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Fra i principali temi affrontati dal cinema e dalle serie televisive degli ultimi anni, spicca senza dubbio quello della nostalgia per gli anni ’80, epoca in cui i giovani adulti di oggi hanno trovato terreno fertile per costruire il proprio immaginario culturale, liberi dalle tensioni e dalla frenesia a cui la società contemporanea costringe. Questo filone, che J. J. Abrams è stato fra i primi a percorrere con il suo gioiellino Super 8, è stato cavalcato con successo a più livelli, dai blockbuster (Guardiani della galassia) al cinema indipendente (Sing Street e Turbo Kid), generalmente con buoni risultati. Netflix ha innegabilmente contribuito a questo revival, grazie all’efficace miscela di avventura, thriller e paranormale in salsa teen di Stranger Things e (con alterne fortune) a una moltitudine di altri film e serie, fino ad arrivare a Rim of The World, ultima opera di McG disponibile sulla piattaforma streaming dal 24 maggio.

Rim of The World: un ennesimo revival degli anni ’80
Rim of The World

Anche se l’ambientazione di Rim of The World è la California contemporanea, tutto ci riporta al periodo più florido per la narrativa popolare rivolta ai più giovani: dalle citazioni esplicite (l’immancabile Star Wars, Jurassic Park, Ritorno al futuro) alla scelta di avere per protagonisti un piccolo gruppo di bambini (sulla scia de I Goonies, Stand by Me – Ricordo di un’estate ed E.T. l’extra-terrestre, da cui vengono riprese anche le sequenze delle biciclette), passando per la classica gita al campo estivo, crocevia di crescita, avventure, innamoramenti e nuove amicizie. Proprio il campeggio estivo Rim of the World (letteralmente “Il confine del mondo”) è il teatro di un’improvvisa invasione aliena, che un eterogeneo gruppo di quattro ragazzi, impersonati da Jack Gore, Alessio Scalzotto, Benjamin Flores Jr. e Miya Cech, sarà chiamato a contrastare.

Dopo i suoi non convincenti tentativi di ridare lustro a successi degli anni ’80 con Charlie’s Angels, Charlie’s Angels – Più che mai e Terminator Salvation, McG prova dunque a costruire un racconto nuovo, anche se fortemente radicato nel passato. Nel prendere in prestito il meglio dell’epoca, si dimentica però una componente fondamentale, cioè l’atmosfera, che invece aveva  saputo efficacemente riprendere nel suo precedente progetto La babysitter (anch’esso presente su Netflix). A questo, si aggiunge la deficitaria sceneggiatura di Zack Stentz, che non riesce a replicare il buon lavoro svolto in Thor e X-Men – L’inizio, limitandosi a procedere per stereotipi (il nerd, il ricco viziato, il ragazzo con problemi con i genitori e la ragazza timida e riservata), senza un’adeguata costruzione delle dinamiche fra i personaggi e della loro evoluzione.

Rim of The World non riesce a replicare l’atmosfera dei propri riferimenti

Rim of The World

Rim of the World è essenzialmente un bignami innocuo e depotenziato dell’epoca cinematografica che abbiamo imparato a conoscere e amare, che procede stancamente sull’esile concetto della cooperazione e del superamento delle diversità per riuscire in un’impresa apparentemente impossibile. Mentre il cadavere e i bulli di Stand by Me – Ricordo di un’estate e il tesoro di Willy l’Orbo de I Goonies erano il motore narrativo su cui costruire riflessioni sull’amicizia e sulla crescita, gli alieni di McG non sono altro che un inutile sfoggio di pasticciata computer grafica, che nulla aggiunge al racconto.

Risulta inoltre difficile comprendere quale sia il vero target di Rim of the World, dal momento che le citazioni e l’effetto nostalgia su cui è imperniato sono difficilmente decifrabili dai giovanissimi, mentre le inevitabili forzature causate dal contrasto a una minaccia aliena da parte di un gruppo di ragazzini, senza un appropriato sviluppo dei personaggi e del contesto, può facilmente allontanare un pubblico più adulto.

Rim of The World

Rim of The World ci fornisce l’ennesima prova del fatto che non basta appoggiarsi passivamente a un filone o a un’epoca per replicarne il successo e che le idee e lo spirito di un periodo non possono essere sostituiti da un pigro accumulo di riferimenti più o meno evidenti. Un allarmante segnale che rende legittimo chiedersi se il filone della nostalgia abbia o meno raggiunto la saturazione e l’avvitamento su se stesso.

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