voto del pubblico 3.4/5
voto finale
3.8/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Sono giochi dei grandi che non si addicono ai bambini, quelli dell’ultimo film del regista Sean Beaker. Un sogno chiamato Florida (The Florida Project) è lo scherzo del regista americano che nasconde sotto le smorfie dei piccoli protagonisti una realtà crudele, disgraziatamente pietosa, in cui l’unica soluzione per non dirsi addio è quella di scappare verso un sogno di magia.

Moonee (Brooklyn Kimberley Price) è autoritaria, bugiarda, anarchica. Ha sei anni e sa farsi rispettare, mentre trascorre le vuote giornate estive con il suo affiatato e altrettanto scatenato gruppo di amichetti. Figlia di una giovanissima ragazza, senza lavoro e dallo spirito borderline, la bambina vive con l’ingestibile madre, la quale non le fa mai mancare amore, divertimento e risate. Ma non sono l’amore, il divertimento e le risate a pagare la stanza del Motel Magic Castle in cui vivono, ad assicurare un’infanzia sicura e dalla corretta linea educativa. Nell’America delle grandi insegne, in un quartiere popolare, Moonee e il genitore Halley (Bria Vinaite) riempiono i giorni di scorrettezze e affetto, sotto l’occhio paterno del responsabile del motel Bobby (Willem Dafoe).

Un sogno chiamato Florida: un film di innocenza e arroganza

Un sogno chiamato Florida - Cinematographe.it

Un sogno chiamato Florida è una favola moderna, con la sua ambientazione perfetta e i caratteristici protagonisti che compongono la storia. C’è un castello viola, grande, pieno di porte e corridoi per far passare i propri abitanti. C’è una protagonista, una piccola principessa, che dovrà presto approcciarsi alla vita vera. C’è infine anche un previdente custode, un protettore della reggia in cui soggiornano tutti i personaggi, un uomo sul quale sanno di poter fare affidamento. Un’opera che ha l’innocenza dei bambini e l’arroganza dei grandi, le spensieratezza menefreghista dell’infanzia e l’irresponsabilità egoisticamente che soltanto un adulto può presentare.

In un clima di totale autarchia, in cui Moonee e i suoi amici Scooty e Jocey ridono, corrono, urlano e si nascondono, il film del regista Sean Baker (Four Letter Words, Prince of Brodway, Starlet, Tangerune) presenta tutta la potenza crudele di un’esistenza che non può assecondare i capricci di chi, sotto l’effetto di un irreversibile incantesimo, non riesce a prendersi cura degli altri, in quanto incapace di farlo prima di tutto con sé stesso. Una sconsideratezza che, come fosse un dono da trasmettere di generazione dopo generazione, passa da madre a figlia per portare poi a irrimediabili conseguenze. Perché in fondo una favola non è altro che pura, ingannevole fantasia, che troppo poco ha a che fare con ciò con cui nella realtà bisogna venire a patti.

Un sogno chiamato Florida insegna che una favola è solo ingannevole fantasia

Un sogno chiamato Florida - Cinematographe.it

Un dramma indie dalle tinte pastello, colorato dalla conforme fotografia di Alexis Zabé (Duck Season, Silent Light, Post Tenebras Lux, Snowbird) e illuminato dai sorrisi, dall’energia pura e trascinante dei suoi mini-protagonisti capitanati dall’irresistibile fanatica Brooklyn Kimberly Price, così minuta assieme ai suoi compagni di guai, posti a confronto con l’enormità dell’appariscenza americana. Bambini che riflettono gli errori dei genitori, che ne imitano i comportamenti poiché ancora impreparati a distinguere cosa è giusto e cosa non è giusto fare. Bambini che sono gli adulti del domani e che gli adulti di oggi stanno rovinosamente deviando.

Con una prima parte dedita al tempo del gioco di Moonee, Scooty e Jocey, alla scoperta dei luoghi dei personaggi e del loro approccio alle persone, al lavoro, all’universo attorno, e una seconda più strutturata, dove va delineandosi il destino verso il quale si stanno avviando madre e figlia, The Florida Project è una fiaba spezzata controbilanciata dall’integrità recitativa dei suoi ottimi attori, su cui spicca il talento del noto Willem Dafoe, in una parte pulita, senza sovrastrutture, che trae la sua forza dalla tenerezza della semplicità. Un lieto fine che il regista Baker auspica e al quale dona una velata di malinconica precarietà, un gioco che deve essere interrotto per il bene di ogni principessa persa e indifesa nel suo indecente castello viola.