GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE - FILMISNOW

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Il cinema surreale è difficile in Italia. Non molti lo fanno, non molti lo sanno fare, non molti riescono a venire alla luce nonostante la loro dedizione per una declinazione cinematografica affascinante benché poco esplorata nel nostro panorama, sintomo che forse, crediamo, alcuni generi non siamo proprio in grado di saperli affrontare, produttivamente e spettatorialmente. Eppure noi siamo gli eredi di Marco Ferreri, di un autore che faceva credere al pubblico di poter mettere al guinzaglio una donna e di lasciar morire di indigestione un gruppo di amici. Ma siamo anche i contemporanei di un Eros Puglielli che, nelle sue varianti horror, thriller e commedia, è rimasto come solo militante nella sua nicchia d’appartenenza, facendo pur conoscere il proprio nome ai più, ma rimanendo schiacciato in quella zona d’ombra dove tutto ciò che esce dalla commedia o dal dramma non sa sempre sopravvivere con le proprie gambe.

Insomma, un cinema di fantasia quello che manca allo spettro di possibilità italiane, un raccontare con le atmosfere della parodia sottile, del grottesco limato, storie che sappiano incuriosire e, soprattutto, colpire lo spettatore, la cui educazione alla narrazione iperrealistica è rimasta inceppata in meccanismi che alcune opere tentato nuovamente di oliare, augurandosi un riscontro se non necessariamente positivo, almeno all’apparenza pronto per un’inedita opportunità di visione. È il figlio d’arte Pietro Castellitto a raccogliere, così, una sfida che ricade interamente nelle sue braccia. Alla scrittura e regia della sua opera prima, I predatori non solo cerca l’ingresso nel mercato di condivisione e di fruizione nostrana, ma si erge a novità tutta da presentare all’interno della 77esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, capitando lì nella sezione Orizzonti, dove il cinema di tutto il mondo confluisce secondo l’intenzione di portare anche non solo nuovi punti di vista, ma nuove estetiche e modi di raccontare.

I predatori – L’intricato nonsense dal largo respiro di Pietro Castellittoi predatori, cinematographe

Nella fiducia di un cast che concede alla propria interpretazione di intersecarsi nelle molteplici linee di una narrazione che, alla fine, vuole ritrovare un tutt’uno nel continuo scambio di interazioni e personaggi, il film del giovane Castellitto emana una spregiudicatezza che vuole rompere con quello che c’è e c’era stato prima per non accondiscendere, così, il volere di nessuno, per non fare in modo di risultare comprensivo ed accomodante con nessuna tipologia di mestierante o spettatore. È l’azzardo quello che viene promulgato, le intuizioni che, forse, potrebbero anche funzionare più su carta che in messinscena, ma che il novello cineasta si impone, comunque, di realizzare, sfruttando molto della sfrontatezza, artistica e anagrafica, della sua età, per un nonsense che è pronto a sprigionare irruente, comico e impertinente, come del resto tutto il film vuole dimostrare d’essere.

Un nonsense che la regia assorbe, accogliendolo e sfruttandolo di conseguenza come se a dover cambiare non dovesse essere solo l’attenzione del pubblico nella complessa rete di legami che I predatori va creando all’interno del suo cortocircuito, ma fosse l’opera stessa, sempre attenta al prossimo protagonista da inseguire e all’inquadratura più stramba da poter riportare. Un’espansione del respiro registico che è un toccasana per un cinema italiano che rischia il ripetersi nelle sue scelte statiche e prive di guizzo estroso, che Castellitto mostra di voler porre dietro la macchina da presa quanto nella storia assurda dei suoi personaggi, sovvertendo piacevolmente nella sua scatola delle pazzie.

L’assurdità di essere prede o cacciatorii predatori, cinematographe

Una pellicola che amplia la carriera di Castellitto la cui lodevole fattura fa sperare in una riproposta assidua e sempre brillante dei prossimi lavori del regista/attore, ma non per questo un film che non risente della stessa scombinatezza che sa ammaliare tanto. La prolungata dilatazione del tempo de I predatori rischia di disciogliere il senso di destabilizzazione che il grottesco ha saputo suscitare, dileguando quel senso di sconcerto che è parte dell’esistenza stessa dell’opera, ma che se quest’ultima fosse riuscita a troncarsi prima con altrettanto stupore, avrebbe suscitato uno sgomento maggiore di cui avrebbe saputo giovare l’intero film.

In ogni caso, pur in questo bagno di squali che è la vita e che Castellitto ha trascritto nella sua versione più incongrua, I predatori sa stuzzicare quella parte spesso assopita di un cinema addormentato, che è così in grado di svegliarsi ritrovandosi, comunque, in uno strano sogno. Un incubo divertente, un presagio non poi tanto paradossale. Una pellicola che sa portare alle risate come alla disperazione, dipende se durante la caccia si è prede o cacciatori.

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