voto del pubblico 3.1/5
voto finale 3.5/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Dal momento dell’annuncio, poco prima dell’inizio di questo terribile 2020, Tenet di Christopher Nolan ha man mano acquisito sempre maggior importanza, aggiungendo alla spasmodica attesa, avvalorata dal solito alone di mistero che circonda i film del cineasta inglese, la vestitura dei messianici panni del salvatore del futuro del cinema in uno dei momenti più bui della sua storia. Un’eventualità che lui non ha fatto comunque nulla per evitare.

Un mondo crepuscolare“, come quelli in cui vengono ambientante le sue storie, come quello in cui prende forma anche questa sua nuova opera, quella più costosa (superati per la prima volta i 205 milioni di budget), più creativamente ambiziosa, più libera e più personale. I posteri, o “la posterità“, ci diranno se il film, come il suo Protagonista, riusciranno nella loro missione impossibile, quello che rimane a noi dopo la visione del film è la consapevolezza di esser stati testimoni di un evento grandioso per tutti gli amanti della Settima Arte.

Editoriale | Christopher Nolan e il concetto del tempo tra ricordo, prospettiva e ossessione

Perché per quanto Tenet possa essere divisivo (e lo sarà) e per quanto possa spesso risultare cervellotico, criptico o confusionario è uno di quei film che per potenza visiva, coinvolgimento e sperimentazione hanno veramente la capacità di ricordare a tutti quanto sia fondamentale la sala buia e il rito collettivo per un cinema vivo, febbricitante e con la voglia matta di superare le sue convenzioni.

Buona lettura e, più di ogni altra volta, buona visione, dal 26 agosto avete 600 occasioni per non perdervelo.

Nolan Cinematic Universe

Christopher Nolan, cinematographe.it

Prima di passare alle analisi, che saranno tante per forza o per amore, concentriamoci un attimo sulla cornice in cui Tenet può essere inquadrato, importante per capire ancora una volta l’unicità e l’importanza della totalità del lavoro del suo regista.

Ormai è risaputo che il terreno di esaltazione del cinema nolaniano è quello “di mezzo”, in grado di coniugare i caratteri più esaltanti e qualitativamente più alti del blockbuster con tutte le contaminazioni autoriali riconducibili alle sue fissazioni creativi e alla sua idea di medium cinematografico. In piena coerenza con la natura palindroma del suo titolo, l’ultimo lavoro del cineasta inglese occupa un posto centrale doppiamente valido, perché racchiude in sé, come mai prima d’ora, tutti gli elementi della sua filmografia e rilancia con forza la suggestiva lettura di un suo personale franchising autoriale in una contemporaneità in cui il linguaggio delle saghe cinematografiche basate su universi comuni è sempre più usato per trovare il proprio posto al sole.

Con Tenet Nolan sentenzia di averne creato uno proprio, utilizzando però i suoi topos creativi, rintracciabili dai personaggi alle strutture narrative e, ancora di più, alle caratteristiche visive. Un universo personale, condiviso da tutti i suoi film, che riesce a portare avanti un discorso organico, rintracciabile sin dal primo capitolo della sua filmografia, ormai 22 anni fa.

Dunque, Tenet

Tenet, cinematographe.it

Tenet ha nel suo titolo il riferimento al Quadrato del Sator, o Quadrato Magico, una tanto ricorrente quanto ancora misteriosa iscrizione latina composta dalle parole SATOR, AREPO, TENET, OPERA e ROTAS, la cui giustapposizione, nell’ordine sopra indicato, crea un palindromo, qualsiasi sia la direzione in cui si decida di leggere. Ognuna delle parole che lo compongono sono presenti nel film, alcune più nascoste di altre e alcune più chiare da interpretare di altre.

La più importante è, naturalmente, quella che da il nome alla pellicola, l’unico verbo presente nel quadrato, per di più al centro, una posizione che si sposa con i significati: “guidare”, “reggere”, “mantenere”. Nel film esso assume il significato metanarrativo di una porta che permette al regista di spaziare tra i generi, mantenendo il nucleo centrale della spystory di ispirazione bondiana, ma ampliando la visione ad influenze di sci-fi e war movie. Nella trama è invece “semplicemente” un nucleo segreto di controspionaggio che opera al di fuori del tempo lineare per combattere una minaccia che potrebbe portare alla Terza Guerra Mondiale e, più nel concreto, all’armageddon.

