voto del pubblico 4.1/5
voto finale
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Non si sevizia un paperino: recensione del film di Lucio Fulci

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Fra i tanti film diretti dal cosiddetto terrorista dei generi (come lui stesso amava definirsi) Lucio Fulci, merita sicuramente un’attenzione particolare Non si sevizia un paperino, un’originale commistione fra giallo, thriller e horror che compie proprio oggi 45 anni. Una pellicola particolarmente dura e controversa, capace di imbastire su un canovaccio abbastanza semplice e rodato un’atmosfera cupa e disturbante, toccando temi scabrosi e scottanti come prostituzione, magia nera, pornografia e pedofilia, correlati alla rigida morale popolare e religiosa. Fra i principali interpreti troviamo un irriconoscibile Tomás Milián, ancora lontano dal suo iconico ruolo di Er Monnezza, Marc Porel e due splendide donne protagoniste del nostro cinema di genere, ovvero Florinda Bolkan e Barbara Bouchet. Non si sevizia un paperino è basato sulla cosiddetta Strage degli innocenti di Bitonto, cioè una serie di 5 assassinii di bambini avvenuti nella località pugliese a cavallo fra il 1971 e il 1972.

Non si sevizia un paperino

Nell’immaginario paese lucano di Accendura, vengono uccisi in rapida successione tre bambini. Mentre la polizia brancola nel buio, sul posto arriva anche il giornalista Andrea Martelli (Tomás Milián), un giornalista di cronaca nera che comincia a indagare autonomamente sui delitti. Nel frattempo, nello sconvolto paese guidato dal giovane parroco Don Alberto Avallone (Marc Porel) è caccia al serial killer: fra i principali sospettati ci sono, per diversi motivi, lo scemo del villaggio Giuseppe Barra (Vito Passeri), la cosiddetta maciara (Florinda Bolkan), inquietante donna dedita alla magia nera, e l’avvenente Patrizia (Barbara Bouchet), borghese spedita sul posto dal padre per tenerla lontana dalle tentazioni e dai pericoli della città. Fra dubbi, fraintendimenti, sospetti e colpi di scena, prende corpo l’agghiacciante realtà.

Non si sevizia un paperino: il terrorista dei generi Lucio Fulci all’apice della sua poetica

Non si sevizia un paperino

A 45 anni esatti dalla sua uscita, Non si sevizia un paperino rappresenta ancora una visione scomoda e angosciante, capace di turbare profondamente anche gli spettatori con più pelo sullo stomaco. Lucio Fulci attraversa diversi generi ma senza mai rimanerne intrappolato, giocando sulla contrapposizione fra elementi apparentemente non comunicanti come religione, occulto, innocenza, violenza, infanzia e persino un accenno di pedofilia, concedendosi anche qualche ferma e decisa stilettata alla retrograda mentalità nostrana, incline oggi come 45 anni fa a identificare nel diverso e nello straniero la causa di tutti i mali. Il risultato è una pellicola oggi più attuale che mai, capace di dipingere con il pretesto di un classico giallo e con una corrosività più unica che rara nel nostro cinema vizi, contraddizioni e miserie della nostra società.

L’Accendura raccontata in Non si sevizia un paperino è tutt’altro che rassicurante: prostitute che esercitano alla luce del sole, inquietanti riti vudù, bambini sedotti da donne adulte e una serie di personaggi poco raccomandabili fanno da contorno a una lunga scia di sangue e morte, che ha proprio nei pargoli il proprio filo conduttore. Ma è proprio nel contrasto fra il diverso e la presunta normalità che il film mostra il suo lato più insopportabile e agghiacciante: le istituzioni e i guardiani della moralità si dimostrano infatti più corrotti e malvagi dei personaggi da loro ripudiati, diventando terreno fertile per il proverbiale cinismo di Lucio Fulci.

Ogni sequenza di Non si sevizia un paperino odora di morte e violenza

Almeno due le sequenze da rimarcare, tanto semplici nella messa in scena tanto vere e proprie mosche bianche nel nostro cinema: la prima incentrata sul sogno degli italiani degli anni ’70 e ’80 Barbara Bouchet, che si mostra in un nudo integrale e con atteggiamenti decisamente lascivi e provocanti nei confronti di un bambino (nella realtà interpretato dal celebre Nano di Termini Domenico Semeraro); la seconda con protagonista la maciara della formidabile Florinda Bolkan, massacrata fra l’indifferenza dei passanti, a colpi di catene e bastoni, sulle note di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni, sequenza che crediamo possa essere stata fonte di ispirazione per la ben più celebre scena di tortura ne Le iene di Quentin Tarantino, da sempre prodigo di complimenti e apprezzamenti per il cinema di genere italiano.

Ogni sequenza di Non si sevizia un paperino odora di morte e violenza, che prendono per mano l’erotismo e la carnalità in una sensuale e macabra danza, la cui sorte viene rivelata solo nei minuti finali, tanto efficaci a livello narrativo quanto tragicomici nella messa in scena. Ma la magia del cinema di Lucio Fulci sta proprio nel rendere accettabile e persino gradevole anche un palese fantoccio che cade da un dirupo, nel fare diventare credibili anche le svolte narrative più ardite, nel trasformare in cardine della trama anche gli oggetti più insignificanti, come il paperino che dà il titolo al film. Le ispirate musiche di Riz Ortolani e degli attori in stato di grazia fanno il resto, trasformando anche i più abbozzati e superficiali personaggi in tessere di un puzzle di non facile soluzione e in simboli dei lati più cupi e tetri dell’animo umano.

Non si sevizia un paperino: il lascito artistico e spirituale di un artista unico e inclassificabile

La morbosità percepibile in ogni istante del film, la feroce critica alla morale del tempo (non così diversa da quella attuale), la già citata scena con protagonista Barbara Bouchet e il doloroso finale, che non riveliamo per non rovinare la visione a chi ancora non lo conoscesse, hanno causato a Lucio Fulci critiche e denunce e a Non si sevizia un paperino censure e tagli, fortunatamente oggi facilmente aggirabili grazie alla libera commercializzazione in DVD della versione originale, che può essere considerata come il lascito artistico e spirituale di un artista unico e inclassificabile, capace di piegare al proprio servizio ogni genere cinematografico e di mettere in scena le proprie storie con uno sfrenato pessimismo e un ostinato coraggio, merce sempre più rara nel cinema contemporaneo.

Non si sevizia un paperino

Nel paesino disperso nel nulla di Accendura si celebra lo scontro fra pregiudizio e razionalità, fra fede e sessualità e fra morte e nascita, sullo sfondo di una modernità che attraverso la nascita di un’autostrada cerca timidamente di fare breccia nell’arretratezza tecnologica, culturale e morale di una nazione. Uno sconvolgente quanto inevitabile finale cala il sipario su una delle pagine più memorabili e atipiche del giallo all’italiana, capace di intrattenere, avvincere e inquietare, ma anche di fare riflettere su chi siamo e sui rischi connessi a una cieca e inflessibile applicazione dei nostri preconcetti.

Abbiamo costruito le autostrade e non siamo riusciti a vincere l’ignoranza, la superstizione”

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