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I film perfetti esistono. Sono pochi, pochissimi. A volte vengono associati alla definizione di cult, ma non tutti i fenomeni culturali hanno la fortuna di essere, oltre che amati e omaggiati dal pubblico, così precisi e impeccabili. Ed è esattamente impeccabile l’aggettivo con cui poter approcciarsi a un capolavoro della storia del cinema quale The Blues Brothers, l’ascesa nell’olimpo cinematografico della triade Landis-Belushi-Aykroyd che, mandati in missione per conto di Dio, hanno fatto dei fratelli dagli abiti scuri e i Ray-Ban neri l’iconografia di un cinema che nel 1980 avrebbe aperto la strada a un connubio visivo e musicale senza alcun eguale.

È l’impronta istantaneamente immaginifica che ha fatto del film-pilastro diretto da John Landis – scritto con il protagonista Dan Aykroyduna fonte inestimabile da cui il cinefilo ha potuto attingere a piene mani, a cui è stata donata l’occasione di ritornare ogni volta a quell’accortezza di sceneggiatura che ha permesso alla pellicola di non invecchiare di un giorno dalla sua prima uscita. Una sfilata di personalità che The Blues Brothers non solamente ha rigirato a proprio favore, ma ha vorticato attorno alla loro portata culturale e scenografica per trarre linfa vitale proprio da esse, rendendole parte integrante di un tessuto in cui la soglia tra personaggio e artista reale diventa talmente sottile da porre il film di Landis esattamente al confine lì dove tutto può essere e dove tutto è possibile.

La scintilla di John Belushi e Dan Aykroydthe blues brothers, cinematographe

La luce che investe come un riflettore l’appena uscito di galera Jake, si rifrange conseguentemente sul pubblico di spettatori, che della voglia di rimettere insieme la band dei fratelli ne sente la necessità quasi al pari dei protagonisti stessi, percependosi anche loro illuminati dalla potenza di una pellicola che può far credere nei miracoli, tanto da poter far ballare sull’altare della chiesa ogni suo più accanito adepto. Uno scintillare che accompagna John Belushi e Dan Aykroyd dal principio del loro viaggio di redenzione e che finirà lì proprio dove tutto era incominciato, facendo gustare ai loro fan ogni singola tappa del percorso che porterà i personaggi a collezionare un numero esorbitante di nemici, tanto grande quanto quello di chi, della loro folle avventura, amerà qualsiasi assurda direzione.

Ma ciò che di più assurdo funziona in un film che torna a segnare – o, meglio, che non ha mai smesso di farlo – il panorama irreale e per questo fantasmagorico di The Blues Brothers è la coincidenza di una comicità che non rende mai astrusi i suoi contorni legati al nonsense. Quella pazzia di fondo, quel grottesco che non è mai spinto, bensì velato e proprio per questo incredibilmente efficace: tutto fila liscio come olio su tela per affrescare momenti di pura genialità giostrati attorno ai meccanismi dell’inconcepibile, della finzione dura e pura. Da uno spirito santo che aleggia in piccoli uffici sacerdotali a bazooka che mandano in macerie palazzi, dagli inseguimenti in macchina per i corridoi di un centro commerciale a galeotti che a suon di rock si sbizzarriscono tra le quattro mura di un carcere.

The Blues Brothers – La musica (e il cinema) come religionethe blues brothers, cinematographe

Se l’obiettivo dell’irrazionale è l’epicità, The Blues Brothers la raggiunge con l’assertivo conseguimento di un un’eccentricità che funziona con la meticolosità di un orologio svizzero, una scrittura talmente puntuale da risultare tra le più solide che la filmografia mondiale abbia mai trovato, ma ancor più con momenti musicali tra i migliori dell’intera storia del cinema, irripetibili, imbattibili, irresistibili e assolutamente ballabili, che rendono quello di John Landis un vero invito allo scatenarsi più duro.

Nell’escalation di una trama che pone ogni suo tassello con procedimenti d’attenzione tali da sopraffare come solo il suo tallonamento finale sa fare – il più ingente che la settima arte abbai mai incontrato, dove anche i nazisti reclamano la loro parte -, The Blues Brothers è una religione il cui credo lo si può trovare in ogni canzone del film e in ogni scalciata di gambe. In ogni persona che ha bisogno di nutrirsi, sia di cinema, che di musica, che di amore. You, me, them, everybody!

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