Il Protagonista (John David Washington) è l’operativo destinato a portare a termine questo compito così rischioso, ma per farlo dovrà entrare in contatto con una percezione temporale invertita, basata su una tecnologia che permette di modificare l’entropia della materia grazie ad una qualche futuristica tecnologia nucleare, purtroppo per il mondo caduta nelle mani di Sator (ecco un’altra parola), lo spietato oligarca russo interpretato da un ottimo Kenneth Branagh.

Tenet, cinematographe.it

Un thriller dal linguaggio complesso, a tratti apparentemente indecifrabile, montato secondo uno schema al contrario essenziale, classico del regista sia per le tematiche che per la loro presentazione e sia per i meccanismi narrativi fino alla scrittura dei personaggi. Un melodramma dai toni simili a quello di Inception, l’amore come moto rivoluzionario, la verticalità come metafora visiva e la cattura in movimento dei protagonisti, elementi, questi ultimi, concepiti come facenti parte di un tutto, approfonditi solo secondo l’obiettivo generale della pellicola. Unica eccezione è la Kat di Elizabeth Debicki, ancora brava in una interpretazione simile a quella in The Night Manager e unico membro del cast per cui Nolan ha scritto un personaggio su misura. Brilla però più di tutti Robert Pattinson, attore sempre più in ascesa, qui un 008 vero e proprio, infine vero deus ex machina della storia.

Arrivando a toccare nel momento culmine della sua intricatissima struttura narrativa tematiche fondamentali per il futuro del nostro Pianeta, Tenet ci parla di fisica quantistica, del paradosso del nonno, e della collocazione del libero arbitrio in una realtà accettata come palindroma. Un altro dei quesiti primordiali della poetica nolaniana. La risposta potrebbe essere l’ignoranza, che la bomba più pericolosa è quella che non è esplosa, l’accettazione dell’esistenza comunque di un destino. È andata com’è andata.

Tenet: una porta al di fuori del tempo cinematografico

Tenet, cinematographe.it

Alla glacialità della guerra fredda 2.0 e alla freddezza con cui Nolan racconta la parte spy della sua storia, il regista risponde regalando al pubblico una esperienza tra le più immersive, potenti e suggestive del suo cinema.

Un viaggio che comincia fin dallo straordinario intro e prosegue con un ritmo incessante, in cui alla vicinanza ossessiva delle riprese viene affiancato lo straordinario comparto sonoro, curato da Ludwig Göransson. Le camere IMAX si mischiano al 70 mm, inseguendo i protagonisti, catturando ossessivamente qualsiasi loro mossa, in ogni angolo del mondo (parliamo di un film ambientato in sette Paesi), la fotografia di Hoyte van Hoytema assume un valore diegetico di straordinaria importanza per l’orientamento dello spettatore e il montaggio di Jennifer Lame è probabilmente uno dei più complessi della storia recente del cinema.

Al centro di Tenet c’è però, ovviamente, la connessione tra la soggettività del tempo e quella della realtà, questa volta non solo come focus principe della narrazione, ma come modo per viverla, esaltazione visiva massima della forma labirintica delle narrazioni nolaniane e del concetto che da sempre ha condizionato ogni stesura delle sue storie. Sullo schermo si assiste ad una sovrapposizione di fatti, situazioni, ambienti e persone nello stesso momento, ma in due tempi diversi. L’inversione nolaniana non permette di saltare avanti e indietro nel tempo secondo i meccanismi classici, ma di scorrere, di percorrere un sentiero che ti permette di muoverti avanti e indietro e quindi incrociare anche il tuo te stesso.

Qui nasce la sorpresa, il miracolo visivo, ma anche tutta quanta la cervellotica struttura, ad un primo impatto respingente e alienante. Tenet pretende uno sforzo intellettuale da parte del pubblico e una visione in più, ma dalla sua ha veramente tanto da offrire.