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Per quanto i cinefili possano provare a negarlo, l’arrivo del documentario su Chiara Ferragni al Lido di Venezia è stato un evento. Uno di quelli attesi da tutti, chi la odia, chi la ama, creando file che non è stato facile superare e lasciando fuori dalla sala un buon numero di giornalisti e spettatori, che aspettavano di scoprire tutto quello di “non postato” che aveva da offrire la blogger più conosciuta d’Italia e non solo. Un nome che non circola solamente nelle conoscenze nostrane, ma che rimbalza da New York, a Tokyo, da Los Angeles fino a Shangai. Una giovane donna che è anche brand, pubblicità e profitto, concetti che tenta di interpretare il documentario firmato da Elisa AmorosoChiara Ferragni – Unposted.

Che il risultato di questa terza opera della regista romana possa poi aver eluso le aspettative degli spettatori è indubbio, ma lo è altrettanto il tentativo adottato per sorpassare l’ottusità di quei molti che cercano ancora di bypassare l’importanza commerciale e quotidiana della Ferragni, mettendoli di fronte a una realtà ben più grande. Superiore a quanto gli stessi detrattori potrebbero anche solo pensare. Pur non approfondendo, purtroppo, abbastanza le dinamiche di potere che hanno portato la Ferragni al trono al quale spadroneggia ora, ma confermando soltanto il dominio nel regno dell’influenza dei modi e dei costumi contemporanei, il documentario scomoda direttori creativi, CEO di compagnie milionarie e analisti di agenzie di comunicazioni per esporre il fenomeno Ferragni, spingendosi oltre le semplici e immancabili chiacchiere da bar.

Chiara Ferragni – Unposted: quel mestiere su Instagram che avremmo voluto approfondire

Chiara Ferragni - Unposted, cinematographe.it

Che quello di Chiara Ferragni sia un ritratto, però, eccessivamente edulcorato e, all’apparenza, al limite della venerazione incondizionata, è un’evidenza che depotenzia l’impatto di una giovane diventata tra le 100 persone più importanti al mondo secondo la rivista Forbes, eccedendo in tessiture di lodi e ricamando il tutto con semplici banalità a effetto. Quasi un santino di una ragazza che, nonostante l’astio incontrollato di molti, è diventata comunque imprenditrice di se stessa, merito a cui l’opera presta la dovuta attenzione e che potrebbe finalmente far desistere molti dall’interrogarsi ancora e ancora una volta su cosa abbia mai fatto la Ferragni per essere la protagonista di un documentario.

Non basta, infatti, essere solo una influencer per stare in prima fila durante le settimane della moda, e non è risultato da tutti i giorni quello di rendere un particolare, come la tua vita messa online fin dal 2009, un’attrazione di levatura universale. È nell’esplorazione del nuovo ecosistema mediatico, sociale e multimediale che la Ferragni si pone come una dei pionieri del XXI secolo, la nuova formazione dell’esistenza culturale di cui la protagonista del doc mostra di possiede il linguaggio. “Il mio linguaggio”, come lo definisce la Ferragni stessa, che è poi un po’ quello che è stato scelto anche per la realizzazione del lavoro della Amoruso.

Chiara Ferragni – Unposted: da esplorazione sociale a lunga storia su Instagram

Chiara Ferragni - Unposted, cinematographe.it

Perché nella società in cui il confine dell’essere è stato oltrepassato dall’apparire, Chiara Ferragni – Unposted non ha la sincerità di scoprirsi come avremmo voluto, con una confezione veloce, frizzante e giovanile che certamente si addice al personaggio che vuole andare a inquadrare, ma che resta a quella superficie similare allo schermo di uno smartphone. Una perfezione che rimbalza fittizia e che atterra ancor più nella seconda parte del lavoro, in cui il privato prende il posto della costruzione del mito e diventa definitivamente la versione allungata di qualche storia su Instagram. Il quale esplicita, comunque, il valore stesso del cambiamento di ciò che può essere e che viene narrato, ridefinendo l’applicazione dello storytelling ai giorni d’oggi e mettendoci di fronte alla verità che non sono più i reali d’Inghilterra o i prodotti di finzione a conquistarsi l’attenzione pubblica, ma le vicende quotidiane di una influencer e la sua corte.

Un’operazione che avrebbe potuto aprire di più i propri confini, ma che allo stesso tempo conferma il timore di tutti, rivelandosi solo e esattamente quello che ci si sarebbe aspettato. Un documentario che, comunque, non deve giustificare la propria presenza a una manifestazione come la Mostra del Cinema di Venezia che, anzi, riconosce l’importanza di tenersi aggiornata sui tempi e di essere sempre una finestra aperta sul mondo che stiamo vivendo.