War Machine

Brad Pitt è un attore che vale sempre la pena vedere. Anche se quello che porta sullo schermo è un personaggio caricaturale (macchietta poco studiata e eccessiva), anche se il risultato finale è un film noiosetto e privato di profondità narrativa, comica, drammatica. Anche se si tratta del film Netflix War Machine che, purtroppo, non entrerà trionfante negli annali di cinema, anzi.

War Machine è ispirato al saggio di Michael Hastings The Operators: The Wild & Terrifying Inside Story of America’s War in Afghanistan e sembra volersi imporre come dark comedy, come commedia guerrigliera che sfrutta le ironie e il non-sense di una battaglia per la democrazia. Quello che arriva allo spettatore, però, è un dramedy (mix di commedia e dramma, quello sì) poco divertente e poco drammatico. Protagonista è il Generale pluridecorato Glen McMahon (Pitt) che viene incaricato insieme al suo colorito staff di portare a termine un lavoro ingrato e impossibile: ribaltare le sorti dello scontro in Afghanistan che ormai da 8 anni (la storia è ambientata nel 2009) sta ossessionando la politica statunitense.

War Machine

Il risultato finale è frustrante, per la pellicola e per lo spettatore: che la missione di War Machine sia impossibile è un dato di fatto. McMahon stesso è a conoscenza della difficoltà di ciò che è stato assoldato per fare, ma tutto procede a pieno regime. Insomma, le difficoltà narrative e quelle cinematografiche viaggiano a braccetto sfruttando la notorietà del suo protagonista e di qualche guest star degna di nota: pensiamo al breve, ma intenso, cameo di Tilda Swinton o all’apparizione miracolosa di Russell Crowe (non vi diremo né come né quando, entrambi sono un’interessante sorpresa).

L’intento generale è critico: verso la guerra, verso la gestione del conflitto, verso la politica che non ha il coraggio di muoversi in nessuna direzione risolutiva. War Machine è critico verso l’onnipotenza (o la sua presunzione) americana, verso l’idea che la loro sia, effettivamente una missione di pace. Quello in Afghanistan è un’occupazione, nulla di più. E lo sanno tutti, McMahon compreso. Anche in questo caso, però, non si va fino in fondo: la denuncia non tocca i piani alti dell’establishment, non tocca le motivazioni economiche, si ferma prima, prima di dover dimostrare coraggio, quello vero.

Il fil rouge di War Machine sembra essere un concetto alquanto deprimente: buon tentativo, ma si poteva fare meglio, insomma, ci hanno provato.

War Machine

Gli intenti sono sempre dei più nobili, ma ciò che conta in questo mondo di squali è sempre e comunque la resa finale, ciò che ne scaturisce e, soprattutto, la reazione del pubblico. Che conosciate o meno i war movie, una cosa sola vi basti sapere: dovrebbero essere a prova di sbadiglio. Non chiediamo continue sequenze di violenza e di guerra spettacolare, anzi, per quello c’è Spielberg. Quello che ci aspettiamo è un’esca abbastanza grande da cogliere il nostro interesse di spettatori distratti e annoiati, un amo affilato che si nasconda nei dialoghi, negli intrighi, nelle rivelazioni. Niente di tutto questo arriva mai, in War Machine.

Certamente non è tutto da buttare, anzi. Come abbiamo già detto all’inizio, Brad Pitt rimane un essere affascinante, anche quando fallisce. Nulla, dalla colonna sonora alla fotografia, è di basso livello, ma il film nel suo complesso non riesce a superare la sufficienza.

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