetto) di Titane, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2021, ha sottolineato come non gli fosse mai capitato di vedere un film in cui una Cadillac mette incinta una donna, tra le altre cose. E non c’è alcun dubbio che negli scambi distratti la prima e l’ultima parola sul film gironzolerà sempre intorno alla sorprendente alchimia sessuale che, letteralmente, allaccia la protagonista Agathe Rousselle alla vettura sopra citata. Ma si può volare più in alto del puro shock esteriore, che comunque non guasta. Titane, il film diretto da Julia Ducournau in uscita in Italia l’1 ottobre 2021 con I Wonder Pictures, è a conti fatti un horror di carne e metallo. Provocatorio per vocazione, sempre in bilico tra verità emotiva e stordimento formale. Violento e delirante. Ma puro e nitido nelle intenzioni. Un bel cazzottone come non se ne vedevano da un po’.

L’anteprima stampa romana del film ha coinciso con l’inaugurazione, meglio la riapertura, del Cinema Troisi, vale la pena ricordarlo. Per chi non sa o non può sapere la sala, dismessa, è stata restituita alla città dall’Associazione Piccolo America al prezzo di una battaglia durata anni. Va celebrata come la grande notizia che è, la riconsegna alla comunità di un luogo di produzione e (ri)produzione culturale. Con i migliori auguri di buon viaggio a chi la gestirà. E la speranza che la futura programmazione tenga testa a questo esordio, che fissa un precedente niente male. Perché Titane ha molto da offrire.

Il corpo di Alexia si trasforma, sempre

Titane cinematographe.it

Nei toni allucinati e laceranti della fotografia di Ruben Impens sta tutto il manifesto ideologico e stilistico di Titane. La regia di Julia Ducournau, questo è il suo secondo film, il primo era del 2016 e si intitola Raw – Una cruda verità, ha un incedere aggressivo e una voracità incredibile per tutto ciò che riguarda il corpo umano. Pulsioni, umori, segni, reazioni, una fisicità esibita e ostentata senza pudori. Il cinema della Ducourneau rifiuta l’armonia e le traiettorie convenzionali, immerge i suoi protagonisti in un bagno di violenza molto poco purificatrice, ma allo stesso tempo rivelatrice di certi aspetti dell’interiorità umana che altrimenti resterebbero nascosti. La vita di Alexia (Agathe Rousselle), è segnata dalla violenza.

La violenza dell’impatto. Bambina, è in macchina con il papà Bertrand Bonello, proprio lui il regista, un bel botto. Finisce che le impiantano una placca di titanio nella testa e la cosa ha le sue conseguenze, clamorosamente ibride; la ritroviamo adulta, ballerina in uno show automobilistico. Che si tratti di sedurre o farsi sedurre da una collega, o di difendersi dalle proposte esplicite e indecenti di un uomo orrendo, la sua risposta è sempre la stessa. Metallica e assassina. L’incapacità di Alexia di adattarsi al ritmo del mondo di fuori, il più che patologico rifiuto dell’intimità, seminano una scia di sangue. Alexia è serial killer per vocazione? Più che altro per mancanza di alternative.

Solo il carisma metallico e oleoso di un’automobile le schiude la strada per il piacere. Fa l’amore con una macchina, già, e resta incinta. Deve scappare. Troppi morti sulle spalle, deve scappare. Fabbrica un’identità fittizia, finge di essere il figlio scomparso da anni del pompiere Vincent (Vincent Lindon). Testosteronico, disperato, non capisce o finge di non capire. Comunque, prende Alexia per figlio, forse riconosce in lei/lui un vuoto e una solitudine analoga. Entrambi lavorano sui corpi, li gonfiano, li deformano e nel risultato, nella continua metamorfosi, cercano di trovare qualcosa. Titane è storia di corpi e identità. Lavora sui corpi, per arrivare all’identità.

La parola chiave è body horror

Titane cinematographe.it

La fantasia di Titane è di immaginare il corpo umano come materia duttile e flessibile. Plasmato, inciso e sovrainciso. Non c’è, in questo cinema di cicatrici, ferite, secrezioni, una netta distinzione tra intimità ed esteriorità. Ogni segno visibile racconta un’emozione, un bisogno, un disagio. Il genere passa sotto il nome di body horror, un modo di fotografare i corpi segnato dal passaggio di David Cronenberg, ma sarebbe sbagliato circoscrivere il film di Julia Ducourneau in una gabbia di citazioni. Finisce per somigliare a molto poco. L’orrore, esplicito (a tratti è intollerabile la ripugnanza di alcuni momenti) si mescola al thriller, al perverso racconto di formazione. Nell’incontro dei due vuoti, quello di Vincent e quello di Alexia, c’è spazio per una strana e totalmente folle tenerezza. Persino per qualche breve parentesi di umorismo.

C’è chi rimprovererà al film il gusto per la provocazione fine a se stessa, e chi biasimerà il tono pretenzioso. Chi lamenterà poco spazio per Vincent Lindon, e chi avrebbe voluto saperne di più sul background della protagonista. Forse qui c’è qualcosa. Agathe Rousselle domina il film con la sua verve fisica, non parla agisce. Il film conta troppo sulla disponibilità dello spettatore a riempire gli spazi bianchi, qualcosa in più su di lei si poteva pure raccontarla. Vincent Lindon replica la consueta dignità fragile e malinconica accompagnandola a una presenza fisica imponente. Il duo lavora molto bene insieme.

Titane è diverso. Ha una creatività febbrile, gioca sul filo sottile tra realtà e allucinazione. Un esempio, un modo di fare cinema che non appartiene a quest’epoca di compromessi, di gradevolezza a tutti i costi. Troverà il suo pubblico, sparuto e molto coraggioso. La gran parte si allontanerà spaventata dalla franchezza dei toni. Perdendosi qualcosa, però. Dietro il carattere respingente di alcuni passaggi, nella volontà ostinata di distinguersi dal resto del cinema di oggi Titane, con la sua poesia di corpi che cambiano e di identità che si formano, ha nel suo cuore una strana purezza. Difficile da maneggiare, ma molto bella.