Alejandro G. Iñárritu su Bardo: “Spero che San Fellini mi protegga”

Tra indagini sulla memoria ed echi felliniani, Alejandro G. Iñárritu racconta Bardo: la cronaca falsa di alcune verità, presentato a Venezia.

In gara a Venezia 79 con Bardo: la cronaca falsa di alcune verità, che segna il suo ritorno al Lido dopo Birdman del 2014, Alejandro G. Iñárritu ha incontrato la stampa per parlare del suo ultimo lavoro, spiegando le origini dello stesso e chiarendo ciò che lo ha ispirato, nella vita così come nel cinema, per questa sua avventura.

Con protagonista un cineasta messicano di fama internazionale, è facile vedere in Bardo molti elementi in comune con la vita e la carriera dello stesso Iñárritu. Il regista ha spiegato però come il titolo non sia nato con la volontà di portare la propria storia sullo schermo, sebbene siano tante le esperienze personali da cui il cineasta premio Oscar ha attinto. “Forse si potrebbe definire ‘autofiction’“, ha spiegato l’autore, riflettendo sul fatto che oggi il confine tra realtà e finzione è più che mai flebile: “Cos’è che non è autofiction o fiction oggi? Viviamo in un mondo che è in gran parte fittizio. La realtà è inesistente e penso che ce ne stiamo rendendo conto. Almeno alla mia età si capisce che tutte le storie sono solo un tentativo di dare senso alla propria vita”. È qui che entra in gioco l’individualità, con ciascuno che filtra la realtà attraverso la propria coscienza e le proprie emozioni; per questo uno stesso evento può essere percepito in modi diversi da persone differenti.

Alejandro G. Iñárritu riflette sulla fallacia della memoria in Bardo: la cronaca falsa di alcune verità

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Si giunge così a uno dei punti cardine di Bardo ovvero il fatto che “la memoria non ha verità”, richiamando un concetto caro a Descartes. Allo stesso tempo, Alejandro G. Iñárritu ammette che non firmerebbe mai un lavoro totalmente autobiografico, sostenendo che la sua vita sia alquanto noiosa. Il tentativo alla base del progetto era quello di mettere in scena “eventi, memorie, aneddoti, pensieri, paure, sogni che mi hanno plasmato negli ultimi 20 anni”. È questa la ragione per cui Bardo è “un film senza logica, come i sogni non hanno logica. È più che altro un sogno, piuttosto che qualcosa che volessi dire”.

Iñárritu ha anche riflettuto sul potere delle grandi società, partendo dallo spunto del film che vede Amazon intraprendere una trattativa per acquistare la Bassa California. “Credo davvero che queste aziende siano più potenti delle nazioni, almeno di alcune”, ha spiegato il regista, che comunque porta avanti le proprie considerazioni nel film con umorismo, anche quando si tratta di far rivivere la guerra tra Messico e Stati Uniti, con un tono per cui le “memorie non sono più amare, ma ridicole”.

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Chiarito è inoltre il titolo dato al film, Bardo, che nella tradizione buddhista rappresenta “una sorta di limbo dei cattolici”, ma che per Alejandro G. Iñárritu costituisce quel luogo in cui vive il protagonista, dove “idee, memorie e addirittura biografie […] si trasformano in eterno, e tu non ti trovi né da una parte né dall’altra”. Questo essere a metà rispecchia la natura stessa del regista, percepito come “molto americano per i messicani, molto messicano per gli americani”, che per l’autore è un tratto degli immigrati.

Il premio Oscar è comunque consapevole di essere quello che nel film è definito un “immigrato di prima classe” e dei privilegi di cui gode, dal momento che lui non rientra nello “stereotipo dell’immigrato che di solito abbiamo in mente”. Come il protagonista di Bardo, Iñárritu ha lasciato il Messico per dedicarsi al lavoro cinematografico potendo scegliere, al contrario di coloro che lasciano il Paese sudamericano perché privati di qualsiasi opportunità. Il successo che ha segnato la sua carriera lo pone certamente in una “posizione privilegiata”, ma Iñárritu apre una parentesi sul fatto che per lui il successo sia stato “agrodolce”. Pur non volendo lamentarsi della fortuna di cui gode, dal momento che “sarebbe ridicolo”, il regista è convinto che “il successo ha un costo”, nel suo caso ciò che devi sacrificare per realizzare i propri film. “Ci sono volte in cui ti mancano delle cose, che passano molto velocemente, e finisci per immergerti nei tuoi impegni al punto da perderti i momenti presenti”; con queste parole il regista descrive il “rimpianto” che crede accomuni tante persone”.

Con il personaggio principale del film, il regista ha in comune anche la fascinazione per la capacità di librarsi nell’aria. Nel lungometraggio, sono diversi i momenti in cui vediamo il documentarista volare; un sogno che Iñárritu fa spesso, raccontando come si veda volare a poca distanza dal terreno; una sensazione che definisce “liberatoria”, sottolineando che “quando non sogno per tanto tempo, c’è qualcosa che non va”.

Una dimensione, quella onirica, molto presente nel titolo e che irrimediabilmente fa pensare a ispirazioni felliniane. Dopotutto, Iñárritu ritiene che “non c’è regista che non sia ispirato da Fellini”, paragonando la prospettiva a un musicista che non guardi con ammirazione a Mozart o Bach. Per il cineasta messicano, maestri come Fellini, Buñuel e Jodorowski sono come “santi della cattedrale” che “aiutano davvero a farci capire come il cinema possa essere usato come sogno.” Il regista ricorda che Buñuel definiva il cinema un “sogno diretto”. Nei sogni, infatti, tempo e spazio si mescolano, così come nei film, rilevando la natura comune dei due. È con questa idea chiara in mente che ha approcciato la lavorazione di Bardo, guardando ai maestri e ripetendosi: “Spero che San Fellini mi protegga”.

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