The Big 4: recensione dell’action indonesiano Netflix

Da Timo Tjahjant un’action-comedy che si tiene a galla solo grazie alle scene di arti marziali. Dal 15 dicembre 2022 su Netflix.

Nella ricca e variegata offerta natalizia confezionata da Netflix per i suoi abbonati, tra le tante e immancabili commedie, gli intramontabili film d’animazione e i brividi degli horror, sotto l’albero il kolossal dello streaming a stelle e strisce ha voluto metterci anche qualche alternativa per provare a diversificare il menù e renderlo ancora più sfizioso. Ecco allora che tra le uscite che precedono l’inizio delle festività  – oltre a The Big 4 – hanno trovato spazio nel catalogo della piattaforma, a partire dal 15 dicembre 2022, il nuovo film d’azione di Timo Tjahjanto, talentuoso regista indonesiano noto per gli action Headshot e La notte su di noi, l’horror May the Devil Take You e il bellissimo Safe Haven, segmento di V/H/S/2 co-diretto con Gareth Evans, nel cui futuro pare ci siano una serie di impegni in terra americana come l remake di Trappola in alto mare e di Train to Busan dal titolo The Last Train to New York.

The Big 4, recensione, cinematographe.it

Ma nel frattempo, quello che ad oggi è senza ombra di dubbio uno dei registi più famosi e affermati della cinematografia indonesiana continua a sfornare pellicole nella sua terra natia, che grazie a Netflix hanno potuto, così come i film di altri connazionali, valicare i propri confini e arrivare a migliaia di km di distanza. E sarà stata con molta probabilità questa enorme visibilità ad avere richiamato l’attenzione dei produttori nordamericani, sempre a caccia di profili interessanti da accaparrarsi e importare dalle diverse latitudini.

The Big 4 ha moltissimo da dire e da mostrare in termini di dinamica, ritmo e varietà delle soluzioni visive, poco da quello narrativo

The Big 4 cinematographe.it

Tjahjanto di talento ne ha da vendere e lo ha ampiamente dimostrato in questi anni, motivo per cui era soltanto una questione di tempo prima che dall’altra parte del mondo si accorgessero di lui. Netflix in tal senso ha solo velocizzato il processo, facendo da cassa di risonanza e da vetrina con l’inserimento nel proprio catalogo alcuni dei sui lavori precedenti, ai quali ora si è andato ad aggiungere anche The Big 4, la sua ultima fatica dietro la macchina da presa. Qui ha potuto mettere ulteriormente in mostra le sue indubbie qualità nella messa in quadro, non tanto dal punto di vista estetico-formale, piuttosto da quello stilistico e tecnico. La sua regia non ha nulla di elegante o raffinato nella composizione, ma ha moltissimo da dire e da mostrare in termini di dinamica, ritmo e varietà delle soluzioni visive. Anche in questo caso il suo dimostra di essere un cinema più votato all’intrattenimento a buon mercato, un cinema di fatti più che di parole, senza pretese autoriali e soprattutto con le idee chiarissime. Nel suo girovagare nel ventaglio dei generi, a giudicare dai risultati, è sicuramente nell’action che si è espresso al meglio, vedi ad esempio Headshot e La notte su di noi, film dove la velocità d’esecuzione, la spettacolarità delle scene d’azione e la qualità delle coreografie marziali, hanno consentito a flussi di adrenalina di riversarsi sullo schermo a getto continuo. In entrambe le occasioni il contributo alla causa davanti la macchina da presa della star Iko Uwais è stato determinante, ma c’è da dire che Tjahjanto ne ha saputo fare un buon uso.

La scelta di di abbandonare un tono serioso a favore di uno più comico non ha dato i frutti sperati

The Big 4 cinematographe.it

Da questo punto di vista anche The Big 4 non è da meno, anche se a conti fatti non raggiunge le stesse vette. Lo show balistico, dinamitardo e marziale non manca, ma da una parte l’assenza nel cast di Uwais e dall’altra l’utilizzo di un registro ironico alla lunga si fanno sentire. Ma se alla prima si può in qualche modo porre rimedio con la presenza tra i protagonisti di Abimana Aryasatya, nei panni di Topan, uno dei quattro sicari in pensione che accettano un’ultima missione quando vengono incaricati da una poliziotta di catturare un efferato criminale che sfugge sempre alle autorità e che è tra i responsabili della morte del padre, per la seconda invece c’è poco da fare. La scelta del regista e della co-scenggiatrice Johanna Wattimena di abbandonare un tono serioso a favore di uno più comico, ha generato loro e nostro malgrado un cortocircuito narrativo e drammaturgico che ha finito con l’influire negativamente sul prodotto finale. Unire azione e commedia, creare una giusta ed equilibrata fusione, senza che il secondo vada a influire negativamente sulla componente cinetica al punto tale da rendere il tutto uno sketch prendendo dunque il sopravvento, non è cosa facile. Maestro in questo è stato Jackie Chan nei ben tempi che furono in quel di Hong Kong, quando con la complicità dei registi del calibro di Yuen Woo-ping e altre star come Sammo Hung and Yuen Biao, prendeva parte a martial arts comedy tipo Drunken Master che non a caso sono rimasti impressi nell’immaginario comune per la capacità di combinare le sue componenti in questione. Non escludiamo, infatti, l’ipotesi che il cineasta indonesiano abbia avuto proprio quel modo di mixarli come riferimento, vedi ad esemprio l’uno contro tutti di Topan nella hall albergo, ma l’esito purtroppo non è stato lo stesso.

La timeline di The Big 4 oltrepassa ingiustificatamente le due ore, raggiungendo una durata che non rispecchia le reali esigenze di un racconto ridotto all’osso

The Big 4 cinematographe.it

Non mancano ovviamente le scene marziali e balistiche coreograficamente degne di nota, come quelle che accompagnano lo spettatore, tra un combattimento e una sparatoria, gli ultimi frenetici minuti della timeline. Una timeline, quella di The Big 4, che come accade spesso in prodotti provenienti da quelle aeree geografiche oltrepassa ingiustificatamente le due ore, raggiungendo una durata che non rispecchia le reali esigenze di un racconto ridotto all’osso, che percorre le strade e gli stilemi del combat-movie e chiama in causa personaggi stereotipati senza un minimo di one-line e caratterizzazione. Ciò che va in scena non va oltre la spedizione punitiva ai danni del cattivone di turno, con il modello che in questo caso forse va più nella direzione de I mercenari e Hot Fuzz, scegliendo come cornice la bella località esotica di turno e aggiungendo una dose di splatter per portare le scene d’azione ancora più sopra le righe.

Regia - 3.5
Sceneggiatura - 1.5
Fotografia - 2
Recitazione - 1.5
Sonoro - 2.5
Emozione - 1

2

Tags: Netflix