Venezia80 – Love Is a Gun: recensione del film di Lee Hong-Chi

L'attore taiwanese Lee Hong-Chi (1990) debutta a Venezia 2023, all'interno della Settimana Internazionale della Critica, come regista. Tra Nouvelle Vague e gangster movie meditativo, il suo film segue l'impossibile ritorno a casa, dalla prigione, di un giovane alla ricerca dell'elemento mancante: la possibilità di immergersi, da protagonista, nella sua stessa vita.

Il tema natale di Sweet Potato, protagonista di Love Is a Gun, film di debutto da regista del taiwanese Lee Hong-Chi, manca dell’elemento acquatico: una lacuna che, se diamo retta all’arte divinatoria, obbliga il ragazzo, appena uscito di prigione, a cercare di sanare la mancanza, in un percorso individuativo e destinico che all’acqua prima o poi lo ricondurrà. Ed è quanto, in effetti, accade – il film ce lo mostra –, anche se – e occorre attenderne la fine – in modo per lui insperato: le profezie non si compiono mai come immaginate.

Love Is a Gun: un film a tratti vivido a tratti rarefatto sull’abulia che ostruisce la vitalità di un giovane uomo appena uscito di prigione, continuando a incarcerarlo anche fuori dalla sbarre

love is a gun recensione cinematographe.it

La chiusura simmetrica all’apertura, in una circolarità che margina ad anello un flusso di immagini che scrivono il film più di quanto non lo faccia la sceneggiatura stessa, è il sigillo della vita senza redenzione di un ragazzo in fondo comune, privo di particolare predisposizione alla perdizione. Eppure, nell’isola bella di Taiwan, contesa dai cinesi continentali e dagli affaristi americani, il tempo sembra sospeso sia fisicamente sia culturalmente: da una parte, distesa di non-eventi, svolgersi di un non accadere da cui non è possibile emergere se non attraverso un taglio-evento azzardato e impensabile (impensato?) al di fuori della grammatica criminale; dall’altra, indecisione tra un passato antico, insondabile e remoto, dischiuso alla poeticità senza didascalia delle cose, e un presente capitalizzato, fino a farsi evanescente, nell’obbligo di produrre, fatturare, materializzare denaro secondo l’imperativo non indigeno, ma esogeno, dei colonizzatori (psico)socio-economici occidentali.

L’acqua, quale elemento non previsto dal dna karmico del protagonista, si può allora leggere soprattutto come simbolo di un deficit di capacità immersiva: non è un caso se Sweet Potato, per reintrodursi nella comunità dal quale è stato bandito dopo aver commesso un reato, sceglie di affittare ombrelloni nella zona costiera di Taipei. Un attività che lo mantiene al di là del bordo, interdetto al tuffo, preservato da una cornice invisibile, una barriera demarcatoria tra passività della non-scelta e possibilità dell’autodeterminazione. Solo una parentesi lo distrae dalla persuasione dell’inespugnabilità del fato: l’incontro con una giovane donna vestita di rosso e amante dei fuochi d’artificio – lì, nel buio pesto screziato dai fiotti luminescenti, può garantire riparo ai suoi “segreti” – lo spinge, per un attimo sottratto al reale, come l’improvvisazione di un sogno, a ripensare l’inevitabilità del suo agire (in realtà, appunto un non-agire, un lasciarsi trascinare senza controllo nell’aridità di giorni tutti uguali, segnati dalla parola decisiva e prescrittiva dell’Altro amicale o genitoriale) e a riavvolgere il nastro, srotolandolo in un’altra direzione.

