voto del pubblico 3.0/5
voto finale 2.7/5
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TFF35 – Final Portrait: recensione

Con Final Portrait Stanley Tucci presenta al Torino Film Festival 2017 un film indefinito, proprio come la vita, mostrando le stesse "debolezze" care al Giacometti.

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La vita è come un dipinto che sembra non trovare mai la giusta forma, un volto dai lineamenti sfocati che tenta di rimanere stampato sulla bianca tela, un lavoro rimasto perlopiù incompiuto, lasciando insoddisfatto il suo sconsolato autore. Ed è in tal modo che trascorre la propria esistenza il grande artista Alberto Giacometti: confusionario, pazzo, un autarchico artista alle prese con l’insofferenza intrinseca nella propria personalità da tormentato creatore.

Final Portrait è il quinto lavoro da regista dell’attore americano Stanley Tucci interpretato da Geoffrey Rush e Armie Hammer, l’occhio della camera puntato su un piccolo studio parigino in cui va a mostrarsi la schizzata irrequietezza dello scultore e pittore due anni prima delle sua dipartita.

Final Portrait – Un film indefinito tra smania e insoddisfazione

final portrait

James (Armie Hammer) ammira molto i lavori del conosciuto Alberto Giacometti (Geoffrey Rush) e ne riconosce con rispetto l’enorme talento. È per questo che si presta alla richiesta dell’artista di posare per la realizzazione di un ritratto, esperienza che il giovane newyorkese accetta di buon grado posticipando giorno dopo giorno la partenza per tornare a casa. Perché quello che doveva essere soltanto l’impegno di uno o due pomeriggi diventa un indefinito periodo da trascorrere appoggiato a una sedia, un tempo che sembra non bastare mai alla fervida ricerca di perfezione di Giacometti, il quale sembra impossibilitato nel portare a termine il funesto ritratto.

È la Parigi del 1964 quella che Stanley Tucci riporta con raffinata costruzione nel suo ultimo film Final Portrait, città assunta a luogo di ritrovo per i più grandi esponenti culturali del Novecento e casa di un malinconico quanto smanioso pittore, indifferente verso la fama e la sete di soldi, interamente incentrato sull’adempimento di un ritratto che sa già non poter esaurientemente completare. Un protagonista pretenzioso come il film stesso che lo rappresenta, una ricerca smodata di profondità ed aforismi a sortire qualche intimo e lapidario effetto, rivelatasi alla fine del tutto fallimentare a causa di una scrittura priva di un’idea chiara, la quale non riesce dunque ad essere inquadrata.

Nulla possono fare gli interpreti Geoffrey Rush e Armie Hammer, certamente bravi, ma del tutto trascurabili nella inconsistente pellicola che, prendendo a riferimento il ritratto attorno cui la storia gira, viene formata dal regista e sceneggiatore dell’opera per poi venir a sua volta distrutta e ancora una volta assemblata. Un’intuizione che tenta di avviarsi nella migliore delle direzione, ma troppo sfiduciata da perseguire soltanto un indefinito senso a metà tra il comico e l’introspettivo, deviata dai disturbi dello spirito imprevedibile del protagonista. Non c’è quindi anima sincera in Final Portrait, forse vero e unico dipinto sospeso percepito dallo spettatore.

Final Portrait – Un lavoro incompiuto che sarebbe potuto piacere a Giacometti

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Le insicurezze del personaggio principale realmente esistito si rivelano concrete nella necessità di trovare conferme e stimoli continui, entrambi mancanti in una sceneggiatura che non sa stare al passo con la struggente ricostruzione scenografica fatta per il film. La capitale francese illuminata dal direttore della fotografia Danny Cohen è austera eppure amorevole, ma è lo studio dello scultore svizzero a risaltare per la sua ordinata follia: una stanza che rivive l’immobilità di posare per un interminabile dipinto è il fulcro dell’impantanamento in cui Final Portrait rimane con amarezza incastrato. Perché è essenzialmente questo il vero problema del film di Stanley Tucci, il suo spaziare con frivolezza da argomento ad argomento, da sentimento a sentimento, non tentando mai di instaurare una precisa linea stilistica e narrativa su cui focalizzarsi per poi poggiare il proprio tratto.

A rimanere inappagato non è dunque solo il desiderio di Alberto Giacometti, ma le aspettative di chi, seduto nella sala cinematografica, cerca di addentrarsi per le strade di Parigi, voglioso di assistere ad uno spaccato di arte vissuta, a sproloqui disordinati, ma geniali. Eppure niente di questo riempie il racconto di Final Portrait rimasto, per l’appunto, parziale. Probabilmente a Giacometti sarebbe piaciuto!

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