Raw – Una cruda verità: recensione del film di Julia Ducournau

Definito uno dei film più controversi del 2016, Raw è un manifesto della nuova estetica horror del cinema francese contemporaneo.

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Raw (crudo) è l’aggettivo inglese con cui si definisce qualcosa di non cotto, in caso di cibo, ma anche un oggetto nel suo stato naturale. Raw è anche il termine con cui ci si riferisce a emozioni e qualità naturali, quasi primordiali, e perciò difficili da governare. Il nuovo film della regista francese, Julia Ducournau, è certamente tutto questo (ma anche di più).

C’è qualcosa di attraente e allo stesso tempo disturbante, in questo film, che spinge lo spettatore alla visione ma allo stesso tempo lo allontana: quando è stato presentato al Festival di Cannes, nel 2016, Raw ha raccolto opinioni e sensazioni piuttosto contrastanti da parte del pubblico (destino, questo, che era spettato ad un altro film crudo francese, il maestoso Martyrs), ma si è guadagnato subito il consenso della critica, permettendogli di vincere premi speciali in festival di tutto il mondo.

A discapito del titolo, Raw di Julia Ducournau è un film tutt’altro che elementare, carico di chiavi di lettura differenti, con un cuore pulsante vivo e un’estetica forte e originale.

Raw è un film crudo, come suggerisce il suo significato più recondito, ma è anche un film drammatico, grottesco, in cui i dolori dell’uomo si proiettano all’esterno attraverso una pratica primordiale come quella del cannibalismo.

Il titolo originale, Grave, forse avrebbe reso ancor meglio il significato più profondo di questo film: tanto in inglese quanto in francese, infatti, la parola grave si utilizza per indicare qualcosa di serio, di imponente, qualcosa di grave, appunto. E “C’est grave” sono le parole che la protagonista pronuncia dopo aver commesso il suo primo reato, che la metterà di fronte alla sua reale natura.

Al di là del titolo, però, la crudezza e la violenza di questo Raw sono reali, tangibili, gravi, al punto che non è sempre facile sostenerne la visione, non tanto per la messinscena (che è di per se parecchio cruda), quanto per il dolore della protagonista, che improvvisamente diventa anche nostro.

La trama di Raw ci porta alle origini della crudele natura umana

Al centro della storia c’è Justine, una giovane matricola della facoltà di veterinaria di una cittadina del Belgio. Justine è vegetariana, figlia di vegetariani e di un’educazione forse un po’ troppo severa, che si ritrova improvvisamente catapultata in una realtà completamente diversa dalla sua, fatta di feste universitarie e nonnismo estremo. Anche la sorella maggiore di Justine, Alexia, è una studentessa della facoltà di veterinaria (probabilmente anche questa è una tradizione di famiglia), ma a differenza della sorella più piccola è ormai parte integrante di quella realtà. Quando Justine si trova costretta a prender parte a un bizzarro rito di iniziazione che la costringe a ingerire le frattaglie di un coniglio morto, comincia per lei un viaggio incredibile e inquietante insieme alla scoperta del suo io, dei suoi desideri e della sua vera, cruda natura.

Tra l’ironia pungente nei confronti di una vita estrema (il film, a un livello più profondo, è anche una chiara critica verso un’educazione alimentare troppo assoluta) e la rappresentazione cruda e disturbante di una malattia quasi psicosomatica, Raw di Julia Ducournau è figlio legittimo del grande cinema horror francese di Aja, Laugier e Gens, fatto di corpi violati e mutilati, di identita perdute e mai più ritrovate e di violenze gratuite solo all’apparenza, perchè manifesto di un dramma umano profondo e crudo, com’è crudo il dolore di Justine.

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