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Quando tutto questo finirà io non sarò più lo stesso bambino… Questo pensiero sconfortante piomba nella mente del piccolo protagonista di Beasts of No Nation, Agu, interpretato dall’essordiente Abraham Attah.
Ciò che racconta la pellicola scritta e diretta da Cary Fukunaga è niente poco di meno che una storia di guerra, sangue e infanzia bruciata, con una rapidità di gran lunga superiore al fuoco che divampa in Africa.

Beasts of No Nation: una via della redenzione fatta di guerra e sangue

I piccoli protagonisti aprono con gioiosa ironia il sipario di un Eden risparmiato a forza dai bombardamenti, lasciandoci addentrare tra le mura di case in cui la famiglia è un baluardo certo e sicuro, tutto il resto crolla sotto i colpi del conflitto ma lì, tra i confini di quel territorio, la vita può ancora andare avanti fingendo che tutto sia normale. Eppure anche quella pace è destinata a finire e ad aprire le porte alla perdizione. Quale fattezze può assumere l’inferno nell’esistenza di un ragazzino di soli nove anni?
Il repentino distacco dalla madre e poi ancora la presa del villaggio e il brutale omicidio del padre e del fratello bastano a creare le basi di una tragedia senza precedenti; uno strappo che non potrà mai essere riparato.

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Il corpo di Agu inizia a brancolare nel buio della boscaglia al pari della sua anima, finchè un incontro sfortunato non lo coglie in fallo, millantando la salvezza. Ed eccolo lì, il Comandante (interpretato da un quanto mai crudele e autoritario Idris Elba): basco al capo, una collana di conchiglie al collo, armi fino ai denti e una schiera di soldatini pronti a venerarlo e a seguire i suoi ordini. Questo è la realizzazione del Comandante: istruire i bambini alla violenza, facendogli credere che la guerra sia l’unica via percorribile e la sola cosa giusta per avere un futuro.

Idris Elba si cala così pienamente nel ruolo di un padre tutt’altro che affettuoso, sapiente nel maneggiare le anime degli innocenti i quali, dopo aver attraversato forzatamente un autentico bagno di sangue, proiettili e uccisioni, si spogliano dell’essenza stessa del fanciullino, rimanendo invischiati in un limbo che li rende appaerentemente immuni al dolore.
Piccoli fuori ma grandi dentro, dovranno portarsi per una vita intera il peso della morte data, come una zavorra che li spinge sotto terra, che li spinge in un punto di non ritorno in cui la parola fine è lasciata alla morte.
Il lungometraggio tratto dall’omonimo romanzo di Uzodinma Iweala denota già nel titolo l’anima dell’opera: la bestialità. Ogni essere umano diviene infatti più feroce di una bestia nel momento in cui gli viene sottratto qualcosa, la sua mente si offusca al punto da non capire più cosa sia giusto o sbagliato, morale o immorale.

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La sorte che tocca ad Agu è la stessa che vivono molti bambini proprio adesso, mentre noi ci indigniamo guardando le immagini messe in scena da un regista o divulgate dai telegiornali: ragazzini indifesi vengono costretti ad imbracciare le armi e uccidere senza capire neppure cosa stiano facendo. Ecco allora che riescono a conservare appena la loro maschera di bambini, mentre nel profondo del cuore si sentono ardere di diavoleria e pazzia senza che nessuna missione umanitaria riesca a dargli conforto.

Al contrario di un tg, Beasts of No Nation sa cullarci con le musiche di Dan Romer le quali, camminando in punta di piedi in un abisso incendiato di disperazione, sanno tingere con una nota quasi sgargiante la tremenda oscurità di un conflitto che non ha vincitori. Un’opera che strappa verità, vergogna e, per i più sensibili, qualche lacrima di dolore.
Dolore nel vedere che ad oggi, nonostante l’alta tecnologia, non siamo ancora in grado di munirci di amore e ingegno necessario a non sporcare la coscienza.

Beasts of No Nation è stato presentato il 2 settembre alla 72ma Mostra del Cinema di Venezia.

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