Eileen: recensione del film di William Oldroyd presentato a Roma FF18

Una rilettura grottesca e profondamente sensuale del cinema Hitchcockiano. Il secondo lungometraggio da regista dell’autore di Lady Macbeth, è un affascinante dramma a tinte noir, che riflette sul desiderio, l’ossessione e gli irrefrenabili impulsi di un’adolescente nell’America provinciale degli anni ’60. Grand Public

Presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival, Eileen, il secondo lungometraggio da regista di William Oldroyd, adattamento dell’omonimo romanzo di Ottessa Moshfegh, è approdato in anteprima italiana alla 18ma edizione della Festa del Cinema di Roma, all’interno della sezione Grand Public. Il film è al cinema dal 16 maggio 2024 con Lucky Red.

New England, anni ’60. È inverno, le nevicate abbondano e la nebbia avvolge i corpi, i volti e le auto che si muovono tra le strade di un’anonima cittadina di provincia non troppo distante da Boston, nella quale nulla di nuovo accade e ogni giorno è uguale al precedente.
Però, quella che può sembrare la descrizione del più classico contesto narrativo da film natalizio, muta ben presto in qualcosa di radicalmente differente.

Infatti, esplicitando fin da subito la propria natura gustosamente sensuale, perversa e figlia di un cinema a metà strada tra Todd Haynes e Alfred Hitchcock, Eileeen ha inizio con un’adolescente dall’aria piuttosto anonima – nonostante ad interpretarla sia una magnetica Thomasin McKenzie -, che, chiusa all’interno della sua auto, avvolta dalla nebbia e da copiose fumate provenienti dal cofano, osserva in uno stato di eccitamento proibito, eppure nient’affatto colpevole, una giovane coppia che sta facendo l’amore.

Il voyeurismo vissuto da Eileen – elemento ricorrente nel cinema Hitchcockiano e Psycho ne è l’esempio per eccellenza – non è che una fuga da una quotidianità tristemente irrigidita, tanto dal lavoro che la stessa svolge nel penitenziario locale, quanto dalla cura che si ritrova forzatamente a prestare tra le mura domestiche, al padre ormai malato di mente, oltreché alcolizzato, seppur rispettato dall’intera comunità, per gli anni di servizio nel corpo di polizia del luogo.
Tutto cambia non appena nel penitenziario in cui Eileen lavora, fa ingresso un’altra donna, estremamente appariscente e avvolta da un’aura incredibilmente misterica e irrimediabilmente scomoda, Rebecca (una meravigliosa Anne Hathaway), destinata a mutare e stravolgere per sempre convinzioni, routine ed emotività della giovane Eileen.

Ossessione

Eileen di William Oldroyd - Cinematographe.it

Se c’è un elemento che cinema noir e dramma sentimentale condividono è quello dell’ossessione. Nel primo caso ruota attorno alla soluzione dell’indagine, alla ricerca instancabile e spesso febbrile del colpevole. Un’ossessione che coincide dunque con la morte e meno con la vita.
Mentre nel secondo, vi è la condivisione reciproca di un sentimento travolgente a tal punto da spingere protagonisti e comprimari a folli azioni, difficilmente intraprese al di là di quel cambiamento profondo causato dall’incontro/scontro con la persona che in tutto e per tutto incarna l’inspiegabile sentimento definito universalmente “amore”.

Ad Eileen l’ossessione appartiene da sempre, ne è consapevole. A partire dagli immaginari amplessi con il secondino del penitenziario locale, o ancora, con un giovane omicida preso in seguito sotto l’ala protettrice di Rebecca, anch’essa probabilmente attratta dal fascino del male, seppur di natura differente. Un male non perpetrato, piuttosto subito e inevitabilmente taciuto.
Incontrarsi dunque nell’ossessione e riconoscersi l’un l’altra. William Oldroyd lavorando efficacemente sui cliché e i linguaggi narrativi del cinema noir, li stravolge in nome di un cinema profondamente ambiguo, misterico, sensuale e alla costante ricerca di una bizzarria che non è mai fine a sé stessa, piuttosto debitrice di un immaginario metaforico e vitale, capace di unire due voci estremamente distanti tra loro, come quelle di Alfred Hitchcock e Todd Haynes, producendo una contaminazione dagli esiti inaspettatamente interessanti e profondamente ambigui, oltreché inquietanti.

Il male è concreto nell’ora e mezza perfettamente orchestrata, tanto dallo stesso regista, quanto dal duo di sceneggiatori di Eileen. È palpabile e continuamente suggerita, eppure prima di poterla osservare nella sua reale natura e catarsi è necessario attendere e lasciarsi trasportare dai toni e dalle atmosfere fantasmatiche, sanguinose e sotterraneamente oscure di un film feroce che partendo dall’ossessione, riflette in seguito sul desiderio della fuga e della necessità di ritrovarsi emotivamente e che questo accada nel bene, oppure nel male, poco importa.

Eileen: valutazione e conclusione

Scritto a quattro mani da Ottessa Moshfegh – autrice dell’omonimo romanzo – e dal marito della stessa, Luke Goebel, Eileen è uno di quei film così atipici, da sviare qualsiasi potenziale previsione e attesa da parte dello spettatore, al punto tale da sorprenderlo continuamente, fino alla resa dei conti e alla soluzione ultima della sua narrazione.

Dopo essersi mosso abilmente – seppur in modo davvero bizzarro – tra un genere ed un altro, il film di Oldroyd, veste i panni definitivamente cupi e disperati del noir, calandosi in un immaginario vintage che non può far altro che ricordarci certi sceneggiati televisivi tipicamente invernali – e di comfort – a metà strada tra noir, giallo e horror, dall’interessante costruzione e interpretazione, eppure dal retrogusto amaro, che siamo certi di aver visto, più di una volta e dei quali nonostante tutto fatichiamo a ricordare il titolo, e non solo quello, senza però riuscire a farne a meno.

Eileen è fantasmatico, sensuale e grottesco. Vale una visione la prova incessantemente sopra le righe di Anne Hathaway, mai così divertita e convincente.

Regia - 3
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 3.5

3.3