La famiglia è un luogo altamente patogeno. Ne sa tanto Gabriele Muccino che con il suo A casa tutti bene ha cristallizzato il dispositivo del cinema all’interno dello spazio familiare, tellurico, complesso, implosivo. Muccino è abilissimo nel trasfigurare uno spazio intimo, privato, come una famiglia, un gruppo di amici, elevandoli a specie narrante, sfrangiando contingenze, annichilendo l’ordine casuale delle cose. Gli anni più belli mette al centro un gruppo di quattro amici, altra forma familiare, aggregante e disgregante allo stesso tempo, e li inserisce in una temporalità recrudescente, che sembra non abbracciarli mai, che sembra non poterli toccare mai fino in fondo, e che si sedimenta nei loro sguardi.

Paolo, Giulio, Riccardo e Gemma sconfessano ogni gerarchia, la loro amicizia è la ricostruzione quotidiana delle loro macerie familiari indotte, ognuno di loro vive un’orfanità prossima, per questo guardano alla loro amicizia come all’unica genealogia possibile, anche se incostante, transumante. Anche l’amicizia, in questo senso, è uno spazio patogeno; il vortice temporale che li avvolge funge da psicanalisi sociale, è un teatro, un inconscio collettivo, e i protagonisti si muovono in una temporalità che non li ispira, che non li sa apprezzare, che ha consumato ogni risorsa, ogni valore, e soprattutto ha detonato l’elemento più detonante, la loro gioventù.

Gli anni più belli: il film diretto da Gabriele Muccino

Gli anni più belli cinematographe.it

La cinepresa danza alla ricerca della commedia umana, segue i personaggi in modo vorticoso, con uno scatto ravvicinato, circospetto. Gli anni più belli ricostruisce la visione contemplativa del dasein heideggeriano, i suoi personaggi sono esseri costituiti dalla propria temporalità, esseri nel tempo, nella storia, che si mettono in discussione, continuamente, che spostano orizzonti e limiti. L’ispirazione, tutt’altro che casuale, dei capolavori di Ettore Scola come C’eravamo tanto amati, La terrazza, è sensibile, umile anche se spesso trasborda nel vittimismo quotidiano, ma ne richiama il tessuto narrativo, popolare.

L’ispirazione da Ettore Scola

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Gli anni più belli è scandito da diverse voci narranti, che guardano fisse nella cinepresa, quasi auto-denunciando i proprio infigimenti, giustificandosi per le proprie vili macerie, e che si danno il cambio, di volta in volta: Giulio (Pierfrancesco Favino) un uomo corruttibile, laido e manipolatore; Gemma (Micaela Ramazzotti) disillusa, fragile, su di lei pesa uno sguardo che la giudica, in continuazione; Paolo, (Kim Rossi Stuart), intellettuale, un uomo fallibile, semplice, idealista; Riccardo (Claudio Santamaria) un artista senza talento, un sognatore, nostalgico. Sono loro le voci che dipanano la storia, personaggi nati alla fine degli anni ’60, una generazione nata troppo tardi, che non ha vissuto i grandi mutamenti e rivoluzioni del Paese, cresciuta pensando di non essere rivoluzionaria, né colta. Una generazione arrendevole, transitoria.

Gli anni più belli: l’amicizia sa come farci sopravvivere alle stagioni trascorse

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Nonostante il senso di quel romanzo popolare sia vivace e pulsante, non mancano timbriche cupe, che sottendono il dissolvimento di ogni valore, tradizione, ideale e la consapevolezza del malessere che vivono i personaggi. L’unica cosa che riesce a salvarsi e a salvare i personaggi è proprio la loro amicizia. L’amicizia è il collante che sopravvive, il coefficiente inclito che nobilita questi uomini e donne le cui storie sono quelle di tutti noi, vicende di tutti giorni, fatte di cambiamenti, illusioni, disagi, soggezioni, liti, inganni della vita, del tempo. L’illusione più grande alla quale sperano di sottrarsi è quella che attraversa la giovinezza, quel tempo interiore che sperano di abitare per sempre. L’amicizia, in questo senso, sa come farci sopravvivere ai tempi morti, alle stagioni trascorse, l’amicizia cristallizza, fissa nel tempo, agisce sempre come se nulla fosse accaduto.

Gli anni più belli sarà al cinema dal 13 febbraio distribuito da 01 Distribution.