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Undici anni, tanti ne sono trascorsi dall’ultima apparizione cinematografica di Sophia Loren. Correva l’anno 2009 quando Rob Marshall l’aveva voluta nel super cast del musical Nine. Nel mezzo la voce prestata a Zia Topolino nel doppiaggio di Cars 2, la miniserie in due puntate La mia casa è piena di specchi per la regia di Vittorio Sindoni e il cortometraggio Voce umana firmato dal figlio Edoardo Ponti. Ed è sempre Ponti che ha fatto in modo che l’attrice premio Oscar tornasse sul grande schermo, lui che l’aveva diretta anche in Cuori estranei nel 2002. Del resto “i figli… so’ pezzi ‘e core” e allora eccola pronta a rispondere alla chiamata del secondo genito per la sua nuova fatica dietro la macchina da presa dal titolo La vita davanti a sé, disponibile su Netflix dal 13 novembre.

La vita davanti a sé: la seconda trasposizione dell’omonimo romanzo di Romain Gary sposta l’azione da Belleville a Bari

La vita davanti a sé cinematographe.it

Non si commette peccato nel dire che la presenza della Loren rappresenti il principale motivo d’interesse e di curiosità nei confronti di un’operazione che altrimenti non avrebbe avuto lo stesso appeal, dato che del romanzo della quale è l’adattamento, ossia quello omonimo dello scrittore ebreo-lituano naturalizzato francese Romain Gary, se ne ricorda una precedente e straordinaria trasposizione realizzata nel 1977 da Moshé Mizrahi, alla quale andò una meritata statuetta per il miglior film straniero l’anno seguente. All’epoca ci pensò un autentico saggio di bravura di Simone Signoret (premiata con un César e un David di Donatello) a dare intensità e spessore al personaggio di Madame Rosa, una ex prostituta ebrea scampata al campo di concentramento, che decide di prendersi cura dei figli delle colleghe in un un appartamento al sesto piano di un palazzo nel quartiere multietnico di Belleville a Parigi. Tra questi c’è Momò, un bambino africano rimasto orfano, che la donna accoglie quando per lei la vita sta volgendo al termine.

La vita davanti a sé: un film che mescola dramma e romanzo di formazione per parlare del sentimento della compassione, di tolleranza, integrazione, memoria, identità e perdono

Ne La vita davanti a sé, Sophia Loren ha raccolto il testimone dalla collega francese, calandosi nei panni di una figura che il regista le ha cucito addosso, ma che sembrava già sulla carta fatto su misura per lei. Elemento non da poco per una trasposizione che di riflesso acquista un valore quadruplicato in termini distributivi. Non a caso è sul quel tasto che Netflix sta battendo per promuovere l’adattamento di Pondi, che ha spostato l’azione dalla periferia parigina alle strade di Bari, città multietnica che si dimostra perfetta per abbracciare e fare da cornice alla storia di uno “scontro” tra due mondi agli antipodi destinato a trasformarsi in un incontro, nel quale le distanze e le differenze finiscono con l’azzerarsi. Il tutto si traduce nello script e nelle immagini di un film che mescola dramma e romanzo di formazione per parlare del sentimento della compassione, ma anche di tolleranza, integrazione, memoria, identità e perdono. Un cesto colmo di tematiche universali che l’opera terza raccoglie in eredità dalle pagine della matrice letteraria, rivisitata e notevolmente asciugata per l’occasione (oltre all’ambientazione originale, sono cambiati e sostituiti alcuni dei personaggi che gravitano nella casa e intorno alle due figure principali) e per andare incontro all’esigenze del racconto cinematografico.

La scoperta del talentuoso Ibrahima Gueye, la Bari fotografata da Angus Hudson e le note dal singolo Io sì, cantato da Laura Pausini

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Peccato che quelle che dovevano essere le carte in più nel mazzo di Pondi, ossia la Loren e il testo di Gary, non sono state sufficienti a La vita davanti a sé per vincere la partita. Pur spendendosi con tutta se stessa, l’attrice alterna momenti di grande forza interpretativa (vedi la scena sotto la pioggia battente sulla terrazza) a molti altri dove la carica si dimezza. Mancanza dovuta probabilmente all’inattività sul set e a una sceneggiatura anch’essa soggetta a discontinuità, scollamenti e passaggi frettolosi, che non le hanno permesso di esprimersi al meglio. Per film come questo, nel quale la direzione attoriale e le performance davanti la macchina da presa sono fattori determinanti, il non averli avuti a disposizione al 100% del rispettivo potenziale ha di fatto indebolito il risultato.  Un risultato che dovrebbe puntare diritto al cuore, ma che arriva solo di rado a scaldarlo e ad accarezzarlo, a causa di emozioni il più delle volte non portate alla giusta temperatura, perché  trattenute e cristallizzate alla fonte.    

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Di contro ci porteremo a casa l’interpretazione del giovanissimo Ibrahima Gueye, un’autentica rivelazione che finisce con il rubare la scena alla protagonista tutte le volte che viene chiamato in causa il suo Momò. Così come ci ricorderemo della Bari splendidamente fotografata da Angus Hudson e delle note dal singolo Io sì che accompagnano i titoli di coda, cantato da Laura Pausini e composto da Diane Warren. Ma anche in questo caso, quello che di meritorio è stato rintracciato nell’operazione, al momento di tirare le somme non è comunque bastato per riportarla in quota.