TFF41 – A Stranger Quest: recensione del documentario di Andrea Gatopoulos

La recensione del documentario che Andrea Gatopoulos ha incentrato sulla figura di David Rumsey, il proprietario della più grande collezione di mappe al mondo. Presentato al 41° Torino Film Festival.

La prima tappa del viaggio nel circuito festivaliero di A Stranger Quest si è tenuta nella prestigiosa vetrina del Torino Film Festival, laddove la nuova fatica dietro la macchina da presa di Andrea Gatopoulos è stata presentata nel concorso della sezione Documentari Italiani della 41esima edizione. Abbiamo utilizzato la parola viaggio non a caso pensando a come l’autore ha voluto il progetto nelle note di regia che lo accompagnano, ma anche a quelli che sono i contenuti e l’estetica attraverso cui ha preso sostanza e forma.

A Stranger Quest è un’opera-atlante, al contempo un viaggio nella vita di un uomo e un tour fisico, emozionale e virtuale

A Stranger Quest cinematographe.it

Un’opera-atlante, così è stata definita da colui che l’ha concepita e portata sullo schermo, perché è al contempo un viaggio nella vita di un uomo e un tour fisico, emozionale e virtuale. Il ché si traduce all’atto pratico negli ultimi capitoli di una biografia di un essere umano e in un film che in termini estetici, formali e di confezione assomiglia a un gigantesco mappamondo digitale da esplorare in lungo e in largo nel corso della fruizione. Quest’ultima però è legata a doppia mandata a una regola d’ingaggio dalla quale dipende senza appello il giudizio finale nei suoi confronti, ma soprattutto la decisione oppure no da parte del singolo spettatore di avventurarsi nella visione. A Stranger Quest è infatti uno di quei progetti audiovisivi in grado di attirare o respingere il pubblico. Se da una parte la vicenda narrata, il suo protagonista e il modo in cui questa viene narrata possono incuriosire e affascinare la platea di turno, dall’altra la medesima materia può risultare ostica e per nulla interessante a chi pensa il contrario. Insomma questione di gusti e interessi, ma è giocoforza con questi che il film del regista pescarese deve e dovrà fare i conti nel suo percorso distributivo. Nulla del quale Gatopoulos in primis non era a conoscenza e del quale non era cosciente sin dall’inizio, anche quando ha scritto e diretto i precedenti capitoli (Happy New Year ed Eschaton Ad) di una trilogia che proprio con A Stranger Quest va completandosi.

A Stranger Quest è incentrato sulla dicotomia tra il sentimento umano e la tecnologia

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Questi lavori, anche se parlano di solitudine, creatività e della ricerca di uno scopo, in realtà sono incentrati sulla dicotomia tra il sentimento umano e la tecnologia. Nel mezzo e travolto da tale dicotomia troviamo l’esistenza su e intorno al quale l’autore ha voluto focalizzare il baricentro drammaturgico. L’esistenza in oggetto, colta e narrata in quelle che sono le fasi conclusive di un viaggio, è quella di David Rumsey, un cittadino statunitense che dopo aver trascorso gli ultimi trent’anni degli ottanta anagrafici ad accumulare una delle più grandi collezioni di mappe al mondo decide di avere un faccia a faccia con i fantasmi della sua vita e misurarsi con la fine sempre più vicina. Lo fa confrontandosi con ricordi e affetti, aiutato da oggetti, persone e intelligenze artificiali, in un personale viaggio tra luoghi fisici e virtuali, che gli consente di ritrovare lo slancio per una nuova sorprendente avventura. Ecco allora il protagonista e la cinepresa al suo seguito fare tappa in topografie e spazi a lui cari che hanno fatto e continuano a fare da cornice a ciò che è e a ciò che è stato importante: si va dal deserto di Smoke Creek nel Nevada dove David e un amico di vecchia data 44 anni prima avevano rischiato la vita durante una missione alla casa natale di Cape Breton in Nuova Scozia, passando per il suo Map Center in quel di San Francisco, laddove è custodita l’inestimabile collezione di mappe e dove inizia a lavorare sugli ultimi dettagli della copia della Ruota di Urbano Monti, cercando di portare a termine l’opera di assemblaggio rimasta incompiuta dell’antico cartografo.

A Stranger Quest restituisce sullo schermo una visione romantica e nostalgica, controcorrente e utopistica

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A Stranger Quest è la cronaca di questo tour e di come tale avventura prende via via sempre più un senso in un mondo in cui lo scopo degli esseri umani sembra incatenato alle leggi del mercato, della popolarità e del successo, dedicare la propria esistenza alla costruzione di un archivio di una materia considerata vetusta e superata è per me sintomo di una grande connessione con l’esistenza e col senso della vita. Quello che è venuto fuori da questo percorso è un film sul senso dell’amore per uno scopo, per una materia, per una missione, per quanto strana, sul nostro assurdo stare al mondo. Una visione perché no romantica e nostalgica, se vuoi controcorrente e utopistica, che permette al regista abruzzese e a chi siede dall’altra parte dello schermo di avvicinare un uomo e di entrare in sintonia con lui, accompagnandoci nel suo mondo interiore ed esteriore. Mondi che vengono osservati anche da un punto di vista “altro”, quello di un alter-ego, di un navigatore satellitare e di un’intelligenza artificiale.

Un documentario composto da immagini geometriche che sanno essere contemporaneamente rigorose, poetiche, immersive e in primis funzionali al messaggio che si vuole trasmettere

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Ne è nato un film che si “legge” come un atlante, girato con lo sguardo dei cartografi in ricognizione: un’unica inquadratura per ogni scena, ripresa da ciò che i mappatori definiscono point sublime, il punto da cui è possibile non solo vedere meglio il territorio, ma anche rappresentarne la sua bellezza. La trasposizione trova di volta in volta questo point sublime nella topografia di turno, esplorate da immagini geometriche che sanno essere contemporaneamente rigorose, poetiche, immersive e in primis funzionali al messaggio che si vuole trasmettere. Il tutto con la complicità del direttore della fotografia Antonio Morra che insieme al regista traducono in quadri impattanti un idea complessa, ma anche di un lavoro di sound design e mix che aumenta in maniera esponenziale il fattore esperenziale della fruizione anche grazie alle musiche di artisti del calibro di Brian Eno, Harold Budd e Kevin Braheny Fortune che completano la costruzione di una colonna sonora futuristica e sentimentale.

A Stranger Quest: valutazione e conclusione

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Andrea Gatopoulos porta sullo schermo la vita di David Rumsey, proprietario della più grande collezione di mappe al mondo. Lo fa con un documentario rigoroso tanto nella forma quanto nei contenuti, che potrebbe per via della sua complessità narrativa ed estetica affascinare una parte di pubblico e allontanare la restante. Il regista va comunque per la sua strada, firmando la scrittura e la regia di un documentario che è un viaggio fisico, emozionale e anche virtuale dentro e fuori dall’esistenza del suo protagonista e dell’universo che lo circonda. Fotografia, suono e musiche contribuiscono a dare forma e sostanza a una vera e propria esperienza sensoriale e immersiva.

Regia - 4
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 4
Sonoro - 4
Emozione - 3

3.7