TFF38 – Camp de Meci. Poppy Fields: recensione del film di Eugen Jebeleanu

Al Torino Film Festival, un lungometraggio romeno sulla doppia vita di un poliziotto, omosessuale nel privato ed 'eterosessuale' sul lavoro. 

Cristi riceve la visita di sua sorella, giunta a sorpresa per consegnargli alcune prelibatezze homemade cucinate per lui dalla madre. Nel suo appartamento da poche ore si è installato Hadi, un ragazzo francese di credo mussulmano con cui intrattiene una relazione sentimentale, non ancora consolidata. La sorella di Cristi e Hadi si scambiano qualche battuta in inglese, tra di loro sembra esserci reciproca simpatia: il clima è disteso, ma Cristi non gradisce e caccia in malo modo la sorella a suo dire controllante.

Il problema, in Camp de Meci, opera prima del giovane regista teatrale di Timișoara Eugen Jebeleanu, non è la mancata accettazione da parte esterna – famigliare o, più in generale, sociale – dell’omosessualità del protagonista, ma la difficoltà del protagonista stesso, un poliziotto che coi colleghi recita la parte del macho, di accettare di non essere ‘conforme’, patendo e sintomatizzando, così, quella che, in un linguaggio tecnico-mediatico, si definirebbe omofobia interiorizzata.

Così, quando è chiamato a intervenire per placare le tensioni tra gli spettatori di un cinema e un gruppo di manifestanti cristiani – un po’ sovranisti e un po’ suprematisti, senz’altro censori dell’altrui libertà sessuale – che avevano interrotto la proiezione di un film a tematica lesbica, le sue contraddizioni esplodono, anche perché, tra quegli spettatori, c’è un suo ex partner. 

Film teso e affilato grazie a un’estetica austera di intramontabile eleganza est-europea, polverosa e insieme tersa, Camp de Meci si muove su un doppio binario, quello individuale e quello storico-sociale politicamente circostanziato, confermando la qualità del nuovo cinema romeno, che anche nelle generazioni più giovani sembra aver trovato raffinati interpreti della sua sensibilità esistenzialista.

Eugen Jebeleanu, in Camp de Meci, mette in scena la sofferenza implosa di un poliziotto gay costretto a guardare in faccia le sue contraddizioni 

Camp de Meci

Eugen Jebeleanu (1980) è un regista di Timisoara, Romania. ‘Camp de Meci’ è il suo primo lungometraggio.

Benché il regista Jebeleanu non approfondisca gli spunti narrativi che dissemina nel film – tra le altre cose, la storia appena accennata della nonna di Cristi, arrestata in gioventù durante il regime comunista; il rapporto complesso dello stesso Cristi con Hadi e con la sua religiosità – e sia più bravo ad evocare che a raccontare (ed è questo sia il punto di forza sia il limite dell’opera), è comunque in grado di restituire, con una sicurezza affatto da neofita, l’impasto in uno stesso nodo di difficoltà private e pregiudizi assimilati, del dolore imploso di conciliare pulsione erotica e pulsione egotica, identità personale e avatar professionale, desiderio d’amore e desiderio d’integrazione.

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L’attore protagonista, Conrad Mericoffer, assume nella virilità del suo corpo asciutto e del suo sguardo rivelatore di intima contrazione, il nervo pervasivo del suo assillo: la sua non è una storia di ipocrisia, ma di profonda fatica a uscire dall’identità – più che posticcia, parziale – del poliziotto per farsi uomo senza identità, semplicemente desiderante, al di fuori delle logiche del potere fallico, della norma maschilizzante e ‘maschiocentrica’.

L’auscultazione paziente del regista di un linguaggio non affidato alle parole – o, perlomeno, deviante rispetto a quello che le parole apparentemente sembrano significare – è il modo attraverso il quale si dispiega l’avvicinamento di Cristi a se stesso e ai colleghi, e, nondimeno, dei suoi colleghi poliziotti alle loro percezioni più sfumate dell’altro, non più altro per automatismo identico a sé, ma ora altro radicalmente ‘altro’ da sé.

Regia - 4
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 5
Recitazione - 5
Sonoro - 4
Emozione - 4

4.3