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Il J’Accuse di Émile Zola rimane uno dei titoli giornalistici più famosi di tutti i tempi, ed è anche il titolo dell’ultima fatica di Roman Polański – in italiano J’accuse (L’ufficiale e la spia) -, sicuramente il film più atteso per questa 76esima Mostra del Cinema di Venezia. Ed è la cronaca minuziosa ed ispirata del celebre Affare Dreyfus.

J’accuse (L’ufficiale e la spia): l’affare Dreyfus

Il 26 settembre del 1894 l’ufficiale d’artiglieria dello Stato Maggiore Francese Richard Dreyfus (alsaziano di origine ebrea) viene accusato di aver passato informazioni riservate militari ad agenti dell’esercito imperiale tedesco. In particolare lo si incolpa di essere l’autore di una lettera indirizzata all’addetto militare tedesco Maximilian von Schwartzkoppen, nella quale si parla di rifornimenti, schieramenti di truppe nell’area coloniale, innovazioni tecnologiche…

Ricco, di famiglia benestante, patriota alsaziano convinto, sposato e con figli, apparentemente non ha motivo di tradire l’esercito francese, eppure subito dopo il suo arresto, in un paese scosso dalla sconfitta patita dai prussiani pochi anni prima e dalla stampa di estrema destra razzista e xenofoba, si comincia a parlare di “tradimento ebraico” di “internazionale ebraica”.

Venezia 76 – J’accuse (L’ufficiale e la spia): la presentazione del film di Roman Polanski

Il 22 dicembre Dreyfus viene condannato per alto tradimento e degradato con disonore, per poi essere mandato nella terribile Isola del Diavolo, una colonia penale nella Guyana francese dove verrà sottoposto a un trattamento terribile e umiliante. Il colonnello George Piquart, nuovo capo dello spionaggio militare, nutre più di una perplessità sul caso, e nel giro di poco tempo comincia un’indagine che a poco a poco lo porterà di fronte all’evidenza: il Capitano Dreyfus è vittima di un complotto. Ma un complotto ordito da chi? Per quale motivo? Per coprire chi?

Episodio simbolo della tormentata Terza Repubblica Francese, l’Affaire Dreyfus è senza ombra di dubbio uno dei simboli per eccellenza dell’inettitudine, della corruzione e della crudeltà di cui una certa destra francese (che dominava la vita pubblica e politica di quegli anni) fu capace di macchiarsi. Xenofobia, psicosi politica, antisemitismo e militarismo serpeggiavano anche e soprattutto nelle classi dominanti, atterrite delle nuove idee marxiste e desiderose di sfogare la propria paura su chiunque potesse essere utile allo scopo.

J’accuse (L’ufficiale e la spia): Roman Polański usa un cast eccezionale per raccontare lo scandalo francese

Nel descrivere tutta questa vicenda, Polański in J’accuse (L’ufficiale e la spia) evita in modo assolutamente netto atmosfere thriller o “hollywoodiane”, sposando invece un iter narrativo che ha nella puntigliosità, nella precisione e attinenza a fatti e protagonisti, le fondamenta, e lo fa assistito da un cast eccezionale sia per nomi che (all’atto pratico) per la capacità di calarsi nella parte.

Louis Garrel, Jean Dujardin, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois, Mathieu Amalric, Olivier Gourmet, Luca Barbareschi (anche produttore) e Melvil Poupaud si muovono all’interno di J’Accuse con la precisione di un orologio svizzero e con una sintonia assoluta.

J'accuse (L'ufficiale e la spia) cinematographe.it

Usando in modo assolutamente perfetto una naturalissima e magnificamente sfocata fotografia di Pawel Edelman (con cui già aveva collaborato ai tempi de Il Pianista), Polański guida lo spettatore in un viaggio nel tempo assolutamente intimo, scevro da ogni edulcorazione di quegli ultimi, confusi momenti della Belle Époque, dove forti sono i riferimenti presenti nei vividi dipinti di Boldini e Toulouse-Lautrec.

