Paradise Police: recensione della serie animata Netflix

La recensione della nuova serie animata per adulti proposta da Netflix, Paradise Police, creata dagli irriverenti autori di Brickleberry

Online dal 31 agosto, Paradise Police è la nuova serie animata per adulti distribuita e prodotta da Netflix. Sboccata, feroce e a tratti disturbante, la serie è organizzata nella classica suddivisione delle comedy di puntate da circa venti minuti ciascuna e propone una visione leggera e disimpegnata, davvero divertente.

Chiaramente, per godersi appieno una serie come Paradise Police, bisogna lasciare a casa qualsiasi tipo di moralismo: abbiamo a che fare con una scrittura che non risparmia niente e nessuno e che non si preoccupa minimamente di porsi alcun limite. Chiarito questo aspetto, ci si può preparare a una full immersion nel politicamente scorretto firmata da Waco O’Guin e Roger Black.

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Paradice Police, un comedy senza esclusione di colpi

Paradise PD: Cinemtographe.it

La serie è ambientata nella stazione di polizia di Paradise, una cittadina americana abitata da bifolchi e spacciatori. Al centro della vicenda, il giovane e volenteroso rookie Kevin Crawford, figlio del Capo della polizia locale, Randall, a cui – da bambino – ha sparato via i testicoli (in un incidente). A causa di questa innata imbranataggine, il ragazzo dovrà dimostrare in continuazione al padre e alla protettiva madre-sindaco della città, Karen Crawford, di essere all’altezza della sua nuova divisa. Nonostante sia presto relegato all’ingrato ruolo di vigile urbano, infatti, Kevin si farà in quattro per risolvere l’enigma della nuova metanfetamina che si spaccia in città, aiutato da una squadra composta da veri e propri bad cops: Gina Jabowski, una giovane poliziotta violenta, fuori di testa, che molesta appena può il suo collega Dusty Marlow, un agente obeso dall’irresistibile attrazione verso i piccioni, l’anziano poliziotto sessualmente ambiguo Stanley Hopson, l’agente afroamericano con sindrome da stress post-traumatico Gerald “Fitz” Fitzgerald e il cane-poliziotto Bullet, cinico, senza scrupoli e dipendente da praticamente qualunque sostanza stupefacente.

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Il politicamente scorretto in Paradise Police

quasi nemici cinematographe.it

Giocando sul contrasto che c’è tra il nome della serie – che allude a una dimensione pacifica e ideale – e le tematiche trattate, Paradise Police calca la mano nelle sue gag senza preoccuparsi di salvare il finale con assestamenti positivi o rassicuranti. Anche quando la trama sembra virare verso un simil-lieto fine in cui la soluzione può dirsi più o meno raggiunta, gli autori affondano il coltello in una virata di pura disillusione. La serie prosegue la traccia solcata da illustri (e longevi) predecessori, come I Griffin, I Simpson e South Park e, in particolar modo, la serie di Waco O’Guin e Roger Black adotta (amplificandolo) lo stile non-sense che Seth McFarlane ha saputo declinare così bene nelle vicende della sua famiglia americana-tipo. Paradise Police però non segue la strada dell’episodio autoconclusivo, ma diluisce la storia in tutta la stagione e sfrutta al massimo il release simultaneo di tutte le puntate, secondo la politica di Netflix.

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Sin dalle prime puntate della serie, i due autori – che si sono già fatti notare in Brickleberry, cartone animato per adulti trasmesso nel 2012 da Comedy Central – mettono in piedi una satira diretta, che gioca con i cliché della fiction poliziesca, mescolando temi di attualità agli isterismi della società americana contemporanea. Dalla violenza delle forze dell’ordine, impersonata in maniera farsesca dalla poliziotta bionda e carina Gina (che in originale ha la voce di Sarah Chalke AKA Elliot di Scrubs), alla crudeltà reiterata contro la comunità afroamericana (esemplare a tal proposito la puntata Black & Blue, scritta dal produttore di The Cleveland Show, Aaron Lee), nulla è preso sul serio.

Ancora, il rispetto per gli anziani, il fat-shaming, l’abuso di droghe, persino la pedofilia sono tutti al centro delle gag scritte dai due autori (e dai loro collaboratori). La sessualità, in particolar modo è raccontata in maniera cruda e poco sensuale: al contrario è fastidiosa, preoccupante, quasi sempre patologica. I bad cops della serie, come recita la sinossi, non sono solo violenti, sregolati e borderline, ma sono proprio persone di merda.

Paradise Police: pro e contro

paradise police cinematographe.it

Paradise Police è una serie che prende spunto da uno dei generi più popolari tra gli show televisivi, quello dedicato agli eroi in divisa, per ribaltarlo totalmente in una sequenza serrata di sketch comici, così come Groening e McFarlaine hanno fatto con la sit-com familiare ne I Simpson e I Griffin. A differenza degli show citati, però, Paradise Police oltrepassa nettamente il limite della “satira graffiante ma tutto sommato accettabile” e porta il politicamente scorretto a livelli piuttosto alti, pari – forse – solo a certi picchi raggiunti da Stone e Parker in South Park. La destinazione della piattaforma streaming piuttosto che dell’emittente televisiva consente agli autori di muoversi con maggiore libertà e a dare libero sfogo al loro umorismo aggressivo. Questo elemento destina la serie a una fascia di pubblico più ristretta rispetto a quella a cui sono rivolte le creazioni di McFarlane e Groening, e lo rende un prodotto pensato per le menti stanche di quella svolta buonista che progressivamente il mainstream ha imposto all’animazione per adulti. Di contro, questa sregolatezza porta a rifugiarsi in gag becere (attenzione a non considerare questa definizione come esclusivamente negativa), e quasi nella totalità dei casi fini a loro stesse. Quello che si guadagna in libertà si perde, dunque, in raffinatezza e complessità di scrittura, piazzando Paradise Police in un livello piuttosto medio, che stenta a decollare verso le vette di poesia e genialità a cui ci hanno abituato le nuove proposte nel campo dell’animazione per adulti.

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Prodotto di puro intrattenimento, sarà una piacevole compagnia per chi vuole farsi due risate senza il pericolo di essere coinvolti in riflessioni particolarmente profonde o in rettifiche moralizzanti.

Regia - 2.5
Sceneggiatura - 3.5
Fotografia - 2
Recitazione - 3
Sonoro - 2
Emozione - 3

2.7

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