La lunga corsa: recensione del film di Andrea Magnani

Presentato al 40° Torino Film Festival, il film è al cinema dal 24 agosto

Stralunato, fresco, simbolico, un bizzarro coming of age che emblematizza le realtà carceraria e scopre la vita all’interno e sul limitare dei confini; La lunga corsa è il film di Andrea Mangnani, sua opera seconda, realizzata a 7 anni di distanza da Easy – Un viaggio facile facile. Prodotta da Pilgrim Film, Bartlebyfilm, Fresh Production Group e Rai Cinema, la pellicola italo-polacca è stata presentata in concorso al 40° Torino Film Festival, come unica rappresentanza nostrana. Un cinema di frontiera, scritto dallo stesso Magnani, che alla lontana sembra tingere il profilo di una versione increspata e microcosmica di Forrest Gump, laddove al posto di Tom Hanks troviamo la stesso Adriano Tardiolo che nel 2018 aveva interpretato Lazzaro nel film di Alice Rohrwacher, Lazzaro felice; al fianco di Tardiolo troviamo Giovanni CalcagnoNina NabokaBarbora BobulovaAylin PrandiStefano Casetti e Gianluca Gobbi.

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Di cosa parla La lunga corsa

La lunga corsa cinematographe.it

Progenie di due detenuti, Giacinto nasce in carcere, quasi per sbaglio: la madre sperava in una femmina, Rosa, ma il fato ha voluto diversamente e ora la trova costretta a prendersi cura di un figlio indesiderato; sia lei che il compagno si mostrano da subito inadatti, consapevoli che l’unico vantaggio che potrebbe portare loro sarebbe una possibile via di fuga: lui, in maniera quasi rocambolesca, riesce nell’intento, mentre lei vi riprova invano, in diversi momenti, fino ad arrivare alla sua scarcerazione e alla conseguente perdita di ogni tipo di contatto tra lei e il ragazzo. In mancanza di figure genitoriali di sangue a prendersi cura di lui sono, da una parte, il capo delle guardie Jack (Giovanni Calcagno) e, dall’altra, la temutissima ergastolana Rocky (Nina Naboka), prima a prenderlo in braccio e ad accudirlo quando egli, data la sua esilità, riesce ad infiltrarsi tra le sbarre della sua cella.

I problemi per Giacinto arrivano con il raggiungimento della maggiore età quando, orfano di ogni tipo di parentela, è costretto ad uscire dal suo guscio, ad affrontare un mondo per lui ancora totalmente sconosciuto, lontano quelle quattro fredde mura che lo hanno cullato per tutta la sua adolescenza. La prigione è per lui casa, è per lui libertà, è il luogo in cui fuggire, verso il quale correre senza sosta quando i compagni della casa-famiglia a cui viene affidato lo scherniscono e lo percuotono. La sua stramba corsa lo riporta sempre al punto di partenza, ove non ha modo di rientrare se non commettendo un reato, ma anche questo non basta. Sarà alla fine Jack a trovargli un lavoro e una sistemazione all’interno del carcere, ove potrà consolidare l’insolito rapporto creatosi con Rocky e sfogare le sue innate doti podistiche.

La reclusione come libertà

Adriano Tardiolo cinematographe.it

Il cinema di frontiera diviene cinema del simbolo; l’allegoria è costante, insistita, quasi smaccata, eppure pregevole per la sua lapalissiana esasperazione del rapporto tra i personaggi e lo spazio. Giacinto è un fiore che nasce dal freddo cemento, capace di rendere infinito un esiguo quadrilatero solamente muovendosi lungo una linea fissa, quella linea che lo confina e al contempo lo libera, quella linea che lo ha sempre accolto quando nessuno lo voleva: i suoi genitori prima, il mondo esterno poi. Il concetto di casa, di proprio spazio all’interno del reale, quello che il protagonista insegue con le sue inconfondibili falcate, scortato da quella genitorialità ridondante, che apre e chiude l’opera e al centro sfuma la sua concettualizzazione in qualcosa di più elastico, di non così chiaramente definito.

La lunga corsa: valutazione e conclusione

Andrea Mangnani realizza una pellicola lodevole per la sua parte contenutistica, parla in maniera fittizia ma lo fa chiaramente, esprimendo un’idea in maniera del tutto personale, tanto che lo stesso regista ha dichiarato di essersi ispirato in parte alla sua esperienza, a quella di un ragazzino cresciuto all’interno di un piccolo paesino. Il peso simbolico è quindi un filtro costante, una lama che per l’intera durata del film rischia di tagliare da entrambe le parti, un elemento ricercato ma probabilmente abusato, eccentrico sia nella scrittura che nella sua resa. I personaggi sono anch’essi caricati in maniera volutamente lampante, come la direttrice del carcere con la benda sull’occhio (Barbora Bobuľová), il secondino Jack dal baffo accentuato, la temibile Rocky con sguardo vitreo, per arrivare fino al protagonista: impacciato, sgraziato, reo di non conoscere il mondo, di essere inadatto alla vita esterna. La costruzione e la descrizione risultano quasi fiabesche, fresche per l’idea ma ancora acerbe per il modo, che anche nel suono e nell’immagine si mantengono aderenti a quella focalizzazione allegorica.

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Regia - 3
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3
Recitazione - 2.5
Sonoro - 3
Emozione - 3.5

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