Ed è un viaggio nel quale molto lo si deve non solo ai costumi di Pascaline Chavanne o alla scenografia di Jean Rebasse (Oscar per Vatel), ma anche alle interazioni tra i personaggi, tra i corpi e tra i volti di quegli europei così lontani nel tempo e nello spazio. E alle parole. Le parole in questo J’accuse (L’ufficiale e la spia) pesano come macigni, colpiscono come quelle revolverate che erano prassi nella turbolenta Francia divisa tra antisemiti, nazionalisti e socialisti, producendo però danni ancor più gravi e letali.

J’accuse (L’ufficiale e la spia): la morte della giustizia e della verità

Il dedalo di responsabilità, complicità, la mostruosa macchina burocratica e di potere con cui il colonnello Piquart dovette scontrarsi, rivive in tutta la sua terrificante mediocrità, egoismo, corruzione, nel suo cercare un alibi sempre e comunque con cui nascondersi dietro la solidarietà della casta militare dell’epoca.

Un qualcosa che pure noi, coi nostri Badoglio e Capello e Visconti Prasca, sperimentammo sulla nostra pelle nelle guerre che di lì a poco avrebbero dato agli arroganti generali francesi ciò che volevano: la revanche. Tutto questo viene suggerito, mostrato, scoperchiato di fronte agli occhi di uno spettatore di cui mano a mano aumenta lo sgomento di fronte alla terrificante morte di giustizia e verità, alla lunga serie di calunnie, umiliazioni, alla mostruosa efficienza del potere quando si sente in pericolo.

Davvero il razzismo, la xenofobia sono un fenomeno moderno? Post Isis? No, J’accuse (L’ufficiale e la spia) di Polański ci ricorda che il vecchio continente,  la patria della polis, di Mozart e Da Vinci persino agli albori del XX secolo era attraversato da quel terrificante veleno per il quale bastava trovare un’etnia, un popolo, da sacrificare sull’altare della nostra paura e tutto sarebbe andato bene.

J'accuse (L'ufficiale e la spia) cinematographe.it

Emerge, in questo J’Accuse, ancora una volta la maestria di Polański nel rendere facilmente comprensibili anche i dedali narrativi più intricati, le realtà più criptiche, nel sapere creare personaggi a un tempo misteriosi eppure eloquenti, dal fortissimo impatto emotivo.

J’accuse (L’ufficiale e la spia) è una lettera d’amore alla Settima Arte e per la Francia

Senza effettoni speciali o chissà quali giochi di macchina, ma valorizzando al massimo le maestranze, traendo il meglio da ogni attore e ogni incontro tra interpreti, umanizzando ogni singolo personaggio evitando la retorica, quella Hollywood, che da sempre lo ama e lo odia allo stesso tempo.

Che atto d’amore questo J’accuse (L’ufficiale e la spia) per la settima arte e per la Francia, per quel paese che è il suo paese da tanto tempo, dove nell’ultimo anno gli atti di antisemitismo sono aumentati del 74%, riportando la patria di Bizet e Debussy ai tempi in cui un piccolo uomo taciturno, coraggioso, integerrimo, finì imprigionato in una rete fatta di omertà, retorica, crudeltà e sedizione.

E che simbolo di quel coraggio che portò un oscuro colonnello a sfidare tutto e tutti, a dimostrarci che, ora e sempre, basta la volontà e la fiducia negli ideali di un uomo competente e indomito per rovesciare i malvagi. Così come basta un regista che conosca i segreti della macchina da presa per regalarci qualcosa che valga la pena di essere visto, di esser ricordato, a dispetto di certi presidenti di giuria di cui nessuno si rammenterà un minuto dopo la chiusura, se non per aver umiliato uno dei film politicamente più importanti degli ultimi anni.

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