TFF38 – Botox: recensione del film di Keveh Mazheri

Nella cornice virtuale del Torino Film Festival arriva il primo film di Mazaheri: un thriller equlibrato e riflessivo, cucito sulle sue interpreti e pensato per la società iraniana

Keveh Mazheri si è fatto attendere, ma il su primo lungometraggio è thriller ben curato, in equilibrio tra luci soffuse, toni bianchi e immagini sospese. Il regista iraniano, classe 1981, arriva al TFF dopo un lungo percorso tra documentari e cortometraggi, di cui Retouch è forse il più memorabile. Anche lì, come in Botox, si esplorava un mondo di stratagemmi e sopravvivenza, con un giovane uomo in difficoltà finanziarie (vera ricorrenza del cinema iraniano) in cerca di una vita migliore per la moglie Sarah. In Botox la realtà di coppia è sostituita dal malsano rapporto tra due sorelle e un fratello. Questi, autoproclamatosi padre-padrone secondo le tradizioni della società mostrata, maltratta verbalmente la sorella Akram (Susan Parvar), affetta da una grave forma di autismo. Anche Azar (Mahdokht Molaei), la sorella, non manca di urlarle dietro. Ma Akram capisce, e presto o tardi agisce.

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Accade tutto sul tetto di casa, una spinta e il fratello rotola giù. Come il Coyote della storica serie animata che la donna ama guardare quando non c’è nessuno. Con una differenza: Emad non si rialza e il dramma ha inizio. Almeno per Akram. Azar invece vede nel fatto un’opportunità per cambiare vita (emanciparsi?) e dare inizio a una proficua coltivazione di funghi con l’amante, ignaro dell’accaduto.

Perché Botox

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Seppellito il fratello nel Hoz-e Soltan, lago di sale sotto cui si nasconde una palude – “dove prima della rivoluzione seppellivano i dissidenti” aveva raccontato proprio Emad – ha inizio un complesso gioco di menzogne per nascondere l’omicidio. A mettere in difficoltà Azar è proprio Akram, la quale a causa del suo disturbo si dimentica del proprio ruolo nella morte del fratello e inizia a cercarlo.

I sobborghi di Teheran si manifestano nelle strade sterrate che scompaiono avanzando verso la pulitissima clinica di chirurgia estetica in cui lavora Azar. È qui che il titolo ci viene spiegato, perché “Botox significa giovinezza, eternità: esaudisce i tuoi sogni”. Una soluzione veloce per una vita lunga. Uno stratagemma immediato, ma con le sue conseguenze. Come quelle che Azar, liberatasi come d’incanto del fratello, deve affrontare nella speranza di non essere scoperta.

Gioco di generi tra individuo e società

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Un film di scene sempre più lunghe, in cui le sequenze fanno capolino come nella somma di momenti distesi. L’orizzontalità, sancita dal corpo morto del fratello e mai abbandonata, sovrasta e fornisce il punto di vista dagli occhi di Akram. È la vita osservata da un finestrone o una macchina, in una passività che resta tale nonostante sia lei il motore di tutta la vicenda. Il noir che si affaccia su un thriller mai esasperato – fatta eccezione qualche sonorità rimarcata – gioca con se stesso quando Akram, carnefice, dimentica le proprie azioni e inizia a indagare su quanto successo. La detection è così ribaltata: lei ha ucciso il fratello e lei vuole sapere che fine abbia fatto.

In un film diverso sarebbe un elemento comico, ma in Botox non acquisisce giudizio. Anche parlare di dramma, per quanto corretto nell’identificazione del film, non ci sembra adeguato rispetto all’andamento che Mazaheri imposta. Il finale sospeso, che spinge definitivamente i bianchi-grigi in un mondo altro, onirico, solleva Botox da parte dell’analisi sociologica che in film dalle stesse premesse sarebbe stata strutturale e lo ripone in una costruzione più intima e commovente. Non è (solo) la società iraniana attraverso una storia di singoli, ma anche la vita di un individuo ai margini dell’esistenza: in cerca di un centro.

Mazaheri sa dell’elemento comico a sua disposizione, e pur non cedendovi, decide di giocarci. La suoneria di Azar, fuori contesto e burlesca, risuona nei momenti meno attesi e funge da commento satirico alla vicenda. Anche se quando finge di ricevere una chiamata dal fratello, “è in Grecia, sta bene”, e lo passa alla povera Akram, si è gettati in una desolazione più grottesca che comica.

Un film che si affaccia a interpretazioni ampie, ma si offre come un piccolo evento isolato, quasi solo immaginato. Un esordio al lungometraggio che lascia sperare in una carriera lunga, nonostante le difficoltà artistiche riscontrate in Iran dai cineasti più promettenti.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3
Sonoro - 2
Emozione - 3

2.8