voto del pubblico 2.0/5
voto finale 2.5/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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The Evening Hour è quel genere di film che si presenta allo spettatore con una panoramica mozzafiato sulle montagne erbose e la campagna rurale americana, proseguendo al ritmo di versetti della Bibbia, musica country, alcolismo, droghe e declino sociale. Quella che una volta era una florida cittadina mineraria, ora è una fossa dove seppellire sogni e prospettive e coloro che non sono riusciti a scappare, quelli che sono stati spinti al punto di partenza da scelte sbagliate e un destino già scritto, non possono fare altro che sopravvivere.

Il film di Braden King, scritto da Elizabeth Palmore e basato sull’omonimo romanzo di Carter Sickels, è stato presentato durante la 38esima edizione del Torino Film Festival dopo aver debuttato al Sundance lo scorso gennaio. Protagonista è la città di Dove Creek, in West Virginia, dove l’infermiere Cole arrotonda lo stipendio come collaboratore sanitario vendendo antidolorifici illegalmente. Attorno a lui una realtà squallida e decadente, abitata da tossicodipendenti, anziani e giovani senza futuro. Cole rappresenta un’intera generazione allo sbando, un gruppo demografico abbandonato a se stesso dalla società e da coloro che sono venuti prima; vittime più di tutti di una crisi degli oppiacei che ha messo in ginocchio gli Stati Uniti quanto una guerra civile.

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The Evening Hour: il dramma rurale di Braden King al Torino Film Festival

King mette in scena un classicismo dramma rurale che racconta un’America che più che un sogno, è diventata un incubo. Lontano dalle mille luci delle grandi città, infatti, ci sono realtà intrappolate in vortici indistruttibili dai quali essere inghiottiti o – con la giusta dose di fortuna – dai quali fuggire a gambe levate senza mai voltarsi indietro. Anche perché capita che scappare non sia abbastanza: ci pensa la vita a ributtarti nel loop e a farti ricadere nel baratro della provincia.

Ne abbiamo visti tanti di drammi rurali come quello di The Evening Hour e ne abbiamo visti di migliori. Il film di King cammina al sicuro riparato da un genere che, bene o male, è molto difficile sbagliare. Le storie come quella di Cole raccontano una tristezza con la quale tutti – o quasi – possiamo empatizzare. È facile immaginarci nell’immobilità di una città come quella di Dove Creek; è facile immaginare cosa significhi essere in balia del destino, prendere decisioni sbagliate, guardare gli amici cadere nel baratro. The Evening Hour gioca su quello che tutti conosciamo: il timore di essere inghiottiti da un futuro senza prospettive. Certo, non tutti iniziamo a vendere farmaci illegali o a consumare stupefacenti come fossero caramelle, ma chi non ha mai provato in cuor suo la sensazione terrorizzante di non riuscire a combinare niente nella vita?

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Per tutti questi motivi The Evening Hour gioca in difesa e mette in mostra un carnet di personaggi fondamentalmente buoni, con il destino contro e condannati a prendere solo decisioni sbagliate, come avevano fatto i loro genitori prima di loro. Cole (Philip Ettinger), Charlotte (Stacy Martin), Terry (Cosmo Jarvis) e gli altri sono vittima di loro stessi e di un sistema che non ha via d’uscita. Il film è un buon dramma, ma a questo punto abbiamo bisogno di qualcosa di più. La scrittura deve essere più concreta, più coraggiosa, più innovativa. Non basta più essere buoni e sicuri: serve l’ardire di andare oltre. Il risultato, altrimenti, è crudelmente piatto sebbene nel complesso quella con la quale abbiamo a che fare sia un’opera poetica e attuale.

Ogni inquadratura di The Evening Hour – dai bar alle roulotte, dalla campagna ai piazzali, dai diner agli ospedali – è pregna di disperazione. È un disperazione silenziosa, che è stata accettata, accolta dal quotidiano e che, ormai, si è trasformata in calmissima angoscia. È chiaro quanto King tenga ai suoi personaggi e a quanto gli costi mostrarci la loro sofferenza; noi, d’altro canto, non possiamo fare a meno di soffrire con loro, sebbene l’empatia lasci presto il posto a un leggero tedio che nemmeno le guerre tra spacciatori riescono a scacciare.