A. P. Bio – stagione 2: recensione della serie TV comedy

La nostra recensione della seconda stagione di A. P. Bio, serie TV comedy che scherza sulle malefatte di un pessimo professore.

Quello della commedia è un nobile genere, adatto sia a suscitare una risata sia a muovere un’attenta riflessione sul mondo e le sue contraddizioni. Nel regno delle serie tv la commedia ha saputo regalarci molti titoli degni di nota, alcuni capaci di fare la storia con stili innovativi, altri di divertirci in modo semplice e leggero. Certo è che in una realtà così vasta e ricchissima di prodotti si può avvertire a lungo andare una certa mancanza di originalità e il bisogno di qualcosa di nuovo e anticonformista. A.P. Bio, comedy del 2018 trasmessa da NBC (in Italia da Premium Joi), ha colto nel segno proprio offrendo al pubblico situazioni non scontate e un protagonista assolutamente sopra le righe.

La prima stagione ha riscosso un discreto successo grazie alla piacevolezza di una trama diversa dal solito, ma ha peccato di qualche difetto in alcuni elementi che la seconda si è in parte impegnata a correggere. Il 21 settembre 2019 Jack Griffin è finalmente tornato su Premium Stories, negligente e vendicativo come sempre!

A.P. Bio: il pregio dell’anticonformismo

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Dopo aver perso definitivamente la cattedra, Jack Griffin (Glenn Howerton) si trova ancora una volta bloccato al liceo di Toledo (Ohio) con la carica di insegnante di biologia. Per nulla intenzionato a ricoprire il ruolo con serietà, Jack torna a occuparsi di quello che sa fare meglio: sfruttare gli studenti per i propri scopi.

Una seconda stagione sempre più all’insegna di vendette e scorrettezze ha confermato il marchio di fabbrica della serie tv ideata da Mike O’Brien. Quel piacevole anticonformismo che ha stuzzicato l’interesse degli spettatori nella prima stagione si è ripresentato nella seconda stagione come elemento portante dei 13 brevi episodi. È il personaggio di Jack il fulcro di questa componente comica innovativa, un personaggio tanto oggettivamente negativo, quanto geniale. A lui è affidato lo sviluppo di un tono cinico che abbatte ogni forma di idealismo tradizionalmente affidato al ruolo del professore.

In quanto insegnante, seppur poco volenteroso, Jack appartiene in termini narrativi all’archetipo del mentore, in grado di diffondere importanti nozioni di vita ai suoi studenti anche con metodi poco ortodossi. Fin dalla prima stagione, spazzando via i numerosi cliché che hanno caratterizzato questo archetipo, A.P. Bio ha voluto rovesciare la figura del mentore e dare vita a qualcosa di fresco, privo di banalità. Nonostante i richiami piuttosto evidenti a prodotti come Bad Education e School of Rock (anch’essi incentrati su un insegnante poco volenteroso), il fattore di novità che rende interessante A.P. Bio si può ritrovare negli esiti dell’insegnamento disfunzionale di Jack. Ciò che in molti altri titoli dalle simili premesse non era altro che un metodo alternativo per portare avanti un insegnamento di vita, qui si risolve in nulla di edificante.

La seconda stagione non ha fatto che confermare questa chiave di lettura, scavando ancora più in profondità e presentandoci un Jack sempre più interessato a sfruttare gli studenti per i propri scopi, non proprio nobili.

A.P. Bio rivela il proprio scopo nella liberazione dagli schemi della vita e dalle costrizioni imposte dalla società, nonché nella legittimità di alcune piccole vendette personali. Jack è la figura che pensa e agisce fuori dagli schemi, come traspare dal modo in cui ogni mattina getta la mela morsicata nel cestino delle immondizie senza centrarlo mai.
Questa ribellione personale viene spinta al massimo nella seconda stagione e finisce per coinvolgere non solo Jack, ma anche le figure secondarie, a partire dai professori fino agli studenti. Il potenziamento della loro inclusione nella fluidità dell’opera mira a correggere alcuni errori di approfondimento psicologico riscontrati nella prima stagione, dando vita a un’esperienza più corale.

A.P. Bio migliora lo sviluppo psicologico delle sue figure secondarie

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Alla prima stagione di A.P. Bio si era attribuito il difetto di non approfondire a dovere i personaggi secondari. L’ombra di Jack e del suo ego spropositato sembrava quasi coprire il resto delle figure in gioco, senza annullarne la personalità, ma limitandola notevolmente.

I personaggi secondari – il bonario preside Ralph Durbin (Patton Oswalt), il trio di esuberanti professoresse Stef (Lyric Lewis), Mary (Mary Sohn), Michelle (Jean Villepique) e perfino i suoi studenti – sembravano essere relegati a ruoli del tutto marginali. La personalità di tutti loro era appena abbozzata, un mero appoggio per le malefatte del professore.

Con il maggiore coinvolgimento degli studenti nei piani arrivisti di Jack, abbiamo modo di conoscere meglio i ragazzi, di approfondire anche le loro storyline e le loro abitudini, e di percepirli come un gruppo eterogeneo. La prima stagione li aveva al contrario presentati come un singolo organismo, una squadra compatta e poco sfaccettata. Lo stesso discorso vale anche per i colleghi di Jack, tra i quali ottiene finalmente maggiore enfasi l’analisi personale delle tre professoresse, della segretaria Helen (Paula Pell) e del preside Durbin. Le interazioni e i dialoghi risultano così più fluidi, capaci di un ulteriore coinvolgimento dello spettatore. A.P. Bio riesce dunque in questa seconda stagione ad aggiustare il tiro, rimediando in parte a una mancanza che ai suoi esordi gli aveva impedito di brillare particolarmente.

A.P. Bio: un tipo di comicità ancora altalenante

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Nonostante i miglioramenti apportati ai personaggi, elemento chiave dell’intera serie, A.P. Bio mostra ancora un po’ di legnosità nella sua componente prettamente comica. Le gag tra professori e studenti riescono a suscitare più di un sorriso, così come gran parte delle interazioni tra personaggi; si ha tuttavia l’impressione che la comicità della serie si fondi soprattutto sul suo anticonformismo, più che su una scrittura volta a divertire. Le piccole vendette personali di Jack suscitano un misto di sconcerto e simpatia, più che una vera e propria risata, elemento che può contribuire all’originalità dell’opera, ma che rischia anche di abbassare la sua verve comica.

Regia - 2.5
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 3

2.9

Tags: NBC