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Dopo il successo ottenuto con La ricerca della felicità, Gabriele Muccino torna di nuovo a dirigere Will Smith per il suo secondo film di produzione americana, Sette anime (2008). La pellicola racconta la storia di Tim Thomas, un ingegnere aerospaziale che provoca involontariamente un incidente stradale in cui perdono la vita sette persone, oltre alla sua adorata moglie. Da quel momento, Tim decide di espiare questa sua colpa salvando la vita a sette sconosciuti meritevoli di una seconda chance, senza rivelare il motivo di questo gesto: inizia a poco a poco a “donarsi” letteralmente a loro, a chi donando un rene, a chi il midollo osseo, a chi una parte del suo fegato, a chi un lobo polmonare, fino a regalare a una donna in fuga dal compagno violento la propria casa, il nido d’amore che l’ha visto felice con sua moglie.

Quella di Tim è una spirale autodistruttiva prima che generosa, che trova fine con le ultime due anime da salvare: quella di Ezra (Woody Harrelson), centralinista cieco dall’animo gentile, e quella di Emily (Rosario Dawson), giovane donna con un difetto cardiaco che le risulterà fatale se non troverà in tempo un donatore compatibile. Ed è proprio quest’ultima persona che metterà in crisi Tim: Emily, infatti, farà nascere in lui il desiderio di amare di nuovo, di continuare a vivere, facendo vacillare la sua fermezza e la sua volontà.

Sette anime: la speranza “americana” di Gabriele Muccino

Sette anime cinematographe.it

Con Sette anime, girato negli Stati Uniti, Muccino non riesce a ottenere lo stesso consenso da parte di critica e pubblico raggiunto con La ricerca della felicità, nonostante l’ormai consolidato rapporto con l’attore Will Smith. Il tema trattato è probabilmente il principale motivo di questo calo. I film americani di Muccino sembrano, già a un primo sguardo, materia frutto di una mente diversa: è percepibile, infatti, come il regista italiano non prenda parte alla stesura della sceneggiatura. Le pellicole Made in Italy di Gabriele Muccino, nelle quali ha rivestito anche il ruolo dello sceneggiatore, sono opere dove la solitudine la fa da padrona: nessuno è mai davvero in comunicazione con l’altro, soprattutto all’interno dei nuclei familiari, e le anime protagoniste delle vicende narrate sono irrimediabilmente sole.

Così non è per i film americani: c’è una connessione tra i personaggi presenti, una luce in fondo al buio rappresentata dall’amore, quel sentimento così bistrattato nelle opere nostrane che funge invece oltreoceano da motore risolutore. I rapporti umani sono alla base di un titolo come Sette anime, ma, a differenza di La ricerca della felicità, essi sono filtrati attraverso un eccessivo tono melenso, come se l’intero film puntasse esclusivamente sulla lacrima fin troppo facile (in questo caso) dello spettatore.

Sette anime: il messaggio d’amore assorbito dal melodramma

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Muccino si conferma un bravo direttore d’attori: l’intero cast, a partire da un’eccellente Rosario Dawson, si dimostra azzeccato, ma la bravura degli interpreti sembra essere assorbita dalla carica melodrammatica dell’opera. Risulta davvero difficile uscire indenni dalle sabbie mobili del sentimentalismo spicciolo di Sette anime: la sceneggiatura di Grant Nieporte vuole sottolineare l’importanza del donarsi al prossimo, del potere catartico dell’amore incondizionato, ma finisce per appesantire un tale messaggio, caricandolo di momenti quasi fermi, stagnanti, che riducono l’epilogo a una serie di cliché (così “americani” verrebbe da dire) che poco hanno infatti giovato al successo dell’opera.

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