The Counselor – Il procuratore: la recensione del film di Ridley Scott

Un cast stellare per una favola nera su avidità, tradimento e droga

Pochi film hanno suscitato delle reazioni più contrastanti di The Counselor – Il procuratore, diretto da sua maestà Ridley Scott e basato sulla sceneggiatura di Cormac McCarthy, uno dei più importanti e rispettati scrittori e sceneggiatori americani di sempre. Con un cast stellare, una fotografia sontuosa firmata da Darusz Wolski e una colonna sonora tetra e intensa firmata da Nadiel Pemberton, The Counselor rappresenta una dei migliori esempi di stile cinematografico dell’ultimo decennio.

La storia fa partire il tutto dall’avidità del Consulente legale (Counselor appunto, tradotto con un inconcepibile Procuratore in italiano) interpretato da un Michael Fassbender in stato di grazia. Fidanzato con la bella Laura (Penelope Cruz), al momento svolge l’attività di avvocato per uno dei cartelli della droga più potenti del Messico, ma sogna di poter rimpinguare le sue finanze che al momento non soddisfano le sue pretese.

Per ottenere questo si rivolge all’istrionico ma fidato Reiner (Javier Bardem), amico affiliato alla malavita messicana. L’incarico è molto semplice: trasportare qualcosa come 20 milioni di dollari di cocaina attraverso il confine, anche grazie alla collaborazione di Westray (Brad Pitt), uomo d’affari ben conosciuto da Reiner. Tuttavia proprio quest’ultimo saggiamente consiglia al protagonista di pensarci bene prima infilarsi in questo mondo, dal momento che i cartelli della droga sono noti per i raccapriccianti e terribili metodi di tortura e uccisione verso chi li delude e che in ogni caso l’affare più semplice ha sempre complicazioni.

In questo universo torbido, violento e opulento si inserisce la fascinosa e calcolatrice Malkina (Cameron Diaz), in un gioco complesso dove nessuno è innocente e nulla è così casuale come sembra….

Diretto con mano sicura da Ridley Scott (e dedicato alla memoria del fratello Tony, morto suicida durante le riprese), The Counselor – Il procuratore non è affatto un film banale, scontato o di facile lettura, anzi.

Dietro l’apparente storia incentrata sull’ennesimo traffico di droga tra il Messico e il Sud degli Stati Uniti, il film di Scott assurge in realtà a preziosa scatola dentro la quale il regista inserisce, grazie alla sceneggiatura di McCarthy una sorta di compendio inerente l’animo umano, le sue miserie e sopratutto il suo lato oscuro.

Nessuno dei personaggi è innocente, tutti sono chiamati a confrontarsi con la propria cupidigia, la propria avidità, i desideri inconfessabili, l’incapacità di andare oltre una visione assolutamente materiale della vita. Gli oggetti, gli abiti, le auto, i vestiti…tutto questo diventa più prezioso delle persone che abbiamo attorno e che diciamo di amare. Il protagonista (uno straordinario Micheal Fassbender) è il perfetto simbolo dei nostri tempi, dominati dall’idea di arraffare più che si può, finché si può, senza curarsi di avere una morale o una qualche forma di ideologia alla base della propria vita.

Il male abita in ognuno dei protagonisti, anche nell’apparente angelica Laura, a cui Penelope Cruz dona un candore tanto potente quanto falso. Posseduta da un’ingenuità e innocenza solo di facciata, è il personaggio più ipocrita del film, assolutamente disinteressata riguardo a dove provengano i soldi con i quali il fidanzato le dona uno stile di vita a cui non vuole e non sa rinunciare.

Un discorso a parte merita il personaggio di Reiner, in quanto forse il più schietto e disincantato e, allo stesso tempo, l’unico che ammetta le sue debolezze e difetti. Interpretato da un Javier Bardem quasi irriconoscibile, è qualcosa di più di un semplice parvenu narcisista e di meno di un saggio che sa con cosa ha a che fare.

Chi stupisce è sicuramente Brad Pitt, che fa del suo Westray un cowboy dall’animo triste e abitato da un’ironia verso l’orrore che lo circonda che lo fa subito amare dallo spettatore. Ma chi veramente domina il film è un’agghiacciante Cameron Diaz, che così perfida e seducente non l’avevamo mai vista prima d’ora. La sua Malkina è un’audace, mefistofelica e spregiudicata arraffatrice, decisa a tutto pur di arricchirsi e ossessionata dal potere e sopratutto dall’ideale di una vita vissuta con una teatralità e sfarzo faraonici.

The Counselor vive di simbolismi ed è in tutto e per tutto un grande omaggio a Shakespeare ed al suo Macbeth, ai racconti di Baldwin e alle idee di Jung sul concetto di male e colpa. Affascina con le sue donne che si muovono come felini infernali e stregati (Malkin è da sempre un demone di sembianze feline caro alle tradizioni nordiche), di cui intuiamo la pericolosità ma non riusciamo fare a meno.

I personaggi si muovono in un universo irreale, moderno, sfavillante, dove gli stessi abiti sono qualcosa di più di oggetti, ma rivelano l’anima e l’essenza dei protagonisti, li ancorano a una filosofia di vita, ad un modo di viverla. Ecco allora che gli Armani addosso a Fassbender e Cruz, i fantasiosi vintage anni 80 creati da Yates per Bardem, sono il perfetto tappeto su cui far scivolare i passi di personaggi che vivono di esteriorità, di marche, di simboli del consumismo falsamente elitario, di quella visione dell’esistenza dove la povertà sembra peggiore della morte. Sembra appunto…

Gli sfarzosi abiti della Diaz, creati da Paula Thomas, ci parlano di chi ha chiuso l’umanità e l’empatia in un angolo buio e lontano, inseguendo una sorta di divinizzazione di sé stessa che è la perfetta metafora dei tempi in cui viviamo. I cristalli, le macchine, i marmi, i mobili, tutto contribuisce a far muovere i personaggi nel sogno che diventa incubo, dove i diamanti (onnipresenti) sono il miraggio di quella perfezione ed eternità che si basa sull’apparenza e non sulla sostanza. Sono la promessa non mantenuta.

The Counselor ha una regia dai tempi e modi praticamente perfetti, un cast straordinario ma ha il grande difetto di essere connesso a un’indefinitezza che ne è sia pregio che difetto. Perché se è vero che da un lato il suo messaggio anticonsumistico, antinarcisistico e pessimista è chiaro anche se sfumato, è anche vero che sovente Scott si fa prendere la mano da se stesso e trasforma il tutto in un esercizio di stile troppo autocompiacente (difetto più volte appuntatogli).

È dunque un film che vale la pena di vedere? Sì. Ma non è così alto come poteva essere o come sembra, dal momento che la trama è sovente troppo forzata, come forzati sono i dialoghi e diverse craterizzazioni. Il film non sa scegliere se essere simbolico o realistico, se farci muovere in uno scenario plausibile o attingere ad esso per guidarci in qualcosa di così personale da essere sovente incomunicabile.

Ironicamente The Counselor ha finito per assomigliare troppo si personaggi di cui parla: “stiloso”, impeccabile, bello, perfetto, accattivante, ipnotico talvolta, ma senza una vera anima e troppo autoreferenziale e vanitoso.

Regia - 2
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 4
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 2

2.9

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