Venezia 79 – The Eternal Daughter: recensione del film con Tilda Swinton

The Eternal Daughter utilizza i canoni del cinema gotico per mettere in scena una storia basata sul ricordo

The Eternal Daughter è il nuovo film dell’autrice britannica Joanna Hogg (Unrelated, The Souvenir), che oltre a curare la regia si è anche occupata della stesura della sceneggiatura. La pellicola è stata presentata in anteprima alla 79° edizione della Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia, dove ha preso parte al concorso ufficiale.

Prodotta da Element Pictures e distribuita nel mondo da A24, la pellicola ha potuto contare anche sul supporto di Martin Scorsese, che ha ricoperto il ruolo di produttore esecutivo. A renderla ancora più interessante c’è poi il coinvolgimento di Tilda Swinton (…e ora parliamo di Kevin, Solo gli amanti sopravvivono) che, come è oramai suo solito, porta sullo schermo ben due personaggi.

The Eternal Daughter: un racconto di fantasmi

Recensione The Eternal Daughter - Cinematographe.it

La vicenda narrata da The Eternal Daughter ha come protagoniste una madre e una figlia (entrambe interpretate da Tilda Swinton). In occasione del compleanno dell’anziana, la coppia decide di trascorrere un periodo presso un maniero situato nella campagna che circonda Liverpool. La struttura è stata riadattata ad albergo ma, durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale, la genitrice vi si è trasferita per sfuggire ai bombardamenti.

Già a partire dalla prima notte, la figlia ha problemi a dormire per via di rumori provenienti dalle altre stanze; al contrario, la madre non sembra avere alcun problema. Con il passare dei giorni, il dissagio avvertito dalla più giovane si fa sempre più intenso; inoltre, comincia ad avvertire intorno a sé delle presenze estranee. Non è in grado di comprendere la natura di questo fenomeno, che potrebbe dipendere dalla suggestione, ma è determinata a non lasciare che questo inquini il suo periodo in compagnia della madre.

Memorie felici e memorie dolorose

Recensione The Eternal Daughter - Cinematographe.it

In The Eternal Daughter, Joanna Hogg utilizza i codici del cinema gotico per mettere in scena una storia con al centro la memoria delle protagoniste. L’estrema accentuazione di alcuni dei cliché del genere serve proprio a rendere chiara la sua intenzione: non è interessata a realizzare un vero e proprio horror e la struttura gli serve per mettere efficacemente in scena la tormentata interiorità delle protagoniste.

Più che da dei fantasmi, queste sono tormentate dal ricordo e dal senso di colpa. Per quanto non appartenenti al mondo del paranormale, le emozioni delle donne si manifestano in maniera profondamente inquietante, rendendo impensabile il poterci convivere. L’adesione agli stilemi tipici del cinema dell’orrore assume quindi anche un’altra valenza: annulla di fatto le differenze che separano le manifestazioni spiritiche dei defunti dalle visioni provocate da un inconscio turbato. D’altra parte, per coloro che subiscono questo tipo di fenomeni le differenze sono assolutamente marginali. Nelle intenzioni della sua autrice, The Eternal Daughter è quindi una vera e propria ghost story.

La dama del maniero

Recensione The Eternal Daughter - Cinematographe.it

Interessante è il rapporto che la regista instaura tra la messa in scena e l’architettura del palazzo. La geometria dell’inquadratura è spesso posta in contrasto con quella della struttura, creando un effetto destabilizzante, che contribuisce non poco alla definizione del clima spettrale che permea la pellicola. Immancabile, poi, al centro della scena c’è sempre Tilda Swinton. L’intero ambiente è costruito intorno alla sua figura, così come il film è costruito intorno alla sua interpretazione.

Sono due le fonti di alimentazione del motore narrativo: il rapporto che intercorre tra i due personaggi portati in scena dall’attrice e quello che si instaura tra di essi e la villa. Si tratta di una operazione autoriale eseguita con grande cura, ma anche fine a se stessa. Per quanto si possa apprezzare la sua eleganza, The Eternal Daughter è fondamentalmente un esercizio di stile, affascinante ma poco significativo. A rendere poco incisivo questo apparato contribuisce non poco il finale, in cui i conflitti vengono liquidati da un colpo di scena poco ispirato.

Questo non significa che la pellicola non sia apprezzabile, anzi. La qualità del lavoro svolto dalla Hogg e dai suoi collaboratori garantisce una visione piacevole e, nei passaggi dove si concede di più al genere, anche spaventosa. Allo stesso tempo, vista la natura effimera dell’operazione, non riteniamo che sia è destinata a rimanere impresso nella memoria.

Leggi anche Venezia 79 – Gli spiriti dell’isola: recensione del film di Martin McDonagh

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 1.5
Fotografia - 3
Sonoro - 2.5
Recitazione - 3.5
Emozione - 1.5

2.6

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