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Che il 2017 sia l’anno di Stephen King non ci sono dubbi, in particolare se si tratta di trasposizioni cinematografiche o televisive tratte dai suoi scritti (romanzi o racconti brevi che siano): dall’annuncio di Castle Rock, serie televisiva creata in collaborazione con JJ Abrams, passando per il successo commerciale cinematografico con la trasposizione del suo capolavoro IT, passando per le produzioni originali Netflix Gerald’s Game, The Mist e, ovviamente, 1922.

1930: chiuso in una stanza d’albergo di Omaha, nel Nebraska, l’agricoltore Wilfred scrive una confessione in cui racconta nei dettagli l’uccisione della moglie Arlette, avvenuta otto anni prima, con la complicità del figlio quattordicenne Henry “Hank”, e tutti i tragici fatti di sangue che accaddero nel corso del 1922, dopo l’omicidio della donna.

1922: tra orrore e psicologia non riuscita

Partiamo subito con il dire che 1922 non è assolutamente un’operazione riuscita: è la classica produzione che tenta di mischiare il genere horror, mostrando immagini agghiaccianti e inquietanti a tematiche e dialoghi volutamente psicologici. Sebbene la seconda parte dell’operazione possa essere riuscita (almeno in parte) tutto il primo obbiettivo risulta veramente fuori luogo e privo di senso.

L’adattamento di questo racconto di Stephen King contenuto nella raccolta Notte buia, niente stelle aveva realmente del potenziale per diventare qualcosa di iconico, seppur rimanendo nel suo piccolo senza esagerare: le visioni e i deliri del protagonista dettati dai sensi di colpa per l’uccisione della moglie, il difficile rapporto con il figlio e le relative intromissioni degli altri membri della comunità, la vita del 1922 e gli eventi atmosferici delle stagioni che si abbattono sulla fattoria, sono tutti elementi che se sviluppati senza strafare potevano creare una storia inquietante, cupa e avvincente, ma così non è stato.

Le apparizioni del cadavere della defunta moglie (per di più spoilerate nel trailer quando in un certo senso potevano essere un po’ la parte a sorpresa della pellicola), sono da catalogare nei film di serie B, e non che ci sarebbe qualche problema in merito se, e solo se, il prodotto volesse entrare a far parte della cerchia ristretta dei prodotti di genere, ma così non è stato fin dall’inizio cercando anzi di elevarsi a film di un certo livello.

Ciò che salva queste visioni veramente agghiaccianti (ma non per orrore, quanto per make-up da pochi soldi) sono le interpretazioni dei protagonisti: Tom Jane si cala perfettamente nei panni dell’uomo di campagna dell’America degli anni ’20, ricordando per un certo senso i protagonisti di Grano Rosso Sangue (altra pellicola d’annata tratta da un romanzo di King)e il protagonista di Secret Window, trasformando la sua glaciale recitazione in qualcosa di avvolgente nei suoi deliri diurni e notturni per l’efferato delitto commesso e i sensi di colpa che ne conseguono.

Dylan Schmid, nelle vesti del figlio Hank, controbilancia la freddezza del padre donando un lato più drammatico alla vicenda, pur senza esagerare diventando una macchietta, ma con totale controllo sul personaggio e sulle evoluzioni che porta con sé durante tutto il film.
Per Molly Parker il ruolo più infausto, quello della defunta moglie Arlette (recita più tempo truccata senza dire una parola che in altre vesti), in quanto avrebbe potuto sicuramente dare un’accelerata al già nutrito cast, ma non ne ha avuto gli spazi a causa di una sceneggiatura sostanzialmente debole.

1922 è realmente un caso strano di cinema horror, una pellicola che sembra non avere ben chiaro dove voglia andare a parare, con continui cambi di posizione e di regia, altalenando momenti di vero assopimento con altri dal dubbio gusto estetico. Ciò che dal reparto regia va elogiato, è la fotografia molto ispirata e ben riuscita che sottolinea e aiuta nella difficile comprensione degli stati d’animo del protagonista; un’occasione mancata che poteva regalare sicuramente emozioni, per di più avendo come base da cui attingere uno dei racconti più cupi e profondi del Re del brivido in persona.