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Violenza, guerra e fame. Sofferenza e umiliazione. Varsavia, 1 settembre 1939. Wladyslaw Szpilman sta eseguendo il Notturno in do diesis minore di Chopin. Il pianista continua a suonare nonostante si senta da lontano il rumore delle esplosioni, nonostante gli inviti a smettere. Inizia così la Seconda Guerra Mondiale, la Polonia è stata occupata dalle truppe tedesche, nulla sarà più come prima.

Un film che non dà pace mai, neanche per un’istante, perché il carico storico ed emotivo è troppo forte e non lo permette; al centro c’è il racconto di un genocidio, quello degli ebrei, una piaga che ancora sanguina anche solo se sfiorata, una storia personale, quella di Szpilman (il film trae ispirazione dal suo romanzo autobiografico) in cui si specchia quella di un’intera comunità. Roman Polański (Rosemary’s babyCarnageL’uomo nell’ombraQuello che non so di lei) mette tutto questo ne Il pianista (2002), Palma d’Oro a Cannes, film che è valso al suo protagonista, Adrien Brody (The Grand Budapest Hotel), il premio Oscar come miglior attore nel 2003. Il regista si immerge nella Varsavia dell’occupazione tedesca e poi striscia, si dibatte negli anni successivi narrando i giorni del pianista polacco, di origine ebrea e si stringe a lui seguendone il cammino.

Il pianista: il racconto del Male con uno sguardo crudo e spietato

Polański sceglie di raccontare la Storia senza tralasciare nulla (un uomo mangia da terra del cibo), non edulcora la materia trattata anzi usa uno sguardo distaccato e amaro, crudo, spietato ma poetico. Il suo occhio documenta con rigore la barbarie dei tedeschi sugli ebrei, mostra le botte, i corpi massacrati e umiliati, la disperazione, le urla di chi viene strappato alla propria casa, alla propria famiglia, a se stesso.

La regia del cineasta che espone e ricorda ciò che hanno vissuto la sua famiglia e la sua gente (è polacco di origine ebrea) è quasi invisibile; fa un passo indietro perché a parlare sono le immagini, terree e spente, perché non serve un narratore invadente e ingombrante per esprimere la forza dirompente e la tragedia umana del genocidio degli ebrei. I rastrellamenti, le mortificazioni, le urla, il dolore, l’inedia, la stella di David bastano a se stesse; i lavori forzati, la vessazione e la sevizie divenute regole di vita sono insopportabili e ignobili, ma accettate.

Si mostra davanti ai nostri occhi qualcosa senza contorni e forma: il Male assoluto presente in ogni istante, una concrezione tragica per la sua ordinaria naturalezza. Il Male pervade e invade ogni centimetro della “crosta terreste”, fa parte di quei mattoni con cui è stato costruito il ghetto in cui il pianista vive, ma è anche “la carne” di cui è fatto il tedesco che abbatte l’ebreo con violenza ingiustificata e ingiustificabile, con ferocia disumana eppure propria dell’uomo. Il pianista è una coltellata in pieno petto, un respiro che si spezza, un cuore che va in mille pezzi e lo spettatore partecipa spaesato e addolorato alla tragedia di un uomo e di un’intera comunità.

Il pianista: la storia di un ebreo errante

Quella di Szpilman è una vera e propria Odissea: prima viene rinchiuso assieme alla sua famiglia nel ghetto, costruito dai tedeschi, poi, nel momento in cui sta per essere deportato, riesce a fuggire, lasciando con il cuore rotto la sua famiglia sul treno direzione lager, poi ancora da solo, vaga per la città e dietro alla finestra assiste al massacro dei suoi amici, agli scontri tra polacchi e tedeschi, alla distruzione della sua città.

Szpilman è un uomo annientato, cammina tra rovine e cadaveri, partecipa al nulla che permea il mondo e lui stesso, perde tutto ciò che aveva e che ha. Senza casa, senza famiglia, senza ciò che rende un uomo tale, il musicista inizia, per sopravvivere, ad accettare gli eventi con rassegnazion. Dietro la finestra come Giobbe moderno, su un cumulo di luttuose macerie, fatte di polvere, corpi, sudore e sangue, vede passare davanti ai suoi occhi la tragedia e non può fare niente per fermarla. Deve lasciare la sua famiglia su quel maledetto vagone che la porterà a morte certa, si accorge che tutti coloro che lo aiutano muoiono o svaniscono nel nulla.

Solo la musica riesce per un breve istante a portarlo lontano, a farlo sorridere di nuovo, a farlo sentire un uomo; ed alla fine è proprio la musica a salvarlo quando incanta e commuove l’ufficiale tedesco che lo risparmia.

Bastano però per riportarlo alla realtà un’esplosione, il rumore cadenzato e “geometrico” dei passi dei soldati tedeschi, il tonfo di coloro che si lanciano dalle finestre per salvarsi. A dare corpo a Szpilman è un meraviglioso Adrien Brody che incarna il tipico personaggio polańskiano, un uomo solo, ostaggio di un mondo a lui ostile. L’attore diventa tutt’uno con il pianista, è in grado di mostrare la disperazione e la paura, lo spaesamento e il senso della perdita, è capace di portare addosso le “ferite” di tutto ciò che ha vissuto. Ogni cellula del corpo di Brody diventa quella del polacco ebreo: patisce ciò che patisce l’altro in un poetico lavoro di mimetismo. Nell’ultima parte del film la metamorfosi è evidente e struggente al tempo stesso: emaciato, con la barba, affaticato e sfiancato dalla vita cammina barcollando, esce dal suo nascondiglio per scoprire di nuovo la vita.

Il pianista: un film che arriva dritto al punto

Roman Polański fa una scelta diversa rispetto ad altre pellicole che raccontano l’Olocausto, non romanza quei giorni tragici come ha fatto Roberto Benigni con La vita è bella, né tenta di dare una qualche speranza come fa Steven Spielberg con Schindler’s List ma squarcia gli occhi di chi guarda dandosi completamente alla storia da raccontare. Il regista è mezzo attraverso cui la materia urgente arriva direttamente allo spettatore.

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