Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo: recensione

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A diciannove anni di distanza da quell’Indiana Jones e l’ultima crociata che ne aveva chiuso nel migliore dei modi il ciclo narrativo, l’archeologo più celebre della storia del cinema torna nuovamente sul grande schermo con Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, ovviamente con un invecchiato ma ancora irresistibile Harrison Ford nei panni dell’iconico protagonista.

Ad affiancare l’ormai ultrasessantenne attore sono il premio Oscar Cate Blanchett e l’astro nascente di Hollywood Shia LaBeouf, che per molti mesi è stato in predicato di prendere il testimone dallo stesso Ford come nuovo protagonista della saga. Importanti partecipazioni anche per John Hurt e Karen Allen, che riprende il ruolo da lei già interpretato ne I predatori dell’arca perduta. Immancabili inoltre le partecipazioni di Steven Spielberg alla regia e di George Lucas alla creazione del soggetto, mentre la sceneggiatura è stata affidata a David Koepp, già scrittore di copioni di capolavori come Carlito’s Way e Jurassic Park.

Nonostante il clamoroso incasso di poco meno di 800 milioni di dollari al botteghino e un riscontro da parte della critica moderatamente positivo, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è stato accolto con freddezza da gran parte degli appassionati della saga, ed è generalmente considerato il capitolo più debole della tetralogia. Questo non ha comunque placato l’interesse e la voglia di nuove avventure del Professor Jones, che infatti tornerà a breve per un quinto capitolo, sempre con Steven Spielberg alla regia e Harrison Ford come protagonista.
Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

1957, piena Guerra fredda. Una squadra di militari sovietici, capeggiata dalla perfida Irina Spalko (Cate Blanchett), penetra in una segretissima base americana, a noi oggi nota come Area 51. Insieme ai soldati ci sono anche Indiana Jones (Harrison Ford) e il suo socio George McHale (Ray Winstone), che i sovietici vogliono utilizzare per trovare l’esatta ubicazione di una cassa contenente uno dei teschi di cristallo. Secondo la leggenda, questi manufatti di probabile origine aliena potrebbero conferire ai possessori una conoscenza illimitata e poteri sovrumani.

Fra tradimenti, scazzottate ed esplosioni nucleari, Indy riesce fortunosamente a fuggire e prende la decisione di lasciare la sua università e trasferirsi a Londra. Alla stazione, Jones viene però fermato dal giovane Mutt Williams (Shia LaBeouf), che gli chiede aiuto per ritrovare la madre, vecchia conoscenza di Indy rapita dopo essersi interessata alla scomparsa del Professor Oxley (John Hurt), anch’esso coinvolto nella ricerca del teschio di cristallo. Per Indiana Jones ha così inizio una nuova adrenalinica avventura in giro per il mondo, durante la quale apprenderà importanti informazioni sul passato suo e di tutta l’umanità.

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo non riesce a ripercorrere i fasti originali della saga

Indiana Jones e il regno del teschio di cristalloMalgrado l’alto livello della produzione e l’intramontabile carisma del suo protagonista Harrison Ford, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo non riesce a ripercorrere i fasti originali della saga, affossato soprattutto da una sceneggiatura caotica e a tratti farraginosa. Non ci riferiamo tanto alla discussa scena del riparo dalla bomba atomica all’interno di un frigorifero, che, per quanto poco credibile e fumettistica, rientra ampiamente nei canoni della saga (non dimentichiamoci che nel precedente Indiana Jones e l’ultima crociata assistiamo a una salvataggio dalla morte tramite un sorso acqua dal Sacro Graal), ma a una trama che mescola spesso alla rinfusa miti della fantascienza e del mistero come gli alieni, le linee di Nazca, la Guerra fredda e i famigerati teschi di cristallo, mettendo in secondo piano ciò che invece in passato è stato la forza della serie, ovvero la semplicità e la caratterizzazione dei personaggi.

Anche se il livello tecnico rimane sempre alto e l’avventura resta tutto sommato godibile, la sensazione è quella di trovarsi davanti a una centrifuga di ciò che per anni i fan avrebbero voluto vedere, maldestramente mescolato nella speranza che a colmare le falle fosse l’amore per un personaggio così amato dal grande pubblico. Non giovano al quadro generale l’ingresso di uno Shia LaBeouf mai davvero né convincente né all’altezza dei più affermati colleghi e il ripescaggio dal passato di Karen Allen, protagonista di un revival non necessario e spesso impacciato.

A essere invecchiato non è tanto Harrison Ford, ma i suoi creatori Steven Spielberg e George Lucas

Harrison Ford fa del suo meglio, gigioneggiando quanto basta e sfruttando il fascino e la vitalità che lo contraddistinguono, vanificando i timori di quanti lo ritenevano troppo vecchio per riprendere un suo passato ruolo, poi dissolti definitivamente 8 anni più tardi con la sua magistrale performance nei panni di Han Solo ne Il risveglio della Forza. Vedere un attore di questo calibro sprecato in patetici (e largamente prevedibili) siparietti familiari e nel fallito tentativo di lanciare il pessimo Shia LaBeouf come suo erede fa pensare che a essere invecchiato non sia tanto Harrison Ford, ma i suoi creatori Steven Spielberg e George Lucas, incapaci di riprendere questa loro creatura e trasportarla dignitosamente all’interno di quegli anni ’50 e quella Guerra fredda solo abbozzate.

Nonostante i tanti difetti, non tutto è da buttare. Steven Spielberg riesce come suo solito a sfruttare al meglio i buoni effetti speciali in notevole sequenze d’azione (su tutte l’inseguimento nella giungla), sopperendo all’ovattata e spesso artificiosa fotografia di Janusz Kaminski. Ottima anche la prova di Cate Blanchett nei panni della villain, mortificata in italiano da un caricaturale doppiaggio che non rende il profondo lavoro dell’attrice nella caratterizzazione di una spietata militare assetata di potere.

Fra i pochi pregi di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo ci sono i tanti omaggi che emozioneranno i fan della saga

A prescindere da ciò che succede nella pellicola prima e dopo, agli appassionati della saga non può non stringersi il cuore davanti ad autocitazioni come la mitica Arca dell’Alleanza del primo capitolo o il ritratto del defunto padre di Indy, come all’omaggio che John Hurt rende a se stesso e al mitico Alien stringendo al petto un teschio dalle fattezze molto simili all’essere che nel film di Ridley Scott squarciò il torace del suo personaggio. Quel cappello pericolosamente sfiorato nella parte finale da Shia LaBeouf e poi opportunamente tornato nelle salde mani di Indy strappa un sorriso e rassicura lo spettatore sul fatto che esiste solo un Indiana Jones, ed è Harrison Ford.

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

Al termine della visione di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo ci si ritrova come un amante tradito: feriti, ma ancora innamorati. Questo quarto fallito capitolo della saga non riesce a ravvivare adeguatamente il mito di Indy e cancella la perfetta e poetica chiusura che Indiana Jones e l’ultima crociata aveva dato alla serie, ma rende anche indispensabile un quinto capitolo che renda un doveroso e più riuscito tributo a un personaggio che indelebilmente segnato l’infanzia di molti cinefili e la storia della settima arte.

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