The Guest: recensione

Un pellicola acerba e quasi inconsistente, salvata da una fotografia e da una colonna sonora che ne innalzano la scarsa resa

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The Guest è un film del 2014, di Adam Wingard ed interpretato da Dan Stevens, Maika Monroe e Ethan Embry. È stato presentato al Sundance Film Festival e narra la storia di un ragazzo, David, un giovane soldato che va a trovare la famiglia di un suo amico, Caleb, anche lui militare che è però morto in guerra quando erano entrambi sotto le armi. David viene fin da subito ospitato nella casa della famiglia Peterson, con le dovute attenzioni e tensioni soprattutto da parte del padre di famiglia che non apprezza in toto la sua presenza in casa.

Ma i Peterson cercano di metterlo a suo agio, lasciando che David si racconti e mostri quanto la sua amicizia con Caleb lo avesse spinto ad andarli a trovare. David inizialmente lega molto con i due fratelli, Laura e Spencer, dimostrandosi amico e vicino ai loro problemi. Ma il carattere non proprio lineare e pacato di David si mostrerà in tutta la sua violenza, lasciando che la sua maschera sveli il vero volto di un uomo capace di qualsiasi cosa e che nasconde un segreto inconfessabile.

The Guest

The Guest è una pellicola acerba, quasi inconsistente

Un film che non cela una particolare sotto trama narrativa che porti lo spettatore a seguirne con passione le vicende. Il ritmo è decisamente più incalzante nella prima parte, quando i personaggi si svelano e il carattere thriller del film, con i suoi tempi e i suoi cromatismi molto evidenti, si affaccia allo schermo con smisurata prorompenza. Ma la cornice che argina la pellicola non è abbastanza da rendere The Guest un film godibile, non fino in fondo. Le pecche e le cadute si susseguono partendo in primis dal plot pressoché prevedibile e da una taratura attoriale decisamente scarna.

La storia del militare in fuga con una mente tanto instabile quanto immobile, gli scambi di persona, i raggiri disarmanti sarebbero dovuti essere gli ingredienti in grado di fornire alla narrazione il giusto vigore per creare una tensione, un respiro capace di fondere insieme tutti questi elementi in un’unica valida opera.

Ma The Guest non porta a casa il risultato premeditato, la concitazione tanto agognata quanto sperperata svanisce quasi a metà proiezione, quando già nella mente dello spettatore si ricreano le immagini di un finale prevedibile che non fa altro che ripercorrere una strada già abbondantemente percorsa da altri registi come Carpenter, con maggior classe innegabilmente, portando la pellicola a deflagrare miseramente senza cenni di ripresa.

The Guest

Dan Stevens è visivamente perfetto nell’incarnare un personaggio disturbante come David, se solo il suo ruolo non fosse stato presentato in modo così confuso e poco descrittivo. Il suo avvicinamento alla famiglia è dapprima molto minuzioso e preciso, poi proprio quando si cominciano a scoprire le sue menzogne tutto si perde nella fretta del colpo di scena, negli scontri a fuoco e nei battiti finali.

Anche lo stesso soldato scomparso, che egli afferma di aver conosciuto bene al fronte, non viene mai discusso, mai menzionato, non si capisce chi sia, cosa rappresentasse in quel nucleo familiare, non si ha nemmeno idea di che volto abbia. La famiglia di lui, che dovrebbe rappresentare lo scenario principale della storia, non è altro che un teatro dimesso, formato da ombre quasi invisibili, le uniche reali presenze che si distinguono dalla confusione sono i due fratelli, a loro modo funzionali alla trama, per quel che ne resta.

The Guest

David come personaggio sembra omaggiare Michael Myers o lo stesso John Rambo, ma purtroppo tutto ciò non rimane che un modesto omaggio fatto da un fan dell’orrore per i suoi miti cinematografici. Adam Wingard (You’re Next) avrebbe potuto davvero ricreare quelle atmosfere adrenaliniche da action-thriller avendo tutti i presupposti per farlo.

Gli unici aspetti che si salvano per davvero all’interno del film sono la fotografia, molto satura e maturata da colori molto forti ed evidenti, e la musica, un vero revival puramente eighties, che si ascolta attraverso la vita e gli occhi di un’adolescente che cresce con le cuffie nelle orecchie, inconsapevole di ciò che le sta per accadere.

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