Parigi può attendere

Parigi può attendere è un film semi autobiografico di Eleanor Coppola, moglie del più celebre Francis, per la prima volta alla regia di una pellicola di finzione. Il lungometraggio vede la partecipazione di Diane LaneAlec Baldwin Arnaud Viard. Dopo le partecipazioni al Toronto Film Festival e al Tribeca, Parigi può attendere è stato presentato al Biografilm 2017.

Il senso di Parigi può attendere è racchiuso nella vita di una donna

paris can wait

Il senso di Parigi può attendere è racchiuso nella vita di una donna, Anne, moglie di Michael, regista che si trova al Festival di Cannes per la promozione di un film. Anne è sempre al seguito del marito per il suo lavoro, finché un giorno decide di non seguirlo in aereo, scegliendo di andare a Parigi con altri mezzi. Così fa la conoscenza di Jacques, socio del marito, con cui sarà quasi costretta a viaggiare attraverso la Francia. Anne passa dal non veder l’ora di arrivare a Parigi al, quasi forzato, non volerci arrivare mai. Ad accompagnare le giornate di viaggio sono gli intermezzi di scene basate su degustazioni di vini, formaggi, picnic tra i prati, visite ai musei, tante rose e tanto cioccolato.

L’anima di Parigi può attendere è immortalata nel cibo, nelle fotografie, nelle opere d’arte che quasi oscurano la fluidità narrativa e quel poco di trama che si segue anche con un occhio aperto e uno chiuso. Un film per stomaci forti, considerate le quantità di pietanze ingerite dalla coppia in due giorni di viaggio, bisognerebbe avvisare il pubblico con l’indicazione don’t try this at home, non tanto per la tematica on the road con sconosciuto o l’evasione dalla realtà di tutti i giorni, ma per la mole di cibarie proposte e le tavolate piene di dolciumi e alcool, senza nemmeno un’indigestione. Quella è sicuramente sopraggiunta a noi.

In Parigi può attendere, Jacques è un’altra figura francese tra il cliché e il roué

Parigi può attendere

92 minuti di orgia culinaria, un diario di viaggio in cui Anne con la sua macchina fotografica tenta di riprendere piccoli dettagli, trafugando attimi e pose tra gli acquedotti romani, i campi di lavanda, esposizioni e musei, i ristoranti, tutti consigliati dalla guida Michelin. E per cosa? Tutto per uno sterile ritratto che la regista dà della Francia, basato su stereotipi e luoghi comuni tipicamente americani, fatti di bei paesaggi, ottimo cibo e intriganti atmosfere, dietro cui non c’è alcun contenuto originale ed interessante.

A tratti sembra che Parigi può attendere sia ciò che la Coppola ha immaginato di vivere o pensa di aver vissuto in prima persona, il tutto condito da una sceneggiatura acerba, impostazioni dialogiche che giacciono tra un ridondante pornfood e qualche anelito di intesa tra i due protagonisti. Lo stesso Jacques è un’altra figura francese tra il cliché e il roué, pieno di straripante joie de vivre. Sicuramente Parigi può attendere ci fa tornare alla mente capolavori come Due per la strada, che niente hanno a che fare con questa pellicola, ma che riemergono dalla memoria come un balsamo lenitivo dalla visione di determinati attimi, assieme al senso di déjà vu che accompagna tutta la pellicola.

Parigi può attendere è un film senza pretese, dietro il quale non c’è alcun contenuto originale ed interessante

Parigi può attendere

Le uniche cose che si salvano sono la fotografia, il minimo sindacale che riesce almeno a far apprezzare ciò che i due protagonisti visitano nelle loro escursioni, e le interpretazioni. Diane Lane, Alec Baldwin e Arnaud Viard nel loro piccolo portano sulle spalle l’intera credibilità di Parigi può attendere, si misurano sicuramente con conversazioni che lasciano il tempo che trovano, ma almeno ripagano il costo del biglietto.

Parigi può attendere è una summa di pellicole, un incrocio tra il trittico Eat Pray Love, con la rimarcazione feroce del verbo Eat e Avis de mistral (Un’estate in Provenza), film con Jean Reno, che poco convinse per la sua retorica e il senso del già detto che ne intonava la trama. Ecco, Parigi può attendere si pone nella stessa luce e non riesce ad esplodere, forse per la narrazione senza pretese, per il desiderio della regista di non sporgersi troppo al di là, resta il fatto che a fine film lo sguardo dritto alla cinepresa di Diane Lane suggerisce cosa davvero al cinema non vorremmo vedere.

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