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In alcuni paesi gli agenti atmosferici si fanno talmente compatti da diventare sostanza visibile e limitante per le persone. Accade che l’acqua, l’aria e la nebbia si uniscano insieme per riempire uno spazio e tinteggiarlo di bianco, inserendolo nella natura, tra strade e vie che vengono così immerse da strati di invisibilità tale da portare direttamente in un altro mondo. Magari quello dei non vivi, delle anime andate via da questa terra, che cercano un modo per ripresentarsi a noi, per parlarci, per permetterci di riscoprirle sotto vesti inaspettate e entrare in coincidenza con ciò che non avremmo mai creduto possibile.

E così, in questo bianco immacolato, morti e vivi si ritrovano alla pari per incontrarsi ancora un’altra volta, sommersi da quella vastità dove è impossibile vedere oltre e in cui la nitidezza rimane un concetto sconosciuto e, a propria volta, pronto a destrutturare e disperdere i propri contorni per dare modo all’invisibile di farsi avanti. Intuizione impraticabile da mettere in scena, ma le cui suggestioni suscitano molte aspettative nell’animo dei personaggi, come accade al protagonista di A White, White Day e a ciò che, dall’assenza, potrà trarre, per riportare dall’aldilà non soltanto una persona cara, ma ciò che di quest’ultima gli era stato per tanto tempo sconosciuto.

A White, White Day – Cosa si nasconde in tutto quel biancoA White White Day, cinematographe

Ingimundur (Ingvar Sigurdsson) ha perso la moglie. Una donna che amava moltissimo, di cui non avrebbe mai avuto abbastanza. È morta in un incidente d’auto, per un percorso di quelli ondeggianti finendo direttamente giù per un dirupo. È, dunque, dalla riscoperta di qualcuno che non c’è più che parte A White, White Day, il rivivere il ricordo della donna che passerà per gli oggetti personali, per i filmini e per le foto, per particolari che, durante la loro quotidianità, Ingimundur non aveva mai notato e che, alla sua dipartita, faranno sospettare all’uomo la possibilità che la propria onorata moglie avesse una storia con un amante.

A White, White Day si approccia al racconto in maniera assai visuale. È un prologo non eccessivo eppur sostenuto quello che apre il suo racconto, una macchina che scivola sull’autostrada fino a farla sbandare e cadere dove è impossibile vedere ad occhio. Un inizio con cui il film si ricollega prontamente, dovendo stabilire i momenti passati nell’arco di tempo che intercorrono dalla morte della donna fino all’istante della narrazione presente, intervallato dalla sequenza di immagini sempre uguali eppure modificate dal vento, dal sole, dalla pioggia e dalla stagione, che suggeriscono l’avvenire dei lassi temporali e stabilendo il racconto in un posto spostato rispetto a quello della perdita della moglie.

A White, White Day – Il lutto come (ri)scoperta A White White Day, cinematographe

Nonostante il trascorrere dei giorni, è il dolore che spinge Ingimundur a (ri)scoprire la donna che ha avuto per tanti anni accanto, ma sarà attraverso il fuoriuscire lento e intuitivo del personaggio che lo sceneggiatore e regista della pellicola, l’islandese Hlynur Palmason, costruirà il suo ribollire interiore, l’ammontare di una rabbia che sarà sempre mitigata dalla calma quasi irreale dei luoghi d’ambientazione del film. Impulsi violenti che l’interprete Ingvar Sigurdsson incanala verso la propria interiorità, che fa scorrere lungo le braccia, il torace, le gambe, le mani, di cui rende impercettibile lo sconcerto furioso del proprio volto, il tutto trattenuto per esplodere a tempo debito e assecondando la storia scritta da Palmason.

Non solo catarsi per la perdita subita, ma conoscenza approfondita di chi si ha accanto solamente dopo la morte: A White, White Day è lo strazio di non sapere chi abbiamo amato, chi abbiamo sostenuto, chi abbiamo avuto per tutti quei momenti al nostro fianco e che solo un colpo duro come il non essere più su questa terra può causare. Un sentimento di dispiacere che fa dell’autenticità della pellicola tutti i vari passaggi che possono condurre all’esasperazione di un uomo. Qualcosa in cui buttarsi, ma da cui saper risalire. Cominciando da quel bianco che può anche annullare ogni cosa e poter far ripartire tutto dal principio.

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