Love Is a Gun: in una Taiwan sospesa tra lirismo arcano orientale e automatismo predatorio occidentale, seguiamo l’epos ‘addomesticato’ di un antieroe senza possibilità di redenzione

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L’amore è una pistola puntata alla tempia, ma non spara: l’erotismo, come l’aggressività, è volutamente lasciata fuori campo, non solo perché non si può mostrare attraverso soluzioni formali più eloquenti e convenzionalmente codificate per il medium cinematografico – e, infatti, dice di più il non-detto filmico, quel che resta fuori dalla scena –, ma anche perché la libido del protagonista stesso è scarica. O, meglio, scaricata. Il film sembra infatti suggerire che ciò non dipenda da una compromissione genetica, connaturata all’indole del ragazzo, ma da una manomissione culturale, un sabotaggio generazionale che impedisce l’integrazione della pulsione nel desiderio, e insieme immobilizza alla paura di desiderare fuori serie, di desiderare per sé qualcosa di diverso da ciò che tutti gli altri – i pari, ma anche le autorità verticali, matriarche e patriarchi-patroni vari – sembrano desiderare.

La breve evasione con Seven, l’attrice vestita di rosso, rappresenta l’altro mondo, la scena altra e aliena della magia inverata e della spiritualità incarnata per trascendenza nel “dormire insieme“, un rapporto che è sessuale anche se non è sessuale, ed è sessuale perché accetta la diversità dell’altro in sé stesso, l’alterità di una (s)possessione libidica. La discontinuità estetica e sonora dell’episodio sottolinea la diversa natura – il leggero sollevamento onirico dal realismo dimesso che uniforma la tonalità del film – di questo incontro con un’altra vita possibile, nel segno dell’apertura al femminile, a ciò che non è tutto preso dalla trame simboliche predeterminate. Ma a Sweet Potato la digressione sembra non bastare affinché porti a compimento la sua liberazione dalla grande mano che manovra i fili invisibili che lo muovono: sono i fili delle Scritture sociali e culturali egemoni, delle narrative generazionali; sono anche i fili famigliari. Love Is a Gun si rivela allora un film multistrato, che necessita di successivi ritorni e riesami: non tutto si coglie a una prima visione, e la sua originalità non si dà nel linguaggio e nelle forme che si è scelto – che, infatti, ricordano continuamente qualcos’altro – ma nella modalità sottile e sotterranea che assume la sua denuncia. Una denuncia che pure, infine, ci appare senza compromessi o consolazioni possibili. Irriducibilmente feroce.

Love Is a Gun: valutazione e conclusione

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Nella rassegna lagunare che, da 38 anni, dà spazio ai debutti, Lee Hong-Chi, attore taiwanese, presenta il suo primo film da regista. Influenzato dagli stilemi francesi nel suo rifiuto di deformare artificiosamente espressività e scenari, Love Is a Gun segue il ritorno a casa di un giovane uomo uscito di prigione, ma immediatamente ricalamitato dalla scena criminale di Taipei. Non si tratta, tuttavia, di un’attrazione fatale per il malaffare, quanto di una tara ‘generazionale’, più che genetica, di una fiacchezza morale di fronte alla possibilità di autodeterminarsi, di non retrocedere di fronte a un desiderio singolare, all’occasione di riscrivere la propria storia, di permetterle di seguire deviazioni e desolazioni alternative. Il conformismo abulico del protagonista permea, come membrana asfittica, l’intero tessuto del film, ad eccezione di una breve evasione, bolla e sogno di distrazione dal tracciato: l’incontro tra Sweet Potato e Seven, un’attrice vestita di rosso e a suo agio coi segreti. L’assenza di paura in lei, di paura della violenza e dell’ignoto, metaforizza la necessità dell’integrazione dell’aggressività nell’amore, dell’ignoto nel noto. Eppure il film – realistico nell’impostazione sociologica e nelle sue parvenze mimetico-naturalistiche, ma, in verità, fitto di trame e sottotrame simboliche – non concede la consolazione di veder liberato il suo (anti)eroe, tanto la presa dell’Altro – sociale e famigliare – su di lui è forte, più forte persino del richiamo erotico che proviene da fuori, dalla voce bisbigliante di una sirena straniera e straniante. Alla quale dormire soltanto accanto, rispettandone i confini corporei. L’inceppatura che non consente a Sweet Potato di entrare in acqua è la stessa che non gli permette di entrare nel corpo di qualcun altro. E, ugualmente, fatalmente – ma non si tratta di un fato superiore né tantomeno sovrumano –, nella sua stessa vita.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3
Sonoro - 3
Emozione - 3

3.1