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Quando il cinema si prende gioco dei sentimenti degli spettatori gli esiti non possono che essere i più nefasti. Si tratta proprio del caso di questo A un metro da te, lungometraggio d’esordio del regista statunitense Justin Baldoni. Un coacervo di patetismo ed emozioni facili da far rabbrividire persino il miglior Nicholas Sparks (o Federico Moccia se vogliamo virare sul versante nostrano). A un metro da te è anche il titolo dell’omonimo romanzo scritto da Rachael Lippincott, insieme ai due sceneggiatori del film Mikki Daughtry e Tobias Iaconis.

A un metro da te ha diversi difetti ma un grande pregio: sensibilizzare l’opinione pubblica sulla fibrosi cistica

La vicenda è quella di Will Newman (Cole Sprouse) e Stella Grant (Haley Lu Richardson), due sciagurati ragazzi affetti da fibrosi cistica, una gravissima malattia genetica estremamente debilitante per il paziente, i quali trascorrono la loro esistenza all’interno di una struttura sanitaria adibita al trattamento di tale patologia. Ovviamente i due si innamorano alla follia l’uno dell’altra: comincia così un’epopea del sentimentalismo dai connotati a dir poco stucchevoli.

Dialoghi a mo’ di Baci Perugina si susseguono senza soluzione di continuità dall’inizio all’epilogo di questa deludente pellicola nella quale, forse, l’unico effettivo merito che le va riconosciuto è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica su una terribile malattia, quale effettivamente è la fibrosi cistica. Il problema è la disarmante facilità con cui le criticità di un rapporto amoroso vissuto all’interno di una struttura ospedaliera sono messe in scena, in uno scenario appesantito da cliché, luoghi comuni e banalità che non possono far altro che nuocere al cinema. Dispiace ancor più quando la scelta registica (e della produzione soprattutto) è quella di sfruttare le disgrazie della vita umana – in questo frangente una malattia terminale – per infiammare le platee di spettatori magari poco avvezzi al grande cinema, ma non per questo meritevoli di essere scherniti con una tale scorrettezza.

Non domo, poi, Baldoni si gioca la carta della citazione: una lunga sequenza in cui Will e Stella giacciono sulla neve contemplando le stelle, che molto ricorda quella tra Kate Winslet e Jim Carrey in Se mi lasci ti cancello, questo sì scritto da un maestro che porta il nome di Charlie Kaufman. Ma più che una citazione dotta pare un vero e proprio scimmiottamento di una delle rom-com di maggiore successo delle ultime due decadi.

A un metro da te: un facile uso delle emozioni

Le performance attoriali sono indubbiamente molto energiche, ma è un’emotività troppo facile, spiattellata in faccia allo spettatore con mediocre romanticheria. Ammesso pure che, data la drammaticità della vicenda trattata, di quando in quando si possa persino rimanere toccati dalle disgrazie di questi due sventurati ragazzi, la colonna sonora sfacciatamente pop (nel senso più deteriore del termine) ci richiama con prontezza all’ordine. Non si può piangere per un film come A un metro da te, che trae giovamento (purtroppo è proprio il caso di dirlo) da un’autentica tragedia, peraltro senza apportare alcun elemento di brillantezza a uno script davvero di pessima fattura. Porre l’attenzione su una patologia critica come la fibrosi cistica è di per sé qualcosa di encomiabile, tuttavia il cinema è ben altro.

A un metro da te uscirà nelle sale italiane a partire dal 21 marzo e verrà distribuito da Notorius Pictures, con il patrocinio della Lega Italiana Fibrosi Cistica onlus-LIFC, un’associazione di pazienti che lavora per migliorare la qualità della vita e delle cure per persone affette da fibrosi cistica.

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