Le iene: recensione dell’opera prima di Quentin Tarantino

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Sono già passati venticinque anni da quel fatidico 21 gennaio 1992, quando nella splendida cornice del Sundance Film Festival venne rivelato al mondo il talento registico di Quentin Tarantino con la sua opera prima Le iene. Sarebbe eccessivo, e probabilmente ingiusto, dividere il cinema in prima e dopo quella data, ma quel che è certo è che in questi decenni nessuno ha saputo rivoluzionare la Settima Arte come questo cinico, folle ed esagerato regista americano.

Le iene: il folgorante esordio della memorabile carriera di Quentin Tarantino

Le iene non è solo il folgorante esordio di una memorabile carriera, ma è anche un vero e proprio manifesto programmatico del modo di fare cinema di Quentin Tarantino: il gusto per la violenza, un umorismo cinico e spesso macabro, dialoghi tanto scurrili quanto geniali, la cura del dettaglio e soprattutto l’innata capacità di rielaborare in maniera del tutto fresca e originale pellicole del passato, portando spesso alla ribalta film dimenticati dai più o classificati superficialmente come B movies. L’estrema passione del regista per il citazionismo è esplicitata fin dal titolo originale Reservoir Dogs, fusione della sua personale storpiatura di Au revoir, les enfants (Arrivederci ragazzi in italiano) di Louis Malle e del ‘dogs’ di Straw Dogs di Sam Peckinpah, da noi conosciuto come Cane di paglia.

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Le iene

Le iene nasce da un’idea semplice e già ampiamente sfruttata nel cinema di genere, cioè quella di riunire un gruppo di malavitosi (in questo caso 8) per una rapina, per poi concentrarsi sui dissidi e sui malumori interni alla banda dopo il fallimento di essa. Non a caso, l’intenzione iniziale di Tarantino era quella di girare il film in 16 millimetri, con poche decine di migliaia di dollari di budget. Il caso ha però portato la sceneggiatura del film nelle ottime mani di Harvey Keitel, che ha deciso di finanziare la pellicola di tasca propria e soprattutto di interpretarla, circondandosi di un gruppo di attori di talentuosi attori comprendente Tim Roth, Steve Buscemi, Michael Madsen, Chris Penn, Edward Bunker, Lawrence Tierney e lo stesso Quentin Tarantino.

Con Le iene, Quentin Tarantino crea il cinema da dentro il cinema stesso

Il delirante e irresistibile prologo ci introduce il boss Joe Cabot (Tierney), suo figlio Eddie Il Bello (Penn) e i sei criminali da loro ingaggiati per una rapina a un commerciante di diamanti, chiamati strategicamente solo con un colore (Mr. Orange, Mr. Brown, Mr. Blue, Mr. Pink, Mr. Blonde e Mr. White), in modo che ognuno di loro sappia il minimo possibile sugli altri. Per presentarci gli 8 personaggi e gettare le basi del film, Quentin Tarantino mette in piedi due surreali dialoghi, indelebilmente scolpiti nella storia del cinema, basati rispettivamente su una personale e molto spinta interpretazione da parte di Mr. Brown (interpretato proprio dal cineasta) della canzone Like a Virgin di Madonna e sulla ritrosia del Mr. Pink di Steve Buscemi a lasciare la mancia alle cameriere.

Con l’entusiasmante incipit de Le iene, il regista riesce nell’intento di delineare in pochi minuti i caratteri dei personaggi e la loro personalità, senza ricorrere a scene complesse e a virtuosismi registici, ma affidandosi solo alla magia delle rozze e volgari parole pronunciate da questo sgangherato gruppo di criminali. Quentin Tarantino crea il cinema da dentro il cinema stesso, abbattendo le barriere fra pubblico e personaggi e predisponendo lo spettatore al prosieguo del film. A questo punto Le iene subisce una brusca e violenta virata, presentandoci il personaggio di Mr. Orange (Tim Roth) copiosamente sanguinante in seguito a un colpo di pallottola subito durante il fallimento del colpo.

Le iene è il teatro di un tragico e brutale scontro fra personaggi sporchi, corrotti e brutali

Le iene

Come nel capolavoro dell’idolo di Tarantino Sergio Leone C’era una volta in America, il film prosegue con un turbine di salti avanti e indietro nel tempo, in una cronologia apparentemente impazzita, ma in realtà volta a sviscerare ogni risvolto dei personaggi e a dare un senso di circolarità agli eventi. Il clima si fa sempre più malsano, teso e asfissiante: fra i membri del gruppo si nasconde infatti una talpa, responsabile della soffiata alla polizia e del fallimento della rapina. Come nel capolavoro di John Carpenter La cosa (fra le ispirazioni dichiarate per Le iene) il sospetto e la diffidenza verso i propri soci diventano il motore dell’azione, portando a un escalation di follia e violenza. Quentin Tarantino attraversa e frantuma il genere dal suo interno, restituendocelo privo di qualsiasi romanticismo o slancio eroico, ma anche più cinico, vero e familiare.

Le iene diventa il teatro di un tragico e brutale scontro fra personaggi, ambientato per buona parte in uno scarno e tetro capannone, dentro cui si consuma una cinica, realistica e rassegnata rappresentazione dell’umanità. Gli sporchi, corrotti e brutali cani di Tarantino si ritrovano così l’uno contro l’altro, divisi dal proprio egoismo e uniti dalla mancanza di qualsivoglia principio morale e dal desiderio di una teatrale e quasi gratuita violenza. Una vicenda nata e cresciuta nel sangue non può quindi che concludersi con un’ultima efferatezza, quella più fastidiosa e amara per come arriva, che chiude nel migliore dei modi il cerchio narrativo della pellicola, lasciando un senso di vuoto ma anche di totale appagamento nello spettatore.

Le iene sintetizza mirabilmente il modo di intendere e mettere in scena la violenza di Quentin Tarantino

Fra le tante scene cult che si susseguono, impossibile non citare quella del triello, derivata sia dall’altra pietra miliare del cinema di Leone Il buono, il brutto, il cattivo, sia dal poco conosciuto in Italia City on Fire di Ringo Lam, da cui Quentin Tarantino ha attinto a piene mani per Le iene, procurandosi anche diverse accuse di plagio. Memorabile inoltre la celeberrima sequenza del taglio dell’orecchio eseguita dal Mr. Blonde di Michael Madsen sulle note di Stuck in the Middle with You, che sintetizza mirabilmente il modo di intendere e mettere in scena la violenza del regista, cioè con il massimo del realismo e della crudeltà, ma anche con molta ironia, come per esorcizzare questo terribile quanto inevitabile male della società.

A dominare su tutto il perfezionismo registico di Quentin Tarantino, che, pur all’esordio cinematografico e con a disposizione un budget appena sufficiente, manda a scuola gran parte dei registi suoi contemporanei, traendo il meglio dai propri attori grazie a un sapiente utilizzo di azzeccati primi piani e dal montaggio di Sally Menke, che dona ritmo e profondità al racconto, nonostante le poche e scarne location. Memorabile anche la colonna sonora, infarcita di brani pop anni ’70 ideali per smorzare i momenti più tesi e dare energia e vitalità alla pellicola.

Le iene: una pellicola intrisa di ferocia ma anche di grande amore per la settima arte

Le iene

Con Le iene, Quentin Tarantino concentra in poco più di un’ora e mezza tutte le sue ossessioni e il suo modo di fare cinema, regalandoci una pellicola intrisa di ferocia ma anche di grande amore per la settima arte. Un’opera prima asciutta e minimale, in cui il regista utilizza tutto il suo enciclopedico sapere cinematografico per rompere gli schemi narrativi e formali del gangster movie e creare qualcosa di nuovo, indipendente e allo stesso tempo alimentato dalle opere a cui è ispirato. La nascita di una delle più luminose stelle del firmamento mondiale, che due anni più tardi troverà la consacrazione e l’attenzione mondiale con quella pietra miliare di nome Pulp Fiction.

Allora, io non ti voglio prendere per il culo, ok? Non me ne frega un beneamato cazzo di quello che sai, di quello che non sai. Tanto ti torturo lo stesso. Comunque sia, non per avere informazioni. Il fatto è che mi diverte torturare uno sbirro. Puoi dire quello che vuoi, tanto non mi fa nessun effetto. Tutto quello che puoi fare è invocare una morte rapida, cosa che tanto non otterrai.

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